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I Mandanti Occulti
A cura di Marco Bertelli


L'audizione del dott. Genchi al processo BORSELLINO BIS PDF Stampa E-mail
Rubriche - I Mandanti Occulti
Scritto da Marco Bertelli   
Domenica 10 Agosto 2008 17:06
"Era doveroso riportare il contenuto di questa importante e inquietante testimonianza (del dr. Gioacchino Genchi, ndr), tenuto conto dell’impostazione di alcuni motivi d’appello e delle correlate richieste istruttorie. Attraverso essa abbiamo appreso che i vuoti di conoscenza che tuttora permangono nella ricostruzione dell’intera operazione che portò alla strage di via D’Amelio, possono essere imputati anche a carenze investigative non casuali. Addirittura questo limite sembra possa avere condizionato l’intera investigazione sui grandi delitti del 1992, come è spesso capitato per i grandi delitti del dopoguerra in Italia, quasi esista un limite insormontabile nella comprensione di questi fatti che nessun inquirente indipendente debba superare. Tutto ciò ripropone con attualità la necessità di riprendere nelle sedi opportune le indagini sulle questioni alle quali manca tuttora risposta".
 
(Sentenza d´appello BORSELLINO BIS, capitolo terzo, Le risultanze dell´istruttoria, pag. 694)

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23 maggio - 19 luglio 1992: 57 giorni (parte 4) PDF Stampa E-mail
Rubriche - I Mandanti Occulti
Scritto da Marco Bertelli   
Venerdì 18 Luglio 2008 10:20

Uno dei primi giorni di agosto 1992

Il colonnello dei carabinieri Mario Mori viene promosso da capo del reparto criminalitá organizzata a vicecomandante del ROS.

 

Sabato 1 agosto 1992

Alberto Di Pisa, sostituto procuratore della Repubblica di Palermo condannato a diciotto mesi di reclusione perche' ritenuto il “Corvo” autore di infamanti scritti anonimi, rilascia un´intervista al Corriere della Sera in cui in merito alla sua vicenda giudiziaria afferma: "Sono stato condannato per salvare dieci intoccabili. In questa mia vicenda i servizi segreti sono dentro sino al collo". In merito alla crisi della strategia antimafia della magistratura palermitana Di Pisa dichiara: "Posso dire soltanto una cosa, non posso certo fare nomi. C'e' stato un gruppo di potere che in questi anni ha operato all'interno della magistratura palermitana e dall'esterno, con coperture". [1]

 

Alcuni membri del Csm guidati dal vicepresidente Giovanni Galloni incontrano il ministro dell'interno Nicola Mancino ed il capo della Polizia Vincenzo Parisi per discutere della sicurezza dei magistrati impegnata in prima linea nella lotta alla criminalitá organizzata. Il ministro Mancino promette l´impegno del ministero a riguardo ed allo stesso tempo chiede ai giudici di collaborare adottando uno stile di vita prudente che limiti i rischi e non metta inutilmente a repentaglio la vita propria e quella degli uomini di scorta: "Per evitare gli attentati ai magistrati abbiamo proposto un codice di comportamento. Ho sottolineato piu' volte che se non vi e' un diritto alla protezione c'e' da parte dello Stato un dovere di proteggere. Come apprestare pero' questa protezione, e' compito dello Stato anche se naturalmente la persona protetta deve pur sottostare a regole comportamentali tali da evitare i rischi non soltanto nei suoi confronti, ma anche di chi gli deve fare da scorta... La protezione dei giudici si deve ottenere anche grazie all'aiuto di altri ministeri. Non si vogliono togliere responsabilita' e competenze al dicastero di Grazia e Giustizia. Di concerto con questo possiamo infatti predisporre meglio i mezzi difensivi per i magistrati. L'escalation della mafia non si e' fermata. E di fronte a tale offensiva dobbiamo apprestare mezzi ugualmente offensivi. Dobbiamo colpire Cosa Nostra, indebolirne la presenza sul territorio". [2]

 

Emilio Colombo viene nominato ministro degli Esteri. Prende il posto di Vincenzo Scotti, che mercoledi' scorso si é dimesso dall'incarico decidendo di restare parlamentare in polemica con la regola dell'incompatibilita' tra le due cariche dettata dalla Dc di Forlani.

 

Viene resa nota la notizia che Antonino Caponnetto sta valutando se accettare la proposta del ministro di grazia e giustizia Claudio Martelli di diventare consulente antimafia del ministero: l'incarico prevede il compito di concorrere "alla definizione di strategie normative e organizzative a supporto degli uffici giudiziari penali impegnati nell'azione di contrasto alla criminalita' organizzata".

Pesanti minacce a tale riguardo vengono rivolte in mattinata a Caponnetto in una telefonata alla redazione romana dell'agenzia Adnkronos. “Siamo della Falange armata”, ha sussurrato un uomo dal marcato accento siciliano. Ed ha aggiunto: "Il ministro Martelli, ragazzino viziato, impudente e arrogante che si diletta, godendone terribilmente, a combattere una guerra di carte con soldatini di piombo, ha tirato anche al buon Caponnetto e alla sua famiglia uno scherzo mortale". [3]

 

 

Martedì 4 agosto 1992

 

La terza commissione del Csm decide all'unanimita' di proporre al plenum il trasferimento alla Cassazione del procuratore di Palermo Pietro Giammanco che, nei giorni scorsi, aveva formulato una richiesta in tal senso. Per accogliere la domanda di Giammanco, la 3 commissione del Csm ha bandito un cosiddetto "concorso virtuale", ovvero una procedura in cui vengono valutate le doti, le attitudini e i meriti professionali di chi ha chiesto di essere spostato in una nuova sede. In questo caso Giammanco e' stato valutato in base alla "oggettiva situazione di grave turbamento dell'ufficio", generatasi dopo "le dimissioni del gruppo dei sostituti della procura distrettuale per carenze di protezione". "L' istanza di trasferimento", secondo i consiglieri Giuseppe Ruggiero, Pio Marconi, Gennaro Marasca e Gaetano Amato Santamaria, che l'hanno firmata, "appare peraltro ispirata all'apprezzabile intento di ricostruire un clima di serenita' nell'ufficio". Giammanco inoltre si e' dimostrato magistrato "dotato d' alti meriti, d'indiscussa imparzialita' ed indipendenza, di ragguardevoli attitudini professionali, d'anzianita' di servizio tale da renderlo meritevole dell'ufficio richiesto". Inoltre "l'alto senso di responsabilita' istituzionale del procuratore di Palermo" gli ha permesso di agire con un gesto che "ha rimosso ogni ostacolo alla risoluzione traumatica della vicenda".[4]

I consiglieri della commissione accolgono la richiesta di Giammanco nonostante la norma che prevede una permanenza non inferiore ai 4 anni dei dirigenti degli uffici giudiziari prima di un trasferimento "volontario". La commissione ritiene pero' in questo caso piu' pressanti le esigenze derivanti dalla situazione che si e' determinata a Palermo dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio.

 

Il Corriere della Sera rilancia un articolo del New York Times in cui si afferma che gli inquirenti americani che collaborano nelle indagini sull'uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno espresso qualche riserva sui metodi usati dai colleghi italiani. Le critiche riguardano in particolare il non perfetto isolamento dei luoghi degli attentati subito dopo le esplosioni e il modo in cui e' stata compiuta la ricerca dei testimoni, scrive il giornale. Anche il direttore dell'Fbi, William Sessions, ha osservato che gli inquirenti italiani avrebbero potuto "operare in modo diverso" sul luogo dell'attentato. Hanno agito sicuramente "in modo diverso dal nostro", precisa il New York Times. Sessions ha comunque ammesso che non era facile isolare i luoghi degli attentati in quanto zone densamente popolate o ad alto traffico. Quanto ai testimoni, sempre secondo il "New York Times", un inquirente americano ha osservato che avrebbe potuto essere fatto qualcosa di piu' per rintracciarli e per garantire loro anonimato e protezione. I siciliani sono cosi' arrabbiati, adesso, che sono disposti a collaborare con la polizia "ma - ha osservato il funzionario - non sotto lo sguardo dei loro vicini". Nell'articolo del quotidiano si afferma che un inquirente americano, che ha chiesto di non essere identificato, ha detto di "aver motivo di credere" che consultazioni siano avvenute tra i boss mafiosi siciliani e americani prima che venisse decisa l'uccisione di Falcone. L'impegno degli americani per identificare gli assassini dei due magistrati italiani non e' limitato all'impiego di alcune dozzine di agenti. Gli Stati Uniti hanno nominato il 9 luglio uno speciale "assistant attorney", Richard Martin, posto a capo di un gran giuri' col compito di portare avanti le indagini sul versante americano. Richard Martin e' stato uno dei piu' stretti collaboratori di Rudolph Giuliani nel processo "Pizza connection" durante il quale Tommaso Buscetta fece le prime rivelazioni. Poi fino al 1990 ha rappresentato il ministero della Giustizia USA in Europa. E' un esperto di Cosa nostra e uno degli amici americani di Falcone. "Faremo tutto quello che il gran giuri' avra' il potere di fare - ha detto Martin - per aiutare le indagini". [5]

Sempre il Corriere della Sera riporta che il funzionario di polizia Gioacchino Genchi, incaricato di accertare se il telefono dei familiari di Borsellino fosse sotto il controllo dalla mafia, ha incontrato i magistrati per una prima relazione. "Sul piano concreto - ha detto Genchi - l'eventualita' di un'intercettazione puo' apparire possibile". Nel corso dell'ispezione lungo la linea sarebbero emersi elementi "anomali" che sono oggetto di approfondimento.[6]

Gli inquirenti di Caltanissetta titolari delle indagini sulle stragi di Capaci e Via D´Amelio non replicano alle accuse del Fbi e scelgono la linea del silenzio. Negano l'esistenza stessa dei contrasti. "Lasciateci lavorare in pace – dice uno di loro ai giornalisti - Se c' e' una minima traccia da seguire, per arrivare a qualche risultato, dobbiamo andare fino in fondo, non possiamo perderci con le chiacchere". [7]

La Camera dei Deputati approva il decreto antimafia del governo introducendo alcune modifiche al testo che dovrá essere pertanto nuovamente vagliato dal Senato per l´approvazione definitiva. In particolare viene abolito dalla Camera il fermo di polizia che era previsto dall'articolo 25 del decreto il cui testo originario consentiva alle forze di polizia di fermare "per tutto il tempo strettamente necessario a verificarne la posizione e comunque non oltre le dodici ore" quelle persone che, per la condotta tenuta e le circostanze di tempo e di luogo, "si accingano a realizzare delitti per i quali e' previsto l'arresto obbligatorio in flagranza o a sottrarsi all'obbligo delle misure limitative della liberta' personale per i reati previsti dall'articolo 275 del codice di procedura penale". L'assemblea di Montecitorio introduce anche un'altra importante modifica prevedendo sanzioni per chi paghi con denaro promesse elettorali. Il si' a questo emendamento e' stato pressoche' unanime anche se la discussione si rivela piu' ardua del previsto perche' la formulazione originaria dell'emendamento presentato dalla commissione non limitava lo scambio al solo denaro, ma anche a promesse di favori e di concessioni non meglio identificate. "Cosi' com'e' formulata - dice il ministro della Giustizia, Claudio Martelli - la norma si presta ad abusi ed e' di difficile interpretazione". Votano a favore del testo emendato, oltre alle forze politiche della maggioranza, anche Pri e Msi. Il Pds e la Rete si astengono, mentre Verdi, Lista Pannella, Lega, Rifondazione comunista votano contro. I liberali Vittorio Sgarbi e Alfredo Biondi esprimono voto contrario in dissenso con il proprio gruppo.[8]

 

 

Mercoledí 5 agosto 1992

 

Si svolge a Roma il primo di una serie di incontri tra Vito Ciancimino ed il colonnello del Ros Mario Mori. L’obiettivo è di ottenere dal mafioso alcuni spunti di tipo investigativo per giungere alla cattura dei latitanti di Cosa Nostra.[9]

 

Corrono voci di un possibile avvicendamento ai vertici di Polizia e Carabinieri ma il ministro dell´interno Mancino ed il collega della difesa Andó confermano la loro fiducia al capo della Polizia Parisi ed al comandante dell´Arma Viesti rispettivamente: "Poiche' dovrei essere io a fare la proposta (di sostituire il capo della Polizia, ndr), posso assicurarvi che non la faro' ", dichiara Mancino a Montecitorio. Il ministro della Difesa Ando' a proposito dei presunti avvicendamenti dichiara al Corriere della Sera: "nessuna decisione e' stata ancora presa, si tratta di boatos. E comunque non e' stato neppure ancora messo a punto l' ordine del giorno del Consiglio dei ministri di domani". Aggiunge inoltre Ando', per far morire sul nascere sospetti e dietrologie ("perche' il ministro non ha smentito la sostituzione di Viesti, apparsa su un giornale?"): "Non ho diramato nessuna smentita in relazione alle notizie pubblicate su un quotidiano, semplicemente perche' io non avevo fatto nessuna dichiarazione, quelle raccolte erano voci di corridoio". [10]

 

In un´intervista su Famiglia Cristiana il collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara afferma che dopo essere stato incaricato alla fine del 1991 di uccider Paolo Borsellino, fu fermato dalla cupola di Cosa Nostra che voleva prima uccidere  Giovanni Falcone: “Avrei dovuto uccidere il giudice Borselino alla fine del 1991. Mi chiamó il mio “capo famiglia”, l´ex sindaco Tonino Vaccarino di Corleone, lo stesso che mi inizió a Cosa Nostra, e mi disse di tenermi pronto: “Ti abbiamo segnalato alla “cupola” per questa operazione, dopo fuggirai in Australia dai nostri fratelli, questi sono i lori indirizzi”. Poi inizió l´attesa, io ero pronto ma la “cupola” di Palermo non ci dava l´autorizzazione a procedere. Borsellino avrebbe dovuto essere ucciso in due modi, o con un fucile di precisione, o con un´autobomba. Io avrei patecipato come tiratore scelto oppure, nel caso si fosse adottata l´autobomba, avrei fatto da copertura. Decine e decine di altre persone sarebbero state impiegate nell´operazione... La “cupola” ci diceva di aspettare, poi ho capito perché: volevano uccidere prima il giudice Falcone”.  Calcara é convinto che la strage di via D´Amelio si potesse evitare: “Se lo stato fosse andato all´attacco subito dopo Falcone, (Borsellino, ndr) non sarebbe morto”. [11]

 

Il Corriere della Sera pubblica un´intervista a  Luca Pistorelli, sostituto procuratore di Trapani in attesa di trasferimento:

 

Gli telefoni e ti risponde, inciso sulla segreteria, il borbottio allucinato di Martin Sheen, il capitano di Apocalypse Now, preso dal monologo iniziale del film: "Saigon, merda! Sono ancora a Saigon". Qualcuno lo prende in giro, per il giochino. E lui stesso ci ride sopra, ma non piu' di tanto "perche' qui e' davvero tale e quale che essere in Vietnam". Padovano di 29 anni, un metro e 90, i capelli lunghi e ricci, e' sostituto procuratore da 14 mesi in questa citta', e sta per abbandonare il fronte. Per farsi trasferire altrove, al Nord. O forse addirittura per lasciare proprio la magistratura. Perche' , dice, "io, Luca Pistorelli, non sono la Repubblica Italiana; sono un piccolissimo pezzetto dello Stato e continuare a lottar cosi', da soli, sarebbe una scelta disperata, che ormai porta all'eliminazione fisica". Cossiga l'avrebbe definito un "giudice ragazzino". Il siciliano Giuseppe Livatino era uno di loro, e l'hanno ammazzato giusto pochi mesi prima che lui prendesse servizio a Trapani, rompendo con la fidanzata su in Veneto e lasciandosi dare "dello scemo" da madre e fratello. Aveva voluto provarci, Pistorelli. Ci credeva, con l'entusiasmo di chi sente una vocazione. Aveva trovato un buon maestro, per le sue prime indagini sulle finanze della mafia: Paolo Borsellino. La bomba che l'ha annichilito, ha fatto evaporare quasi ogni sua residua speranza.

MB (Maurizio Breda): “Dottor Pistorelli, possibile che una cosi' breve esperienza l'abbia delusa tanto da indurla a mollare. A parte il trauma dell'ultima strage, che tipo di problemi incontra?”

 LP (Luca Pistorelli): "Anzitutto mi mortifica la malafede del ministero nel trattare con la magistratura. E poi l'assoluta incapacita' di darci gli strumenti per operare. Per chi fa questo mestiere, rischiare e' ormai una realta', e si puo' accettarla. A patto pero' che a esporsi al rischio sia l'intera istituzione, non sempre i singoli. Si puo' infatti essere isolati e soli anche per mancanza di mezzi".

MB: “Per esempio?”

LP: "Le forze in campo dalla nostra parte sono inadeguate, numericamente e professionalmente. Gli investigatori in grado di fare un certo tipo di inchieste si contano sulle dita di una mano. Ma c'e' pure la questione degli strumenti di lavoro. Lo vede il computer sul tavolo? L'ho "rubato", dopo piu' di un anno di attesa. Ne avevamo chiesti un certo numero, e da Roma ci hanno mandato una Croma blindata. "Meglio che niente", ci hanno detto. Manca tutto: le microspie per le intercettazioni ambientali e l'accesso alle poche banche.dati utili che ci sono, come l'Anagrafe tributaria, decisiva per scavare nella criminalita' economica".

MB: “Eppure tanti suoi colleghi, con gli stessi guai, resistono”.

LP: "A me piace lavorare, non occupare un posto. Per cui: o mi fanno lavorare o me ne vado".

MB: “Lei non cita, tra le cause di disagio, rapporti difficili con i superiori, una costante per molti "palazzi dei veleni" in Sicilia”.

LP:  "Questa Procura ha avuto una stagione molto brutta. Al collega Taurisano, che viveva in un appartamento blindato qui dentro, hanno rubato i verbali di un pentito dalla scrivania. Il capo e' stato trasferito per incompatibilita'. Il dirigente dell' ufficio Gip idem. Il presidente del Tribunale si e' pensionato prima che su di lui intervenisse il Csm. Siamo acefali, e io piu' degli altri dato che il mio riferimento era Borsellino".

MB: “Che riferimento?”

LP: "Anche umano. Era una specie di maestro e padre spirituale. Sapere che c' era lui, era una sicurezza enorme. Lo stimolo a battersi. Veniva da dieci anni di vita assurda e non se ne lamentava mai, neanche con una mezza parola. Fino al giorno in cui uccisero Falcone". MB: “Come cambio', dopo?”

LP: "Era provatissimo. Aveva perso a sua volta l'unico punto di riferimento. Era certo che avrebbero ammazzato anche lui, ma si aspettava di aver piu' tempo. Sentiva il peso, la responsabilita' e forse la paura di essere diventato il numero uno. La domenica in cui ho sentito dell'autobomba, ho avuto il timore che stesse per accadere qualcosa di gravissimo, in Italia. Poi ho cominciato a ragionarci su, coi colleghi. Ne parliamo ancora, sempre, perche' quaggiu' c' e' uno spirito di frontiera, da zona di operazioni belliche, da Saigon, che ci rende molto uniti. Ci frequentiamo, analizziamo queste cose e siamo tutti molto arrabbiati".

MB: “Sulla scelta di andarsene entro la prossima primavera quanto pesa il "clima" di Trapani?”

LP:  "Pesa tanto. Questa e' una citta' medievale, nascerci e' da suicidio, la qualita' della vita e' drammatica. Si campa blindati, con l'amicizia di pochi colleghi. Ma ho 29 anni e quando posso la sera esco, cerco liberta' a Palermo: la' non mi conoscono e mi pare ormai una citta' liberata dove, a parte tutto, si vive una bella stagione. Scagliono le ferie e ogni tanto torno su, a casa. Mi mangio lo stipendio in biglietti aerei e telefono".

MB: “Ha paura?”

LP: "Chi non ne ha e' stupido o incosciente. Ma c'e' gente che corre rischi molto piu' concreti di me. Credo che noi "esterni" abbiamo una garanzia di sicurezza in piu': sanno che ce ne andremo. Quindi gli basta avere pazienza, aumentare un po' la pressione sinche' scoppiamo e partiamo. Sanno farcelo capire benissimo, con modi espliciti. Una cosa e' certa: quando tocchi gli interessi di Cosa nostra non ti allunghi di sicuro la vita".

MB: “E' proprio deciso a chiudere?”

LP: "Dipende da chi sara' il prossimo procuratore. Se manderanno il solito quasi-pensionato, omologo al precedente, sara' una farsa e tanto varra' lasciare. Se invece il Csm dara' un segnale di svolta, inviando una persona autorevole e carismatica, allora si potra' restare, perche' ci si sentira' parte di quella svolta. Lottare da soli e' da disperati. Qui e' inquinato tutto. Anche la pubblica amministrazione, da se stessa e dalla mafia. C'e' un concetto molto distorto di democrazia. Vista da Trapani, Padova mi sembra la Svezia, e i tangentisti di lassu', una allegra banda di birichini. In Sicilia e' infetto l'intero tessuto socioeconomico, anche per una grande poverta' che obbliga la gente a rivolgersi ai politici per diritti elementari. Pure tra i magistrati la situazione e' grave. Accanto ai tanti colleghi siciliani che hanno fatto sempre la loro parte con dignita' e competenza, ce ne sono di collusi e codardi, che lavorano come impiegati delle Poste. Solo che fare l'impiegato postale a Cuneo tanto danno non porta, qui si'. É una terra di frontiera, ve l'ho detto".[12]

 

 

Giovedì 6 agosto 1992

 

Il Parlamento approva definitivamente il decreto antimafia Scotti-Martelli. Rispetto alla versione originaria approvata in Consiglio dei Ministri l’8 giugno, il decreto modificato prevede per i detenuti di mafia notevoli inasprimenti del regime carcerario e l’utilizzo dell’esercito per un periodo temporale definito per affiancare le forze dell’ordine nella lotta alla mafia. Oltre ai partiti della maggioranza hanno votato a favore Pds, Lega, Pri, Msi. Contro, Rifondazione Comunista e Verdi. I parlamentari della Rete si sono invece astenuti.[13]

Questi i punti salienti del provvedimento:

 

1) Il testo del decreto e' rimasto intatto nei suoi aspetti gia' fortemente caratterizzati dalla dichiarata ispirazione antimafia. Sono rimaste pressoche' ferme, infatti, le disposizioni che hanno esteso i poteri degli organi di polizia giudiziaria e del pubblico ministero durante le indagini preliminari, come pure quelle che hanno attribuito nuovi poteri investigativi alla Dia in materia di criminalita' organizzata. E nemmeno sono state toccate le disposizioni che, ora sul terreno delle misure penitenziarie, ora sul terreno della protezione e degli incentivi per i collaboratori della giustizia, hanno di molto divaricato la forbice tra il trattamento di favore previsto per i mafiosi "pentiti" e la linea di rigore riservata agli irriducibili di "Cosa nostra".

2) Alcuni opportuni correttivi sono stati apportati, invece, alle regole di acquisizione delle prove che il decreto aveva irrigidito con riguardo a tutti i procedimenti penali, e non solo a quelli di impronta mafiosa. Di fronte agli scompensi cosi' introdotti nel sistema processuale penale, ci si e' sforzati sia di razionalizzare le conseguenze delle piu' recenti pronunce costituzionali, sia di circoscrivere le ulteriori deroghe rispetto al disegno originario del codice entro i limiti imposti dalle esigenze dei processi di criminalita' organizzata. Esigenze dalle quali, oggi piu' che mai, non e' possibile prescindere.

3) Allo scopo, tenuto conto delle obiettive necessita' di tutela della genuinita' della prova tipiche di processi del genere (soprattutto a causa delle pesanti intimidazioni cui sempre piu' spesso sono sottoposti i testimoni), il decreto si e' preoccupato del rischio di manovre miranti a sabotare, per tale via, il corretto funzionamento della macchina processuale. Di qui una serie di norme specificamente dirette a salvaguardare la prova testimoniale dai pericoli delle minacce o, comunque, dei condizionamenti a carico delle persone chiamate a deporre. Norme che, insieme ad altre incidenti in diversi ambiti (dal settore delle intercettazioni ambientali a quello della perquisizione di edifici, a quello delle infiltrazioni di polizia) individuano un ben definito regime differenziato per indagini e processi relativi alla criminalita' organizzata.

4) Quanto al terreno delle misure di prevenzione, alla scomparsa di una figura discussa ed anomala di fermo di pubblica sicurezza hanno fatto riscontro alcune innovazioni di sicura incisivita' sul versante della peggiore delinquenza: dal ripristino delle intercettazioni preventive alla previsione di un inedito "soggiorno cautelare" di competenza del procuratore nazionale antimafia. Misure di natura straordinaria, ma necessarie per una seria strategia di sradicamento della mala pianta mafiosa, e proprio per cio' ammissibili, nella loro eccezionalita' , finche' durera' l'emergenza che le ha richieste.

5) Un cenno a parte meritano, infine, i ritocchi apportati nella disciplina per la nomina del procuratore nazionale antimafia (con la conseguente rinnovazione del relativo bando) e, soprattutto, la prevista applicazione di un magistrato "reggente" al vertice della Dna, cosi' da consentire alla nuova struttura di cominciare ad operare prima della nomina definitiva da parte del Csm.[14]

 

Il Corriere della Sera rilancia un´intervista rilasciata da Antonino Caponnetto al settimanale L´EUROPEO in cui il magistrato afferma che lo Stato "non solo ha sottovalutato la mafia, ne e' stato e ne e' complice". Il magistrato ricorda che nel novembre dell'85 mando' "in copia a tutti i ministri e le forze di polizia i 40 volumi della sentenza.ordinanza da cui sarebbe scaturito il maxiprocesso, la radiografia di che cos'e' Cosa Nostra. Nessuno puo' dire di non aver capito". Ma nessuno fece nulla. Caponnetto parte dalle vicende di Falcone e Borsellino, per rinnovare le proprie denunce. E se la prende anche con i politici che "non hanno capito nulla" e "non si rendono conto di stare allargando sempre piu' il solco che li separa dalla societa' ". Fra le innovazioni che Caponnetto sollecita c'e' quella del Csm. "Cosi' com'e' - egli ritiene - il Csm e' paralizzato dalle correnti e dalle istanze dei membri politicizzati, i cosiddetti "laici". Crede che quello che e' successo gli sia servito di lezione? Io dico di no: trasferiranno Giammanco, come da sua richiesta, e metteranno una pietra sopra alla faccenda. Sono in gioco interessi di potere". Caponnetto torna poi sulla vicenda della mancata nomina di Giovanni Falcone a suo successore a capo del pool antimafia, poi smantellato, esprime molti dubbi sul criterio adottato dal Csm per la nomina al suo posto di Antonino Meli, e cioe' l'anzianita' considerata come titolo di merito. "Quando Beria di Argentine fu nominato a Milano aveva 11 persone davanti piu' anziane di lui, io addirittura 20... Voglio dire: quando lo si e' voluto quel criterio lo si e' scavalcato... Dicono che non fu una manovra anti-Falcone... Ma se Meli giunse persino a ritirare la domanda a presidente di Tribunale, carica piu' prestigiosa di quella di consigliere istruttore, per concorrere a quest'ultima e cosi' stoppare Giovanni... Il Csm da un lato, il tribunale di Palermo, con Giammanco in testa, dall'altro, hanno distrutto Falcone". Per Caponnetto "le istituzioni non si meritavano uno come Giovanni Falcone... Gli hanno preferito Domenico Sica per l'Alto commissariato, Cordova per la Superprocura". Ma Caponnetto ha fiducia in Martelli: "E' uno dei pochi ad aver capito. Sia il pericolo mafia, sia cio' che sta accadendo al Nord: le tangenti, la crisi del sistema". [15]



Sabato 8 agosto 1992

Il Corriere della Sera dà notizia che la questura di Roma ha sollecitato il comando dei vigili urbani per il rispetto dei divieti di sosta e di fermata presso oltre 60 obiettivi nella capitale a forte rischio attentati: edifici pubblici, sedi di partiti, caserme di polizia e carabinieri. [16]

 

 

Domenica 9 agosto 1992

 

Il Presidente del Senato Giovanni Spadolini lancia un allarme in un’intervista al Corriere della Sera su un nuovo pericolo di destabilizzazione per la democrazia costituito da un asse mafia-P2:

 

Gentili Guido (GG): “Cosa rischia questo Paese? La democrazia stessa e' in pericolo? Alle viste c' e' un nuovo fascismo?”

Giovanni Spadolini (GS): "No. Io non scorgo, alle viste, un nuovo fascismo. Ma una democrazia malata e' sempre, in qualche modo, una democrazia a rischio". 

GG: “Presidente, la gente e' stanca. Prima le lacrime e il dolore, come a Palermo dopo le stragi di mafia. E la sorpresa, a Milano, per le scoperte dei giudici dell'inchiesta "Mani pulite". Ma dopo le lacrime e la sorpresa ora prevale la rabbia di fronte ad uno Stato che appare in ginocchio e a un sistema di partiti in crisi profonda. Cosa direbbe ad un lavoratore onesto, che paga le tasse? Gli si puo' dire di avere ancora fiducia in questo Stato, di fare i necessari "sacrifici"?”

GS:  "Dobbiamo distinguere tra Stato democratico e partitocrazia, che e' il suo contrario. Lo Stato democratico siamo noi, noi tutti: con tutti gli squilibri di una societa' che conosce ancora ingiustizie e sofferenze ma non e' neanche paragonabile all'Italia anteriore alla Liberazione. L'ultimo degli errori sarebbe quello di travolgere, sotto la spinta della protesta e del malcontento, spesso piu' che giustificati, le istituzioni rappresentative, imputando loro le responsabilita' che sono in grandissima parte della classe politica e dei partiti. I partiti: ecco i veri bersagli dell'insofferenza popolare". 

GG: “L' Italia vive una condizione di gravissima emergenza: "Italy's decline", titolava qualche giorno fa il settimanale americano "Time". Sotto accusa, all' estero ma anche qui, c'e' per l' appunto la classe politica e forse anche la nostra politica estera. Che margini esistono, se esistono, per una ripresa di credibilita' di un sistema che ormai non tiene piu', che sembra far acqua da tutte le parti? GS: "Il prestigio dell' Italia e' molto diminuito. Basti pensare a quello che era nel 1982, ai tempi della vittoria sul terrorismo e del rilancio della nostra politica estera. Ma anche qui molti dimenticano che cosa e' successo nel mondo in questi anni. Noi eravamo il punto di forza nell'Alleanza atlantica. Il nostro ruolo era determinante per gli americani. Ne so qualcosa io che fui il presidente del Consiglio del periodo degli euromissili. Oggi il tramonto del comunismo e la fine della minaccia sovietica hanno cambiato completamente gli scenari internazionali: una trasformazione che nella storia ha pesato quanto la scoperta dell'America nel 1492, e forse piu' ". GG: “Insomma, contiamo di meno.”

GS: "Il ruolo del nostro Paese e' stato ridimensionato sul piano internazionale dalla fine del conflitto ideologico e dalla competizione militare tra i due blocchi. Anche se potrebbe continuare ad avere un senso se fosse giocato intelligentemente sul piano del Medio Oriente, senza ambizioni falsamente mediterranee o mediatrici. Per tornare alla sua domanda, solo una funzione europea, esercitata con tutto il rigore necessario (a cominciare dai conti pubblici), puo' garantire una ripresa di credibilita' ".

GG: “Il cuore del "Palazzo" appare in balia della corruzione, come dimostrano le inchieste dei magistrati milanesi e veneziani. Quasi ogni giorno un arresto, un avviso di garanzia, la scoperta dei "trucchi" di Tangentopoli. La questione morale e' di nuovo tornata alla ribalta: che tipo di risposte concrete servono su questo terreno?”

GS: "Non direi che il cuore del Palazzo appaia in balia della corruzione. Direi che c'e' una corruzione molto estesa e a molti livelli, e particolarmente identificata con la vita locale. In ogni caso, su questo punto dobbiamo essere chiari: e' necessario essere intransigenti nella difesa della moralita' e della legalita' repubblicana. E quindi grati alla magistratura per l'opera che sta compiendo: tanto piu' difficile quanto piu' sapra' essere discreta. Dobbiamo fugare i sospetti dove sono solo sospetti. Sanzionare le colpe dove sono colpe. Punire, una volta accertati, i reati contro lo Stato".

GG: “In concreto, puo' fare un esempio che indichi come voltare pagina?”

GS: "Si pone l'esigenza di un nuovo quadro normativo in materia di appalti pubblici piu' rispondente ai principi della concorrenza e della trasparenza. Occorre un adeguamento alle normative comunitarie che ostacoli comportamenti illeciti e garantisca l'efficienza e l'imparzialita' della Pubblica amministrazione, restituendo al cittadino la necessaria fiducia nell' azione degli amministratori della cosa pubblica. Le cito un passaggio decisivo della relazione del Garante anti-trust che mi e' stata illustrata nei giorni scorsi dall'ex presidente della Corte, professor Saja: "Il sistema italiano, certamente piu' nella prassi che nella normativa, invece di averla limitata, ha favorito la discrezionalita' dell'Amministrazione e, non premiando le imprese piu' efficienti e piu' capaci, rappresenta un ostacolo alla crescita professionale e imprenditoriale delle imprese coinvolte". E non occorre aggiungere altro".

GG: “Per voltare pagina c'e' chi parla di amnistia e condono: due ipotesi per "perdonare" i politici corrotti. Che ne pensa?”

GS: "Sono contrario all'una e all'altro".

GG: “Si parlava prima di "democrazia a rischio". Secondo lei esiste la possibilita' di un vero e proprio piano di destabilizzazione nell'assalto della mafia siciliana?”

GS: "Il fine della criminalita' mafiosa sembra essere identico a quello del terrorismo nella fase piu' acuta della stagione degli anni di piombo: travolgere lo Stato democratico nel nostro Paese. L'obiettivo e' sempre lo stesso: delegittimare lo Stato. Rompere il circuito di fiducia fra cittadini e potere democratico. Opporre allo Stato - in una parola - l'anti-Stato. Se poi noi scorgiamo - e ne abbiamo il diritto - qualche collegamento internazionale intorno alla sfida mafia piu' terrorismo, allora ci domandiamo: ma forse si rinnovano gli scenari di undici o dodici anni fa? Ed e' detto tutto".

GG: “Proviamo a chiarire meglio. Alcuni giornali stranieri hanno riparlato di un tema che forse trova un'eco maggiore all'estero che in Italia: la P2. Che ne pensa?”

GS: "Ho gia' risposto implicitamente. Le minacce dei centri di cospirazione affaristico-politica come la P2 sono permanenti, nella vita democratica italiana. E c'e' un filone piduista che sopravvive, non sappiamo con quanti altri. Mafia e P2 sono congiunte fin dalle origini, fin dalla vicenda Sindona".

GG: “Lotta alla mafia: cosa pensa dell'invio dell' esercito in Sicilia?”

GS: "Come ex ministro della Difesa mi consenta di essere molto prudente in materia. L'invio di reparti dell'esercito ha un valore soprattutto simbolico".

GG: “Forse servirebbe un nuovo prefetto Mori?”

GS: "Il prefetto Mori e' probabilmente inconciliabile con la democrazia".

GG: “E la pena di morte?”

GS: "Sono e resto inflessibilmente contrario".

GG: “C'e' chi propone di "staccare" la Sicilia dal resto d'Italia.”

GS: "La lotta contro la mafia e' una grande questione nazionale. Altro che bando alla Sicilia! All'indomani degli eccidi di Falcone e di Borsellino, e di fronte a certe farneticazioni sulla Sicilia che non e' Italia, mi e' tornato in mente il detto di Croce: "Non possiamo non dirci cristiani". Ho proposto di parafrasarlo in "Non possiamo non dirci tutti siciliani".

GG: “É stato notato che i partiti stanno ancora nel governo, ma non vi stanno piu' come prima come hanno dimostrato il caso delle dimissioni di Scotti a seguito dell' introduzione della regola dell'incompatibilita' tra ministri e parlamentari e, ora, il blitz di Amato contro i boiardi di Stato. Questo di Amato finisce dunque per essere, a suo modo, un governo con caratteristiche istituzionali, sottratto allo scontro dei partiti?”

GS: "Qualunque governo, oggi, e quindi anche quello presieduto dall'onorevole Amato, deve tenere conto delle nuove regole costituzionali che sono entrate nella coscienza dell'opinione pubblica prima ancora di essere tradotte in formule giuridiche. Il fatto che il governo sia in qualche misura sottratto alle ipoteche e anche alle soggezioni rispetto alla vita interna dei partiti e' una conseguenza dei segnali inequivocabili che giungono dall' elettorato, che il 5 aprile ha in vari modi confermato. E che si prolungano nel travaglio persistente dei grandi partiti: si vedano le conclusioni del consiglio nazionale dc". 

GG: “Gia', i grandi partiti. I tre maggiori - Dc, Pds e Psi - appaiono in crisi profonda: di leadership e di strategia. Ma anche in una formazione piu' piccola, come il Pri, c'e' chi ipotizza una sorta di "autoscioglimento" in vista di un disegno diverso, trasversale ad altre forze politiche. Puo' essere appunto la trasversalita', in qualche modo, il nuovo orizzonte della politica italiana?”

GS: "Con l'attuale sistema elettorale e istituzionale, non puo' esistere una trasversalita' negli schieramenti. Puo' esistere una trasversalita' nei programmi. Ma questo e' avvenuto piu' di una volta nella storia italiana. Quanto, poi, all'autoscioglimento del Pri, non mi risulta che sia stato mai chiesto. Ci mancherebbe altro!".

GG: “Lei ha gia' sottolineato la necessita' che questa legislatura consenta di procedere seriamente alle riforme e al perfezionamento istituzionale e di dare risposte adeguate alle grandi emergenze. Ma il quadro politico, cosi' come oggi si presenta, e' in grado di garantire la stabilita' necessaria?”

GS: "Abbiamo iniziato il cammino di una legislatura che deve essere portata al suo epilogo naturale, attraverso tutte le esperienze di governo che si renderanno necessarie. Dobbiamo realizzare un allargamento della base governativa: e' un auspicio di cui l'ultima crisi di governo ha messo in luce tutta la perentorieta' ed urgenza".

GG: “Guardando a quale sinistra?”

GS: "Dobbiamo recuperare dalla sinistra quella parte che e' venuta incontro alla visione occidentale, rinunciando alla parola "comunismo" quando ancora il comunismo esisteva all'Est. Dobbiamo salvare il maggior frutto tratto dalla grande lezione dell'89. Non si puo' pensare di realizzare l'accordo con gli ex comunisti isolando e scavalcando i socialisti. Un compito essenziale per la democrazia laica e' quello di operare ai fini di una chiarificazione a sinistra che passi attraverso il ristabilimento del rapporto tra socialisti ed ex comunisti. Con la ricomposizione della frattura di Livorno del '21, frattura da cui emerge la vittoria ideologica sul piano dei principi della tesi socialista. Nessun messaggio della "nuova sinistra" puo' prescindere da questa realta' , dall'intesa preventiva fra Psi e Pds sulle nozioni di democrazia e liberta': Carlo Rosselli non e' mai stato cosi' attuale come oggi".

GG: “La commissione bicamerale per le riforme e' stata appena varata. Quale deve essere il suo cammino? Quali le riforme da approvare subito? E verso che tipo di legge elettorale dobbiamo andare?”

GS: "Il primo passaggio determinante della legislatura dovra' essere l'approvazione della riforma elettorale. Entro il gennaio '93, non dimentichiamolo, la Corte costituzionale dovra' pronunciarsi sull'ammissibilita' dei referendum. É evidente che la disciplina di uno dei passaggi essenziali della vita democratica non puo' essere lasciata ad un incastro casuale di norme abrogate da un referendum. A seconda del sistema elettorale, maggioritario o proporzionale, ci saranno poi sulla scena politica partiti politici profondamente diversi. E diversi saranno, per forza di cose, i nuovi assetti istituzionali. Ecco l'intreccio inevitabile tra sistema politico e sistema elettorale. Anche se, "stricto sensu", la riforma elettorale non e' materia costituzionale. E poi c'e' Maastricht, c'e' l'Europa. Pensare di riformare la Costituzione in chiave solo italiana, o addirittura padana, e' segno di demenza. La circolarita' fra norme nazionali e norme europee sara', dal '93, prevalente su tutto. L'accordo sul costo del lavoro e' un primo passo in quella direzione. E anche la cacciata dei boiardi di Stato".

GG: “Il sistema dei partiti e' in crisi acuta. Puo' il Parlamento, in questa fase, divenire il centro motore del rinnovamento? In fondo, al Senato e alla Camera siedono - tranne forse le Leghe - proprio i rappresentanti di questo sistema.”

GS: "Il Parlamento puo' e deve diventare il centro motore del rinnovamento. Contrapporre il rinnovamento al sistema sarebbe l'ultima follia. La democrazia si fonda sulla continuita' delle generazioni e degli sforzi. Non ci sono i rinnovatori, come tali, tutti da una parte, e i conservatori, come tali, tutti dall'altra. Questo e' uno schema falso, alimentato da anni di autoflagellazione dello Stato. C'e' una pianta del rinnovamento che puo' benissimo fiorire sul tronco degli alberi costituzionali. E rafforzarli e irrobustirli. Il rinnovamento e' in primo luogo un fatto di coscienza. E la democrazia vive proprio sui dati di coscienza".

GG: “Insomma, i partiti non sono ancora roba da museo”.

GS: "No, ora non si tratta di confinare le forze politiche tradizionali in una specie di museo archeologico. Si tratta di far si' che i partiti italiani ritrovino la via che la Costituzione aveva tracciato per loro, una via troppo spesso abbandonata: quella di contribuire a determinare, con metodo democratico, la politica nazionale. Guidare la politica e non gestire le banche, le Usl, i teatri dell'opera, l'informazione tv e, perfino, in qualche caso, i giornali. Solo cosi' riavremo il consenso dei giovani, che abbiamo perduto".[17]

 

Il Corriere della Sera fa il punto sulle indagini relative all´omicidio del procuratore di Cassazione Antonino Scopelliti, ucciso in Calabria il 9 agosto 1991, con un´intervista al procuratore della Repubblica di Reggio Calabria Giorgio Jachia ed al sostituto procuratore generale Vincenzo Macrí. Le indagini sull´omicidio per ora brancolano ancora al buio: non sono stati individuati né killer né mandanti:

 

"Abbiamo battuto tutte le piste, abbiamo setacciato nella vita pubblica e privata del magistrato, interrogato decine di persone ma il mistero sull'omicidio dell'alto magistrato della Cassazione e' fitto", ammette Jachia. E aggiunge: "Anche l'ipotesi che portava alla mafia siciliana e' andata via via smontandosi". Dunque, nessun collegamento con gli omicidi Falcone e Borsellino? "Sembrerebbe di no". Scopelliti fu ucciso il 9 agosto del 1991. Esattamente un anno fa. Si trovava in vacanza a Campo Calabro, il suo paese d'origine, a due passi da Villa San Giovanni. L'hanno trucidato con un colpo di pistola alla nuca mentre stava rientrando a casa dopo una mattinata trascorsa al mare. Viaggiava da solo in auto, lungo una strada deserta. Un bersaglio facile per i killer. Perche' Antonino Scopelliti? "Hanno colpito un servitore dello Stato", fu il coro unanime. "Un patto di morte tra mafia e ' ndrangheta", si ipotizzo' . Ma subito dopo affiorarono dubbi. Certo, Scopelliti era il rappresentante della pubblica accusa in Cassazione. Aveva pronunciato requisitorie appassionate contro mafiosi e terroristi. E proprio in quei mesi si stava preparando a sostenere un maxi processo alla cupola. I padrini volevano fermarlo prima? Forse. "Comunque, l'obiettivo non fu raggiunto - osserva Giorgio Jachia - Gli uomini della cupola sono stati condannati. Del resto, un pubblico ministero della Cassazione puo' incidere ben poco sul verdetto finale di un processo". Fu battuta con puntiglio anche la pista della vendetta passionale. Antonino Scopelliti era un bell'uomo di 56 anni, brillante, estroverso. Libero da impegni familiari (il giudice era stato sposato ma per poco, poi il matrimonio fu annullato), coltivava amicizie, aveva una vita di relazione intensa sia a Roma che in Calabria dove tornava ogni anno per le vacanze estive. "Una personalita' poliedrica, complessa, sorprendente", dice, sibillino, il procuratore Jachia. Ma si affretta a precisare: "Anche la pista privata e' sfumata". Chi ha ucciso Scopelliti? Il delitto sembra caduto nel dimenticatoio. In realta' , l'unica pista che si continua a battere e' quella calabrese: una vendetta della 'ndrangheta. Il movente e' oscuro. "Potrebbero averlo sollecitato con qualche richiesta di favori - dice Vincenzo Macri', sostituto procuratore generale -Potrebbero, al contrario, aver avuto l'impressione che Scopelliti abbia favorito qualcuno. Forse attraverso qualche intermediario i malavitosi erano arrivati a lui. Ma il contatto sperato e' andato a vuoto e cosi' gliela hanno fatta pagare... Mi chiedo anche se vi sia un collegamento con la "pax mafiosa" che da un po' di tempo sembra regnare in Calabria. Negli ultimi mesi e' cresciuta la pressione estorsiva ma sono cessati i regolamenti di conti tra "famiglie". Viene da pensare che i boss della 'ndrangheta abbiano stipulato tra loro un patto di ferro... Certo, Reggio non e' Palermo, tuttavia si tende a sottovalutare la situazione. La criminalita' calabrese, se si escludono i sequestri, continua ad essere considerata di serie B. Neppure l'omicidio Scopelliti ha segnato una svolta. Dei grandi propositi pronunciati nei giorni che seguirono il delitto non e' rimasta neppure l'eco". [18]

 

 

Lunedì 10 agosto 1992

 

Tina Anselmi conferma le preoccupazioni espresse dal presidente del Senato Spadolini in merito alle minacce di centri di potere come la P2 alla vita democratica italiana: “Andatevi a rileggere il cosiddetto piano di Rinascita democratica di Gelli. I temi che aveva sviluppato allora sembrano benissimo potersi applicare nel 1992. C’era allora e c’è oggi una situazione politica instabile, c’era e probabilmente torna l’aspirazione ad impadronirsi del potere. C’è oggi chi reclama riforme del tipo di quelle suggerite dal gran maestro.” [19]

 

L’allarme di Spadolini viene raccolto da Luciano Violante che dichiara: “Potrebbe trattarsi dello stesso intreccio dei tempi di Sindona e Calvi o di un intreccio nuovo perfino più pericoloso… sulla base di ciò che è avvenuto finora mi sembra che gli obiettivi di Cosa Nostra potrebbero essere due: o andare ad uno scontro durissimo sino ad una specie di riconoscimento, anche solo implicito, da parte dello Stato della sua forza e dei suoi spazi; oppure creare un proprio partito politico che punti ad una fortissima autonomizzazione della Sicilia, anche in vista della sua utilizzazione militare in funzione dei nuovi modelli di difesa. Secondo i nuovi strateghi la cintura di sicurezza non è più tra est ed ovest, ma tra nord e sud del mondo; e la Sicilia è, al centro del Mediterraneo, una specie di terra di cerniera tra nord e sud del mondo… Rispetto alle affermazioni di Tina Anselmi l’on. Violante commenta: “Sono mutati alcuni punti di riferimento internazionali e nazionali che erano indispensabili nella logica della P2. E’ stato superato il bipolarismo e il PCI non c’è più. Oggi lo scontro non è più tra conservazione ed innovazione, ma tra due tipi di innovazione: una progressista ed una reazionaria. Di questo secondo tipo potrebbero fare parte alcuni punti del piano di Gelli. Ma credo che quella cospirazione di cui  parla Spadolini possa avvalersi oggi di un progetto più nuovo rispetto a quello di rinascita democratica, proprio perché stanno cambiando i cardini del sistema politico…Licio Gelli può essere l’uomo di passaggio tra vecchio e nuovo, perché credo che valga di più per ciò che ha fatto piuttosto che per ciò che fa ora. Nessuno gli darebbe un incarico per gestire un nuovo progetto, ma Gelli ha ancora molte possibilità di ricatto.” [20]

 

Il ministro della giustizia Claudio Martelli apre una nuova inchiesta sul procuratore della Repubblica di Palmi Agostino Cordova. Fra ispezioni e inchieste, e' la quinta volta che Cordova viene sottoposto a controlli negli ultimi quattro anni. Questa volta l'indagine vuole fare luce sulla vicenda di Francesco Macri', ex presidente del comitato di gestione della Usl di Taurianova, detto Ciccio Mazzetta, condannato per reati legati alla pubblica amministrazione. Macri' si e' reso latitante dopo che due sentenze lo avevano condannato complessivamente a circa 10 anni di reclusione. L'inchiesta ministeriale, fanno sapere dal ministero della Giustizia, non riguarda solo Cordova, ma tutti gli uffici giudiziari di Palmi. Ha come finalita' l'acquisizione di informazioni sull'andamento degli uffici che operano nelle zone calde.[21]

 

Il Csm approva il trasferimento di Pietro Giammanco alla Corte di Cassazione. Lo spostamento e' approvato dal plenum del Csm con 25 voti favorevoli e 3 astenuti. Ma il dibattito precedente il voto fa registrare alcuni momenti di forte tensione. Giammanco aveva chiesto di propria iniziativa di lasciare Palermo, dopo le polemiche sul suo operato che si erano accese dopo l'assassinio del giudice Borsellino. Il consigliere Pio Marconi, laico designato dal Psi, ha detto che la richiesta del magistrato si doveva accogliere perche' cosi' si riportava serenita' a Palermo, ma anche perche' Giammanco "ha alti meriti di indiscussa imparzialita' e alta professionalita' ". Una motivazione che non e' piaciuta a tutti. I consiglieri Nino Condorelli (Movimenti riuniti) e Gennaro Marasca (Magistratura democratica) si sono detti contrari a questo tipo di interpretazione, contestando gli alti meriti attribuiti a Giammanco. Si e' alzato il consigliere Luciano Santoro (UniCost), presidente della I commissione del Csm, (quella che decide sui trasferimenti d'ufficio), e ha detto che aveva qualcosa "di segreto e grave da dire sul collega Giammanco". E ha invitato i giornalisti a uscire per continuare la seduta a porte chiuse. Non si sa cosa abbia riferito. Si e' arrivati poi a un compromesso. Dalla motivazione e' scomparsa la dicitura "alti meriti di imparzialita' e professionalita'". E quasi tutti i consiglieri hanno accettato di concedere a Giammanco il trasferimento. [22]

 

Il procuratore generale della Cassazione, Vittorio Sgroi, nomima Giuseppe Di Gennaro reggente della Superprocura in attesa che il Csm scelga il magistrato ufficiale destinato a guidare la Direzione nazionale antimafia. Giuseppe Di Gennaro é considerato uno dei massimi esperti internazionali nella guerra ai narcotrafficanti, perche' ha diretto per 9 anni l'ufficio dell'Onu per la lotta contro il traffico di droga. [23]

 

 

Martedí 11 agosto 1992

 

Si svolge a Palermo la commemorazione del professor Paolo Giaccone, assassinato dieci anni fa dalla mafia perche' non aveva voluto modificare i risultati di una perizia medico-legale. Camilla Giaccone, la figlia maggiore del primario ucciso, e' di parola e non partecipato alla manifestazione. Per lei la cerimonia "e' stata organizzata da rappresentanti delle istituzioni privi di ogni legittimita' morale", mentre "ben altro dovrebbe fare lo Stato per dimostrare che le vittime del potere mafioso non sono morte invano". Assente Camilla, alla cerimonia, che si svolge in mattinata lungo i viali del Policlinico, c'é pero' la madre, Rosetta Giaccone, con gli altri tre figli. "Non la contesto - dice la vedova -, ma non sono d'accordo, tanto che sono qui. Camilla ha agito d'impulso dopo i delitti tremendi di Falcone e Borsellino. Chissa' - conclude - cos'e' scattato dentro di lei, forse una molla di ribellione e di nervosismo". [24]

 

Viene ucciso a Catania in un agguato di stampo mafioso Sergio Lo Giudice Sergio,  quarantatre' anni, geometra, denunciato per estorsioni, associazione mafiosa, detenzione di esplosivo, indicato dagli investigatori come un affiliato al clan Pillera-Cappello. Era stato anche imputato al maxiprocesso alle cosche catanesi, scaturito dalle rivelazioni del pentito Filippo Lo Puzzo, ma era stato assolto. La vittima dell'agguato era fratello di Diego Lo Giudice, 41 anni, deputato regionale socialdemocratico, e di recente assessore all'Industria nella giunta guidata dal dc Vincenzo Leanza e attuale consigliere comunale di Catania.[25]

 

 

Mercoledì 12 agosto 1992

 

Tina Anselmi torna sull’argomento mafia-P2: “Vedo che si sono aperti gli spazi e che sono maturate le condizioni perché qualcuno trami davvero contro la democrazia. Bisogna stare attenti, molto attenti. D’altra parte è proprio la debolezza del sistema politico che ha aperto questi spazi che qualcuno potrebbe davvero tentare di riempire. Ho parlato del vecchio piano di rinascita democratica di Gelli e confermo che leggerlo oggi fa sobbalzare. E’ in piena attuazione. D’altra parte non vorrei che si dimenticasse che noi identificammo poco più di 900 appartenenti alla P2 mentre invece gli affiliati erano quasi duemila. Chi sono gli altri? Dove sono finiti? Che stanno facendo? Vorrei proprio saperlo. Lo spazio lasciato vuoto dal sistema e dalla crisi dei partiti potrebbe essere occupato da qualcosa di diverso che potrebbe operare in stretta connessione con la mafia. O almeno quella che noi conosciamo come tale. Con l’uccisione di Falcone e Borsellino  la mafia ha voluto dimostrare agli italiani che è più forte delle Istituzioni. E’ stata una barbara riaffermazione di potere. Chi ha grandi mezzi e tanti soldi fa sempre politica e la fa a livello nazionale ed internazionale. Ho parlato in questi giorni con un importante uomo politico italiano che vive nel mondo delle banche. Sa cosa mi ha detto? Che la mafia è stata più veloce degli industriali e che sta già investendo centinaia di miliardi, frutto dei guadagni fatti con la droga, nei paesei dell’est. Parlo della mafia italiana. E’ immaginabile cosa staranno facendo le organizzazioni mafiose americane e del resto del mondo. Stanno già comprando giornali e televisioni private, industrie e alberghi…Quegli investimenti si trasformeranno anche in precise e specifiche azioni politiche che ci riguardano, ci riguardano tutti. Dopo le stragi di Palermo la polizia americana è venuta ad indagare in Sicilia anche per questo, sanno di questi investimenti colossali, fatti regolarmente attraverso le banche.” [26]

A Tina Anselmi fa eco Ciriaco De Mita che aggiunge: “Informatevi sullo scontro che c’è nei paesi dell’est e vi accorgerete di una presenza inimmaginabile della massoneria internazionale.”

 

Il Corriere della Sera scrive che é quasi certo che a settembre ritireranno le dimissioni gli 8 sostituti della procura distrettuale antimafia di Palermo, dopo il trasferimento del capo dell'ufficio, Giammanco, alla Cassazione, anche se nessuno dei "dissidenti" ha voluto confermarlo. Ancora ci sarebbero molti aspetti da chiarire della vicenda che li ha visti protagonisti. Gli otto magistrati, per ora, sarebbero soddisfatti a meta' perche' da parte dello Stato non sarebbero stati adottati quei provvedimenti - come la sicurezza dei magistrati inquirenti, il coordinamento delle indagini, una direzione autorevole della procura, la cattura dei latitanti storici - rilevati nel loro documento di luglio. In attesa che venga nominato il successore di Giammanco, l'ufficio e' affidato al procuratore aggiunto piu' anziano, Elio Spallitta (che ha gia' precisato di non essere in corsa per la carica di procuratore capo), affiancato dal pari grado Vittorio Aliquo'. [27]

 

 

Giovedí 13 agosto 1992

 

Il Corriere della Sera pubblica un´intervista al capo della squadra mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera, che sta investigando sulle stragi di Capaci e via D´Amelio:

 

Arnaldo La Barbera e' capo della Squadra mobile. Un Palazzo occupato, negli ultimi trenta anni, da una folla di fantasmi e di segreti. All'ingresso una lapide ricorda funzionari e agenti massacrati. L'uomo non festeggia i suoi quattro anni di permanenza a Palermo. Forse si considera un sopravvissuto. E per parlare con lui occorre l'intervento gerarchico del questore Matteo Cinque che dice: "Va bene. Parli pure con La Barbera. Non so cosa le dira'. Ogni notizia puo' recare danno. Questo e' un momento delicato. Si e' aperta una strada. E non sappiamo dove portera' ". Su questa premessa, La Barbera e' disposto a parlare.

Adriano Baglivo (G): “La prima domanda e' di rigore: e' appena trapelata un'indiscrezione sulla perizia sul telefono della madre di Borsellino. Il risultato confermerebbe che l'apparecchio era controllato. Il telefono di Borsellino e' stato intercettato da Cosa nostra?”

Arnaldo La Barbera (B): "Ci sono cose che lasciano perplessi. Bisogna stare attenti a dare un'interpretazione univoca ai segnali telefonici. La rete di Palermo, si sa, e' quella che e'. E' probabile, ma lo sapremo presto con sicurezza".

G: “La pista palestinese?”

B: "Sono scettico. L'artificiere della mafia non puo' essere ne' un palestinese, ne' un picciotto di Agrigento".

G: “L' idea di una pista realistica?”

B: "Borsellino aveva scoperto un nuovo organigramma della mafia. C'e' una marea di picciotti, pronti a tutto".

G: “Le altre piste internazionali?”

B: "No, e' meglio guardare in casa. Io sono uomo di marciapiede. Lavoriamo sulle strade siciliane. E, sempre, con i piedi per terra. Mandanti e killer sono siciliani".

G: “E del materiale sparito dal bagagliaio dell'auto di Falcone?”

B: "Di Falcone non e' sparito nulla. Se poi quello che e' stato trovato ha subito manomissione, e' un altro discorso. Le borse del giudice non sono state aperte neppure da noi. Le abbiamo piantonate e consegnate all'autorita' giudiziaria. Nulla e' sparito. Se poi, all'interno della borsa, qualcosa e' stato successivamente manomesso, modificato, si sapra'. E' in corso un'inchiesta".

G: “Il movente?”

B: "Borsellino e Falcone non sono omicidi che vanno considerati a se stanti. Bisogna partire da Lima, che un significato ce l'ha".

G: “Di tipo politico?”

B: "E' il caso di guardare oltre. Ai delitti Saetta e Scopelliti. Sul delitto Lima, Falcone diceva: "Qui e' saltata un'assicurazione sulla vita. Dovremo sapere perche' ".

G: “Il problema del tritolo, delle autobombe. Compreso l'attentato a Pippo Baudo?”

B: "Certo, cose tecnicamente preparate. Da professionisti. Piu' il filo si allunga e piu' bisogna stare attenti a come si tira".

G: “Chi potrebbero essere i mandanti?”

B: "Sono delitti di mafia pura. Non terroristico-mafiosi, come si dice".

G: “Il commando e' lo stesso?”

B: "Staremo a vedere. Il delitto Borsellino e' piu' vicino a quello di Chinnici. Il posto da cui e' partito l'impulso del telecomando era dietro il muretto del giardino di via D'Amelio. Abbiamo trovato le sgommate dell'auto dei killer in fuga".

G: “E la posizione del vigilantes Sanna?”

B: "Sanna non puo' non aver visto. E' in galera per reticenza".

G: “E se viene fuori e lo ammazzano?”

B: "E' un problema suo".

G: “Le perizie?”

B: "Per Borsellino, si stanno facendo prove sulle macchine, su un amplificatore ed in base ai danni provocati sugli edifici di via D'Amelio dall'onda d'urto. Siamo a buon punto. Per Falcone, proveremo una "fiction", sara' ricostruito in un poligono il tratto di trecento metri di autostrada di Capaci, con le ipotesi, da verificare, su tipo, quantita', percentuale dei componenti dell'esplosivo, velocita' dei veicoli, canaletto".

G: “Quanta gente di Cosa nostra e' in grado di preparare questi attentati?”

B: "Sono moltissimi. La preparazione della strage di Capaci e' stata piu' macchinosa di quella di Borsellino. La bomba collocata in 39 metri di strada, fatti esplodere con il tempo di un secondo, per colpire una macchina a 120 chilometri orari".

G: “Il sistema di puntamento?”

B: "E' un'ipotesi che non posso riferire. Mi chiede troppo. C'e' qualcosa che gode di maggiori consensi e spiegherebbe i riscontri tecnici".

G: “Gli identikit diffusi dalle tv americane?”

B: "Alcuni hanno trovato riscontro in facce note. L'indagine puo' essere indirizzata verso personaggi gia' noti. Sebbene con gli identikit non si e' mai risolta un'indagine. Far luce su cio' che e' accaduto non e' cosa che si puo' fare tra oggi e domani".[28]

 

Il superprocuratore Giuseppe Di Gennaro incontra a Palermo i magistrati del capoluogo siciliano. All´incontro sono presenti due degli otto sostituti “dissidenti” che stanno ancora valutando se ritirare le dimissioni in attesa di segnali concreti da Roma sulla lotta alla criminalitá mafiosa: Ignazio De Francisci e Nino Napoli. Il primo, assieme agli altri sei assenti, e' in "ferie". Era presente soltanto perche' invece di camminare per le strade di Palermo aveva preferito andare a Palazzo di Giustizia. Gravi problemi di sicurezza. Napoli racconta: "Non e' stata presa alcuna decisione su un possibile ritiro delle nostre dimissioni. Continuiamo ad occuparci, comunque, delle inchieste di mafia". De Francisci commenta le parole di Di Gennaro prendendo le distanze: "Al rientro dei colleghi dalle ferie, vedremo cosa fare. Per ora e' prematura ogni considerazione. Con il procuratore capo aggiunto discuteremo. Poi si vedra' ". [29]

 

Il governo vara un disegno di legge del ministro dell'Interno Nicola Mancino che crea una nuova figura, il segretario generale del Dipartimento di pubblica sicurezza. Sara' il massimo collaboratore del ministro e avra' il compito di coordinare e sovrintendere al lavoro del capo della polizia e dei comandanti generali dei carabinieri e della guardia di finanza. "Restano in piedi - chiarisce il ministro dell' Interno Mancino -. le autonomie ordinamentali dei diversi corpi, ma nei compiti di polizia tutte le forze sono collegate direttamente al segretario generale, che ha una forma di coordinamento ma anche di sovracoordinazione diretta rispetto alla polizia di Stato e alla Dia e indiretta rispetto ai carabinieri e alla Finanza". Come possibile candidato circola il nome del capo della polizia Vincenzo Parisi. Il Parlamento esaminerá a settembre il disegno di legge del governo.[30]

 

In consiglio dei ministri si discute anche dell'assegnazione delle frequenze televisive essendo vicino uno dei termini di scadenza della legge Mammí (23 agosto). Il governo di Giuliano Amato da il via libera alle concessioni per 9 televisioni a trasmettere, in regola con la legge, su tutto il territorio nazionale (tre reti Rai, tre reti Fininvest, Telemontecarlo, Rete A e Videomusic) e ad altre 800 circa a diffondere programmi a livello locale. Le tre Telepiu', cioe' le pay-tv che fanno capo alla Fininvest, avranno le concessioni a patto che rispettino alcuni obblighi relativi alle interruzioni pubblicitarie che saranno soggette a limiti rigorosi, agli avvenimenti sportivi di piu' rilevante interesse che non dovranno essere sottratti al godimento generale, e ad una quota di trasmissioni gratuite e "in chiaro" che dovrá essere dedicata ai lavori parlamentari e a programmi di promozione culturale.

Dura la reazione del presidente della Fieg Giovanni Giovannini, secondo il quale "l'unica cosa chiara e' che la Fininvest si porta a casa le sue tre reti: per tutto il resto la confusione e' totale... Per le tre tv a pagamento le concessioni saranno rilasciate subordinatamente all'adozione di prescrizioni molto vagamente accennate. Ma non si dice ne' il quando ne' il come. E nemmeno e' chiaro quali e quante emittenti saranno oscurate (tra dieci giorni!). E tutto un preannuncio di ricorsi, querele, richieste di danni per miliardi a centinaia... Poiche' al di la' dei legittimi scontri ed interessi di parte, quello che drammaticamente manca nel Paese e' la coscienza dell'unitarieta' del nostro villaggio globale, della insensatezza di una guerriglia sparsa e confusa oggi attorno alle tv private, domani a quella pubblica o alla carta stampata e cosi' via. In questo caos, qualcuno ci sguazza: ma la piena liberta' di comunicazione ne soffre. E questo il vero problema ben piu' importante dei suoi iniqui e pur rilevanti riflessi economici... Il governo, alle prese, e cosi' brillantemente, con tanti enormi problemi, non ha creduto di poter fare diversamente: certo potra' farlo il Parlamento". [31]

 

Il presidente del Consiglio Giuliano Amato presenta al Parlamento la relazione sulla politica informativa e della sicurezza, relativa al primo semestre '92. Nel documento viene messa in evidenza la derivazione terroristica dei metodi mafiosi. "Consapevole dello sdegno e del crescente rifiuto che sempre piu' forti la sua attivita' provoca nella coscienza popolare, la mafia ha mutuato metodi terroristici allo scopo di intimidire, di alienare il consenso della gente dalle istituzioni e di suscitare sentimenti di sconforto, di abbandono e di sconfitta". In particolare sono tre i moventi che stanno dietro le stragi. La vendetta contro i magistrati (gli "eroici magistrati", vengono definiti nella relazione) che sono riusciti a portare dietro le sbarre i boss di Cosa nostra. C'e' poi il tentativo di prevenire l'azione di ricostruzione su base nazionale di quelle strutture e di quei metodi che "disciolti a Palermo nella seconda meta' degli anni Ottanta, erano stati alla vera origine della prima debacle giudiziaria della mafia". E infine l'intimidazione di pentiti, magistrati, governo, classe politica, forze dell'ordine e cittadini". "Non vi e' dubbio che la minaccia piu' incombente sulla sicurezza dello Stato -. si legge nella relazione di Amato - e' costituita, al momento, dall'azione fortemente destabilizzante del crimine organizzato". Il governo e' "perfettamente consapevole della gravita' del momento". Ma per fronteggiare nel modo piu' efficace la criminalita' organizzata - si sottolinea nella relazione - c'e' bisogno di una "ritrovata unita' di tutte le forze politiche e sociali". Una unita' che "in un passato recente ha gia' consentito di superare pericoli eversivi". [32]

 

Il ministro di grazia e giustizia Claudio Martelli invia una lettera al capo dell'ispettorato generale del ministero per sollecitare un´ispezione alla prima sezione della Corte di Cassazione presieduta da Corrado Carnevale.

Gli 007 del ministero di Grazia e Giustizia dovranno verificare la correttezza dell'intera gestione della sezione presieduta dal magistrato "ammazza-sentenze", con particolare riferimento ai criteri in base ai quali viene scelta la composizione dei collegi giudicanti e viene stabilita l'assegnazione dei processi. Per controllare se non ci siano stati favoritismi, vista anche la delicatezza delle cause che fino a poco tempo fa finivano esclusivamente alla Prima sezione. In sostanza si mette in discussione la gestione che della sezione e' stata fatta dal suo presidente titolare, e cioe' Corrado Carnevale che e' il "dominus" incontrastato nella definizione dei ruoli e dei collegi e dei relatori delle cause principali. Una situazione che e' ben nota al capo degli ispettori, Ugo Dinacci, che e' stato per qualche tempo uno dei consiglieri della sezione. Il ministro Martelli vuole affrontare una volta per tutte anche il problema del ruolo della Cassazione all'interno del sistema penale (ruolo che si e' modificato nel corso degli ultimi anni, con continui sconfinamenti nella valutazione del merito dei processi) e, per preparare un adeguato intervento legislativo, ha insediato una Commissione presieduta da Giovanni Conso, ex presidente della Corte Costituzionale. Ne faranno parte magistrati, avvocati e professori universitari. Tra i primi designati l'ex capo del pool antimafia di Palermo Antonino Caponnetto; il professor Vittorio Grevi; il segretario generale presso la presidenza del Consiglio, Fernanda Contri; e Vittorio Chiusano, presidente dell'Unione delle Camere penali.

Ma torniamo all'ispezione. Tutto e' nato da un'inchiesta della Procura distrettuale antimafia di Palermo condotta da Paolo Borsellino. Dalle indagini e dalle rivelazioni di un pentito erano emerse collusioni e complicita' con organizzazioni criminali e con cosche dell'Agrigentino di un segretario della cancelleria della Prima sezione, Giuseppe Schiavone, andato in pensione nel 1991. Successivamente, il procuratore di Roma, al quale l'inchiesta palermitana era stata trasmessa per competenza, aveva segnalato "l'esistenza di prassi generalizzate e consolidate", accompagnate da "dazioni di danaro o altre utilita' ", riguardanti "i rapporti tra avvocati e personale di cancelleria per rilascio di copie, fissazioni di udienze, comunicazione di esiti e formazione di collegi giudicanti". Di qui la necessita', in via del tutto autonoma rispetto all'inchiesta penale, di verificare "la possibilita' - afferma il ministro Claudio Martelli nella lettera al capo dell'Ispettorato - che soggetti anche interni all'amministrazione ed in essa a qualsiasi livello collocati, per l'eventuale assenza o vaghezza dei criteri indicati, facciano sorgere nelle persone interessate il convincimento che l'assegnazione di un procedimento all'uno o all'altro collegio o giudice si concretizzi in un illecito trattamento di favore". L'ispezione ministeriale dovra' quindi accertare "l'esistenza di criteri oggettivi e predeterminati nella composizione dei collegi della Prima sezione e nell'individuazione dei singoli relatori, nonche' nell'attribuzione delle decisioni all'uno o all'altro collegio della sezione e ogni altro elemento di rilevanza disciplinare che dovesse emergere nel corso delle indagini". Va detto infine che gli accertamenti amministrativi predisposti ieri sono tutt'altro rispetto al famoso "monitoraggio" sulle sentenze della Prima sezione, predisposto gia' dall' llora ministro Giuliano Vassalli, il cui esito e' dato ormai come imminente. Dal monitoraggio difficilmente potrebbero scaturire delle conseguenze di tipo disciplinare nei confronti di Carnevale (trattandosi di un sindacato sul giudizio di un collegio giudicante). Cosa invece che potrebbe avvenire se l'ispezione appena disposta portasse alla luce delle irregolarita' . Quanto alla Commissione di studio, scopo del nuovo organismo e' quello di approfondire i problemi connessi con la complessita' delle competenze della Corte di Cassazione, nonche' di fornire al legislatore indicazioni e suggerimenti in vista di interventi normativi che consentano di razionalizzare il giudizio di legittimita' e di "riaffermare - dice Martelli - quella piena certezza del diritto che operatori e cittadini giustamente reclamano".[33]

 

 

Venerdí 14 agosto 1992

 

Il Corriere della Sera dà notizia di un piano di mafia e 'ndrangheta studiato per eliminare Giovanni De Gennaro (numero due della Dia) e il sostituto procuratore generale di Reggio Calabria Vincenzo Macri'. Il piano é stato svelato da un grosso narcotrafficante arrestato alcune settimane fa ad Amsterdam in Olanda. Il nome per ora rimane "top secret". "Vi posso assicurare che e' un personaggio attendibilissimo - confessa lo stesso giudice Macri' - lo conosco, ho avuto piu' volte a che fare con lui: conosce vita, morte e miracoli delle famiglie reggine".

"Mister X", dunque, viene sorpreso con le mani nel sacco dalla polizia olandese e rinchiuso in galera. Qualche giorno piu' tardi chiede di parlare con un funzionario dell'Ambasciata italiana, perche' ha cose importanti da riferire. Di che si tratta? Il futuro "collaboratore" si rifiuta di fare anticipazioni. "Parlero' solo ad un consigliere della mia ambasciata", dice. Ecco, allora, la rivelazione. Il racconto di "Mister X" e' pieno di fatti concreti, di riscontri, di protagonisti ben noti. Pure il colonnello Angiolo Pellegrini, responsabile della Dia in Calabria, e' convinto che il "nostro uomo" stia dicendo la verita'. Dunque, mafia e 'ndrangheta avevano studiato un piano per eliminare De Gennaro e il sostituto procuratore generale Macri'. Una "omicidio-connection" che avrebbe dato respiro ad entrambe le organizzazioni. Alle cosche siciliane e, in particolare a quella di Ciaculli, Giovanni De Gennaro non dava tregua. Prima, come responsabile del servizio operativo della Criminalpol, poi come vicecapo della Dia. Ma perche' proprio le cosche reggine? Per la semplice ragione che De Gennaro e' calabrese, le ferie le avrebbe passate nella sua casa di Monasterace. E li', la 'ndrangheta avrebbe potuto agire con sicurezza. Per ricambiare il favore, Cosa nostra avrebbe dovuto uccidere il giudice Macri'. "Sono un bersaglio facilissimo", ha commentato lo stesso giudice, che e' ancora senza scorta. [34]

 

 

Sabato 15 agosto 1992

 

Il Ministro dell’Interno Nicola Mancino fa visita ai commercianti di Capo D’Orlando in Sicilia. Durante un’assemblea pubblica nella sala comunale Mancino fa improvvisamente intendere che vi sarebbero indagini in corso su Licio Gelli: “Abbiamo varato altre leggi, stiamo perfezionando altri meccanismi. Adesso alla magistratura ed alla guardia di finanza spetta un compito duro: andare ad accertare i patrimoni indebiti, le ricchezze accumulate illegalmente…Per esempio il cittadino Gelli lo vogliamo sottoporre a verifica? Non il ministro deve farlo, non il governo. Devono farlo gli apparati dello Stato.” Alle domande dei giornalisti su controlli in corso il Ministro è allusivo. “Alcuni…non so…a me sembra assurdo che si facciano movimenti bancari di 500 milioni per volta e nessuno se ne accorga. Questo signore, cittadino come gli altri, lo vogliamo sottoporre ad indagine?... Io penso ad esempio che i magistrati di Arezzo possano indagare sulle recenti intermediazioni fatte da Gelli e del resto ammesse dai suoi stessi avvocati.” [35]

Più tardi in serata si verrà a sapere che Gelli è già sottoposto ad indagine dalla procura aretina.

Casualmente lo stesso giorno compare sull’Indipendente un’intervista dello stesso Gelli in cui il massone lancia accuse di illegittimità sulla perquisizione ordinata dai magistrati milanesi Turone e Colombo il 19 marzo 1981 in seguito alla quale emersero gli elenchi della P2. Gelli ammette di essere "un banchiere senza licenza" e di aver movimentato qualcosa come 17 mila miliardi di lire al cambio attuale. Ed e' sempre l'ex maestro venerabile ad avanzare un inquietante parallelismo: "Il capitale finanziario e' come l'esplosivo: se chi lo maneggia e' competente e soprattutto serio e affidabile si comporta docilmente (...) altrimenti gli scoppia in mano. Io lo so maneggiare".[36]

Gelli lancia oscuri messaggi facendo riferimento ad una parte di iscritti che non sarebbero stati scoperti ed affermando che Sindona è stato suicidato. Per trovare il movente, conclude sempre Gelli, bisognerebbe indagare nell’ambiente politico dove aveva gratificato tanta gente per tanti anni.

 

 

Lunedì 17 agosto 1992

 

Il Corriere della Sera conferma le indiscrezioni su un´indagine della magistratura a carico di Licio Gelli citando come fonte dell´informazione ambienti vicini al ministro. [37]

Il sostituto procuratore Elio Amato, titolare alla procura di Arezzo delle indagini su Licio Gelli, polemizza apertamente sull’uscita di Mancino: “Io dico che certe indagini non hanno bisogno di pubblicità. Se stiamo facendo delle indagini delicate è inutile tirarle fuori perché se chi doveva stare in campana…E’ inutile che noi stiamo qui a lavorare da mesi se poi una voce incontrollata…” [38]

La risposta del Ministro Mancino non si fa attendere ed é affidata ad un comunicato emesso dal Viminale: “Di fronte a grossi movimenti di capitale, come lascia intendere lo stesso Gelli in recenti interviste e come conferma Amato, piuttosto che risentirsi, sará il caso di fare bene e presto... nessuno deve intralciare, ma nessuno, neppure il giudice Amato, che si sta interessando della vicenda dal lontano mese di marzo, puó pretendere terreni di caccia riservata, quando la questione tocca interessi generali che vanno oltre la persona di Gelli”. [39]

Contemporaneamente compare sul mensile cattolico 30 Giorni un’intervista ad Armando Corona, ex-capo del grande oriente d’Italia. L’uomo che gestì il dopo Gelli all’interno della massoneria. Corona afferma che la P2 è stata inventata come una specie di Gladio massonica, perché la massoneria americana non si fidava di Lino Salvini, giudicato troppo di sinistra. Corona spiega che gli USA hanno bisogno di una massoneria di provata fede atlantica e così è nato Gelli.

 

Un portavoce della misteriosa organizzazione Falange armata telefona nel pomeriggio all'agenzia Adn Kronos per lanciare, con un forte accento siciliano, oscure minacce di morte. Destinatario: il ministro degli interni Nicola Mancino: "La retorica posticcia della fratellanza in armi messa in campo da lui e da altri suoi non meno compromessi compari non potra' reggere a lungo al vuoto lasciato dalla scomparsa del nemico comune. Mancino se ne accorgera' prestissimo, sulla propria pelle. Ha voluto anche lui saggiare la reale volonta' e determinazione degli avversari. Ha cominciato cautamente a sfidarli, aumentando a poco a poco la provocazione, finche' a un certo punto l'avversario si muove, deve muoversi, si indigna, prende contromisure energiche".

Qualche giorno prima un'altra telefonata della Falange aveva annunciato attentati contro il ministro di giustizia Claudio Martelli e il direttore dell'amministrazione penitenziaria Nicolo' Amato.[40]

 

 

Martedì 18 agosto 1992

 

Mancino risponde alle critiche del Pm Amato dicendo: “Se la gente ed anche il giudice di Arezzo prima di parlare si documentasse ci si risparmierebbe tante inutili polemiche. Io sono venuto a conoscenza dei movimenti di Gelli dai servizi informativi del ministero e ne ho parlato non per conoscenza diretta delle indagini giudiziarie in corso, ma sotto la forte impressione suscitata da quanto aveva affermato lo stesso Gelli in un’intervista al quotidiano L’Indipendente.” [41]

Una fuga di notizie su Panorama permette al settimanale di pubblicare importanti elementi sull’inchiesta che il PM Amato sta conducendo a carico di Gelli.

Anche il Corriere della Sera riporta elementi dell´indagine a carico di Licio Gelli e scrive che l´ex venerabile sarebbe indagato per tre ipotesi di reato tra cui riciclaggio. L´indagine sarebbe partita a marzo 1992 su segnalazione di un istituto di credito dove uno dei legali del Gelli aveva effettuato operazioni bancari per enormi importi di denaro. Interpellato dal Corriere, il sostituto procuratore Amato ha dichiarato che nei confronti di Gelli non e' stata emessa ancora alcuna informazione di garanzia. "Questo pero' - ha detto Amato - non ha niente a che vedere con il fatto che uno sia implicato o meno fortemente nell´indagine. Infatti, in base al nuovo codice, l'indagato deve essere "avvisato" solo quando si compiono atti istruttori cui ha diritto di assistere il suo difensore". [42]

Giuseppe Ayala concorda con l´allarme lanciato da Spadolini sugli intrecci mafia-P2. In un´intervista al Corriere della Sera il deputato del Pri afferma: "Spadolini ha ragione. Ci sono una serie di episodi, anche processuali, che dimostrano come nel corso della sua storia l'organizzazione mafiosa ha avuto rapporti molto stretti con i poteri occulti del Paese. Rapporti pericolosi". In particolare Ayala ricorda la testimonianza di Buscetta riguardo al coinvolgimento di Cosa Nostra enl tentato Golpe Borghese.[43]

 

Il quotidiano toscano La Nazione riporta che nelle vicinanze dell´isola di Pianosa sarebbero stati avvistati subacquei che, dopo esser stati notati, si sarebbero immediatamente allontanati. L'avvistamento sarebbe stato compiuto dalla fregata Carabiniere, una delle due unita' della marina militare che fino a qualche giorno fa pattugliavano le acque attorno a Pianosa. Nessuna imbarcazione di appoggio sarebbe stata individuata. Il quotidiano fiorentino collega quest'episodio all'escalation di violenza criminale nella vicina Corsica, anche perche' da uno dei centri dell'irredentismo isolano, La Ghisonaccia, si tiene sotto controllo il braccio di mare che separa l'isola francese da Pianosa. Potrebbe quindi essere una base operativa per chi fosse interessato a un qualche "blitz" verso l'isola bunker toscana, magari alcune frange di separatisti corsi alleate alla mafia: piu' che per uno sbarco vero e proprio, forse per la creazione di canali di comunicazione tra i boss in carcere e i loro luogotenenti. Secondo la prefettura si tratta comunque di ipotesi fantasiose.[44]

 

 

Mercoledí 19 agosto 1992

 

Il Corriere della Sera scrive che dietro lo scontro fra il ministro dell´interno Mancino ed il PM Elio Amato ci sarebbe una difficile collaborazione tra il sostituto aretino e la guardia di finanza autrice delle indagini patrimoniali su Lico Gelli: due, tre anni fa, la Guardia di Finanza aveva denunciato l'avvocato di Gelli, Giorgetti, per un acquisto di titoli di Stato per miliardi. Con successivo processo per riciclaggio. Situazione poi abortita per mancanza di prove. Anche allora, soldi di Gelli e archiviazione del Gip. Ora l´operazione si e' ripetuta. Il reato da contestare e' quello del riciclaggio. Su quali prove? La Finanza insiste, a questo punto, per la convocazione e la segnalazione diretta a tre organi di Stato: il comando della polizia valutaria di Roma, l'alto commissariato antimafia e il questore di Arezzo. Ma su quale base si puo' parlare di denaro sporco? Questo e' il nodo e qui c'e' lo scontro tra due intuizioni investigative. La Finanza, orientata verso lo sfondamento del "muro Amato", e il giudice che applica alla perfezione la legge. La vicenda Gelli-Finanza-Amato arriva sul tavolo di Mancino. E il discorso del ministro suona come un travolgente atto d'accusa. C´e' da aggiungere che i rapporti tra la Finanza e il magistrato, un po' bui e freddi nei mesi scorsi, ora sono improntati a collaborazione e stima. Dalla guerra alla pace. Tutto vero?

Dal canto suo in merito alla polemica nata sul caso Gelli il ministro Mancino dichiara: "Ho fatto solo il mio dovere. Apriamo i libri di Gelli e accertiamo. Se e' tutto regolare meglio". Mancino precisa di aver avuto "attraverso i servizi informativi del ministero" le notizie. "Mi hanno fatto molta impressione". Mancino sottolinea: "Il passato di Gelli deve allertare anche sul suo presente. Anche per evitare che eventuali intrecci si consolidino e il Paese ne soffra". Preccupano il ministro le "casse di documenti mai sequestrate sugli iscritti alla P2" di cui ha parlato Gelli e, conclude Mancino, le "solidarieta' che oggi prendono corpo. Gelli sarebbe bell' e dimenticato senza queste rinate solidarieta' ".  [45]

 

Sempre il Corriere della Sera rilancia un articolo del settimanale cattolico Il Sabato in merito ai rapporti Chiesa-massoneria: Prendendo spunto dal dibattito in atto in questi giorni sull'attualita' e sulla pericolosita' della loggia P2, il periodico cattolico scrive: "Forse quello che non e' ancora chiaro e' che questa loggia di garanzia di interessi USA ha continuato a garantirli efficacemente anche nel decennio ' 81-'91, dopo - non dimentichiamolo - quell'attentato a Giovanni Paolo II, preannunciato come cosa facile da realizzare da parte dei servizi segreti con due mesi di anticipo da Licio Gelli". "Ma qui ci interessa notare che l'opera di garanzia - si legge nell'editoriale - e' proseguita anche attraverso un progressivo imporsi del pensiero piduista all'interno stesso della Chiesa. Anche perche' dopo l'attentato a Woytjla, con le morti improvvise dell'arcivescovo di Firenze Benelli nel 1982 e di quello di Bologna Manfredini nel 1983, e' come se il signore avesse permesso che fossero eliminati i punti reali di resistenza al successo di tale cultura. Chiamiamo pensiero piduista l'aggiornamento di quell'americanismo che il magistero della Chiesa aveva gia' condannato". [46]

 

 

Giovedí 20 agosto 1992

 

In merito alla fuga di notizie sul settimanale Panorama relative all´inchiesta su Licio Gelli il PM Elio Amato dichiara: "Penso che le indiscrezioni sull'inchiesta condotta dalla magistratura anticipate da Panorama siano una manovra diretta ad affossare le indagini”. [47]

 

Il Corriere della Sera scrive che le indagini sulle stragi di Capaci e via D´Amelio sarebbero ad un punto di svolta grazie alla testimonianza di un collaboratore di giustizia: il cerchio delle indagini si stringe attorno al gruppo criminale tornato sulla scena con operazioni di stampo terroristico. Alla Procura di Caltanissetta il clima e' quello che precede le svolte clamorose e i dirigenti della squadra mobile di Palermo ammettono che per la prima volta, dopo centinaia di delitti impuniti, le indagini procedono nella direzione giusta. Gli investigatori hanno nelle mani la prova che dietro l eliminazione di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino sia stata una sola regia. Era un semplice sospetto ma e' diventato certezza grazie alle imbeccate di alcuni pentiti dell'ultima ora. Uno di essi, in particolare, sembra in grado di svelare molti dei misteri che ruotano attorno alle stragi di Capaci e via D'Amelio. Ogni tentativo di saperne di piu' cozza contro il muro di riserbo eretto attorno all'inchiesta. Gli investigatori sono abbottonatissimi e frenano la curiosita' dei cronisti spiegando che una fuga di notizie, in questo momento cosi' delicato, potrebbe mandare in fumo il paziente lavoro di intelligence durato alcune settimane. [48]

 

Sempre il Corriere della Sera cita un dossier sulla massoneria pubblicato dal mensile cattolico Trentagiorni a giugno 1992 e due interviste dello stesso mensile in merito alle coperture americane di cui godeva la P2: una a luglio al Gran Maestro Armando Corona (titolo "La Massoneria e l'applicazione della riforma liturgica") ed un´altra ad agosto a Tina Anselmi. Nel numero di luglio "Trentagiorni" denunciava "l'intreccio tra servizi segreti, "zucchetti" cardinalizi, massoni, che spesso ha portato la Chiesa a farsi interprete di progetti altrui". Faceva nomi, ma poco attuali e risaputi: i soliti Calvi e Sindona, Ortolani, Gelli, Marcinkus. Piu' curiosa - su "Trentagiorni" di agosto - una ricostruzione (nel decennale della morte) delle ultime giornate del cardinale Benelli che accredita una versione oscura di quell' infarto: ignoti avevano frugato tra le sue carte, egli non voleva farsi ricoverare in ospedale forse per "paura di un attentato alla sua vita". Conclusione clamorosa: "Cosi', insieme alla morte improvvisa di Giovanni Paolo I e di Enrico Manfredini, anche la morte di Benelli rimane un enigma". Simili accuse a ignoti erano contenute nel dossier a puntate "Tredici anni della nostra storia" pubblicato dal "Sabato" nel 1987: allora a "destare drammatiche domande" erano quattro "improvvise morti" di ecclesiastici. Oltre ai tre su cui insiste ora "Trentagiorni", veniva citata quella di Enrico Bartoletti (1976). [49]

 

A Palermo quattro banditi mascherati rubano un camion carico di esplosivi: tre quintali di esplosivo "tagex" a base di nitroglicerina, 13 detonatori, 400 metri di miccia. Una guardia giurata senza pistola stava portando con un camion a una cava nelle campagne tra Capaci e Torretta. Finiscono in carcere i titolari della ditta che effettuava il trasporto. Si tratta di marito e moglie, Pietro Badalamenti, 52 anni, e Maria D'Ugo, 44. Avrebbero dovuto chiedere un'autorizzazione alla questura anche per ottenere un servizio di scorta. E invece hanno fatto tutto in segreto. In manette anche l'autista, Francesco Virruso, 32 anni. Troppe crepe nel suo racconto ma i carabinieri si sono insospettiti quando hanno saputo che giusto ieri il metronotte aveva dimenticato la pistola a casa.[50]

 

 

Venerdì 21 agosto 1992

 

Il Corriere della Sera rivela alcune anticipazioni del dossier del settimanale Panorama sull´inchiesta che vede protagonista Licio Gelli: "Innocui titoli della Banca Nazionale del Lavoro e della Mediobanca utilizzati come garanzia per operazioni della criminalita' organizzata": e' questa - rivela il settimanale Panorama - la pista seguita dagli investigatori che indagano sulle operazioni bancarie di Licio Gelli. "I versamenti finora accertati - informa il periodico con un' anticipazione - ammontano a oltre 3 miliardi in contanti, divisi in tranche da 6-700 milioni, depositati fra il dicembre 1991 e il maggio 1992 nelle filiali di Arezzo della Bnl e del Banco di Roma. Altri versamenti, per importi forse superiori, sono stati effettuati presso la Banca Toscana. Con i contanti, Raffaello Giorgetti, l'avvocato che ha in cura il patrimonio dell'ex capo della loggia P2, ha acquistato certificati di deposito Bnl e Mediobanca zero coupon. Due investimenti tranquilli: non fruttano interessi elevati, non possono essere riconvertiti in denaro liquido prima della scadenza fissata. In compenso tutelano ampiamente il capitale". Scrive ancora Panorama: "Nel gennaio del 1992, dopo le prime segnalazioni delle banche, e' subito affiorato piu' di un dubbio. Si sono messe in moto Polizia e Finanza. E' partita l'indagine del magistrato di Arezzo, Elio Amato. E il fascicolo si e' ingrossato fino a divenire un dossier che il capo della Polizia, Vincenzo Parisi, e i responsabili della Divisione investigativa antimafia (Dia) hanno portato all'attenzione del governo. I primi risultati dell'inchiesta appaiono gia' esplosivi. I titoli acquistati per conto di Gelli sono stati impiegati come garanzia per operazioni altamente sospette. Almeno due istituti di Brescia e Sondrio hanno chiesto alle banche aretine la copertura per fidi da corrispondere a una finanziaria bresciana. Questa ha a sua volta emesso dei certificati di credito: a favore di un personaggio di spicco della camorra napoletana che, secondo gli investigatori, ha solidi legami con Cosa Nostra". Sempre secondo il settimanale l'inchiesta ha accertato che nell'aprile scorso, nella sua residenza di Villa Wanda, "si e' svolto un summit con tutti i protagonisti della vicenda. Compreso l´emissario della camorra. E compreso colui che viene considerato il consulente finanziario di Licio Gelli: Ennio Annunziata, ex comandante della Guardia di Finanza di Arezzo, il cui nome e' negli elenchi della P2". Gelli, raggiunto telefonicamente a Villa Wanda, ha detto: "Preferisco leggere Panorama quando uscira' per vedere quello che dicono, siccome vedo che il caldo sta colpendo ancora tante persone". Quanto ai certificati di deposito a cui si riferisce l'articolo, Gelli ha risposto: "Non mi interessa sapere quello che ha scritto la rivista perche' conti non ne ho". L'allarme su mafia e P2 e' stato anche al centro di un colloquio tra il Superprocuratore reggente, Di Gennaro, e il vicepresidente del Csm, Galloni. [51]

 

L’ex-sergretario della DC Flaminio Piccoli avanza in un’intervista al settimanale Il Sabato alcuni inquietanti scenari: “Sono convinto che in autunno ci saranno altri attentati. La grande macchina che manovra le cose in Sicilia e che ha fatto saltare Falcone e Borsellino non è siciliana. E’ una macchina italiana. Colpisce in Sicilia perché è lì adesso il punto debole del sistema. Ma sentiremo mordere anche a Roma e a Milano. Ho i capelli bianchi e en ho viste tante di stagioni. Per questo dico che Di Pietro è in pericolo. Loro hanno bisogno di una vittima, di un caso che esploda con lo stesso fragore di Matteotti. Ne hanno bisogno per poter dire: ecco, hanno ammazzato quello che metteva in galera i ladri. Ne ha bisogno chi arriverà dopo. Io vedo un’analogia tra il 1922 ed oggi. Ed il nuovo fascismo può avere tanti volti.” [52]

Forti perplessità sulle affermazioni di Piccoli vengono espresse da Gerardo D’Ambrosio: “E’ un periodo senza dubbio difficile per l’Italia, ma non è agitando lo spettro delle dittature che si risolvono i problemi. Se invece questo è un modo per suggestionare la gente e condizionare l’inchiesta…beh…noi non ci lascieremo turbare.”

In serata una nota Ansa riporta anche un durissimo commento di Francesco Borrelli, procuratore capo di Milano: “Il Procuratore della Repubblica di Milano si dichiara fortemente scandalizzato per le parole dell’on. Piccoli a proposito del magistrato Antonio Di Pietro. Se in possesso di informazioni, l’on. Piccoli avrebbe fatto bene a comunicarle alla procura della repubblica di Milano. Se si tratta di mere supposizioni, avrebbe dovuto astenersi dal darne una diffusione che oggettivamente, certo al di là delle intenzioni dell’on. Piccoli, conferiscono ad essa valenza di suggerimento ed intimidazione assieme.” [53]

 

Il Pm di Arezzo Elio Amato apre un’inchiesta "a carico di ignoti per accertare la provenienza dei documenti riservati sui quali sono stati elaborati servizi i cui contenuti sono stati anticipati da Panorama" a proposito dell’inchiesta su Licio Gelli. Di una cosa Amato e' certo: le notizie raccolte dal periodico non provengono dalla citta' toscana ma da Roma. Tanto che gli atti di cui riferisce il settimanale "sarebbero arrivati prima alla stampa che alla Procura competente". Una "talpa" romana, insomma, starebbe aiutando l'ex capo della P2 e i suoi soci.

 

A Palermo una telefonata anonima fa ritrovare il carico di nitroglicerina rapinato 2 giorni: in via Petrulla, a Passo di Rigano, si teme un'esplosione, un'altra strage. Per questo agenti e militari fanno  sgomberare otto palazzi, isolano la strada. Ma i 300 chili di "Tutagex" alla nitroglicerina sono ancora tutti li', nelle casse, insieme con micce e detonatori. [54]

 

 

 

Sabato 22 agosto 1992

 

Il ministro degli interni Mancino interviene sul caso Gelli in una intervista a Panorama: "Poiche' da pochi giorni era entrato in vigore il decreto antimafia ho parlato anche della novita' introdotta sul sequestro e poi sulla confisca dei patrimoni sospetti. All'interno di questo ragionamento ho inserito il caso di alcuni movimenti di capitali". Tra essi c' erano anche quelli di Gelli. "Ne avevamo discusso qualche giorno prima al Viminale - dice Mancino -. Per la verita' sono stato io a introdurre l'argomento Gelli, chiedendo ai tecnici presenti se fosse giusto che l'ex capo della P2 avesse una scorta. Personalmente ero e rimango convinto che a Gelli non spettasse tutta quella scorta. Mi e' stato fatto notare invece che era necessaria, perche' qualcuno poteva avere interesse a far scomparire Gelli o addirittura a eliminarlo". E precisa: "Ebbene, proprio nel corso di quella riunione al Viminale c'e' stato chi ha fatto presente che Gelli, di recente, ha spostato grossi capitali, anche 500 milioni alla volta, sui suoi conti correnti. Nessuno mi ha pero' parlato di un'inchiesta giudiziaria". Il ministro dell'Interno aggiunge poi che c'e' il rischio che la questione mafia-P2 possa essere utilizzata da qualcuno per allontanare l'attenzione dall'emergenza criminalita' . "Non vorrei diventasse un diversivo estivo", ha detto. Ma subito dopo conferma che se c' é questo "collegamento, bisogna stroncarlo". Comunque "il problema principale del governo e' la malavita organizzata". [55]

 

Il Corriere della Sera riporta che uno stesso gruppo di esperti in esplosivi avrebbe preparato le stragi Capaci e via D´Amelio: dall'inchiesta sulle stragi Falcone e Borsellino filtra un'indiscrezione: un solo "pool" di esperti in radiocomandi e in esplosivi ha lavorato per le cosche, preparando i congegni che hanno dato gli impulsi per far scoppiare l'inferno a Capaci e in via D'Amelio. E un particolare che conferma la strategia unica nei due attentati al tritolo: la mafia doveva cancellare dalla scena Falcone e Borsellino.[56]

 

Sempre il Corriere della Sera rilancia un´intervista al pentito Rosario Spatola pubblicata sul settimanale L´ESPRESSO. "La strage degli uomini dello Stato continuera' con le autobomba fino a quando non verra' preso Mariano Asaro", dice Spatola. Asaro e' ricercato per le stragi di Capaci e via D'Amelio. Latitante dall'83, sarebbe coinvolto nel fallito attentato al giudice Carlo Palermo. Spatola lo ha indicato come l'uomo del timer, dicendo che vive negli USA dopo aver preso la cittadinanza americana. "Quello che doveva succedere e' successo - dice Spatola - sono state decisioni prese tempo fa, quando ero ancora uno di loro. Era stato anche deciso di eliminare in una sola notte, contemporaneamente, in 10-15 citta' della Sicilia una pattuglia dei carabinieri".[57]

 

E' questo il testo di una telefonata anonima giunge a mezzanotte alla redazione romana di Repubblica: "Avvertite il senatore Spadolini che e' in preparazione un attentato contro di lui. Sappiamo che deve avvenire, ma non sappiamo ne' dove ne' quando". La minaccia viene presa molto sul serio dagli inquirenti anche perché il presidente del senato Spadolini era stato oggetto di altre minacce pochi giorni addietro quando si era recato in visita al comune di Brunico. La scorta di Spadolini viene rafforzata.[58]

 

 

Domenica 23 agosto 1992

 

Il capo dei senatori democristiani Antonio Gava rilascia al quotidiano Il Mattino una lunga intervista in cui afferma che una parte della P2 ancora operante starebbe cercando di scalzare la Dc dal suo ruolo centrale nella vita politica italiana ed in questo la ex-loggia segreta sarebbe appoggiata anche dall’estero.

 

Il quotidiano socialista Avanti! pubblica un duro attacco al magistrato milanese Antonio Di Pietro. In un corsivo intitolato "La fantasia e la realta' ", e solo apparentemente dedicato alle dichiarazioni di Piccoli (che ha previsto un attentato a Di Pietro), il l´Avanti! scrive: "Con il tempo e attraverso una migliore conoscenza dei fatti di cui qualcuno dovrebbe finalmente occuparsi, potrebbe persino risultare che il dottor Di Pietro e' tutt´altro che l'eroe di cui si sente parlare e che, in questo caso, come in tanti altri della vita, non e' proprio oro tutto quello che riluce. Allora molti giudizi dovranno essere rivisti e tante cose sbagliate ricollocate al loro giusto posto con grande vantaggio innanzitutto per la verita' e per la giustizia... Vi sono nell'inchiesta da lui guidata diversi aspetti non chiari e non convincenti, rapporti e relazioni connessi e collegabili all'inchiesta tutt'altro che chiari e tutt'altro che convincenti". Nell'inchiesta sulle tangenti, scrive il quotidiano del Psi, c'e' "un corso della giustizia che ha finito con il procedere a zig-zag". Quanto alle previsioni di Piccoli, l'Avanti! le ritiene infondate: "Nonostante siano tanti ormai i fattori torbidi riapparsi sulla scena nazionale a cominciare dalle sanguinose imprese del terrorismo mafioso, non pensiamo affatto probabile uno strumentale delitto Di Pietro". Quella di Piccoli, per il Psi, "e' una fantasia crudele... non crediamo che il magistrato in questione corra alcun pericolo di questa natura... Sono semmai altri i rischi che possono riguardare il dottor Di Pietro".

Segue immediatamente la reazione del procuratore della Repubblica di Milano Francesco Saverio Borrelli che interrompe per qualche minuto le sue vacanze per dettare all'Ansa un breve e freddo comunicato: "I magistrati milanesi dell'inchiesta Mani pulite, moderatamente stupefatti per le parole di senso oscuro che da svariate direzioni e con diversi intenti vengono affastellate sulla loro attivita' e sulle loro persone, non avvertono tuttavia alcun turbamento e proseguono, con la serenita' e con l'impegno di sempre, il loro faticoso lavoro di ricerca della verita' perche' sia riaffermato a ogni livello il primato del diritto".

Anche il procuratore aggiunto di Milano Gerardo D'Ambrosio interviene subito da Milano: "Quello dell'Avanti! e' un tentativo di intimidazione. Piu' volte gli avvocati e anche i politici hanno criticato l' utilizzo della carcerazione preventiva e altri aspetti della conduzione dell'inchiesta. Ma questa volta sembra di capire che quanto, secondo l'Avanti!, sta per emergere riguardera' piu' precisamente la persona di Di Pietro. É un fatto preoccupante, allarmante, gravissimo soprattutto se si considera l'autorevolezza di chi ha lanciato il messaggio... Sembra che l'Avanti! dica a Di Pietro: sta' attento che scaviamo nella tua vita. E questo e' un fatto grave, una chiara intimidazione. Se mi stupisco? Mah... Indagarono anche su di me, ai tempi di piazza Fontana. Ero accusato, pensate un po' , di avere un feeling particolare proprio con l' Avanti!". Poi D´Ambrosio sottolinea che il lavoro dei magistrati milanesi applicati all´inchiesta Mani Pultie é un lavoro di gruppo: "É ingenuo prendersela con Di Pietro. I pm di questa inchiesta sono tre. E poi ci siamo io e Borrelli che siamo messi al corrente di tutto. Questa non e' l' inchiesta di Di Pietro, e' l'inchiesta di un pool di magistrati. E non si dimentichi che i nostri provvedimenti sono stati convalidati da diversi giudici per le indagini preliminari, da diverse sezioni del tribunale della liberta' e dalla Corte di Cassazione. Siamo sempre stati abbastanza certi del fatto che si sarebbe tentato di delegittimare questa inchiesta. Ma ora si stanno utilizzando metodi gravemente intimidatori. Chi ha fatto il corsivo dell'Avanti! dovra' spiegare a che cosa allude".[59]

L' associazione nazionale magistrati reagisce chiamando in causa anche il presidente del consiglio Giuliano Amato e il ministro di grazia e giustizia Claudio Martelli. "E' inammissibile ed inquietante -  dice il comunicato diffuso dall' Anm - che il partito che esprime il presidente del Consiglio e il ministro della Giustizia attacchi un ufficio giudiziario con espressioni di contenuto oscuro, ma di evidente finalita' intimidatoria. E' appena il caso di ribadire che l'alta professionalita' dei componenti l'ufficio destinatario di quelle parole garantisce la prosecuzione della rigorosa ricerca della verita', per l'affermazione del primato della legge". Il comunicato e' firmato dal presidente dell'associazione nazionale magistrati Mario Cicala, dal segretario generale Franco Ippolito e dal vicepresidente Giovanni Tamburino.[60]

 

Il Corriere della Sera pubblica un´intevista al deputato del Pri Giuseppe Ayala:

 

MS: “E' credibile, giudice Ayala, il pentito Rosario Spatola che indica nel boss Mariano Asaro, l' artificiere delle stragi di Capaci e via D' Amelio?”

Giuseppe Ayala (GA): "Ho scavato nella memoria, ma io questo Asaro non l'ho conosciuto. La credibilita' di Spatola compete ai colleghi che dovranno verificare la fondatezza di queste indicazioni".

MS: “Puo' "toccare ora", come dice Spatola, al maresciallo Canale, braccio destro di Borsellino, o ai giudici Natoli e Lo Voi?”

GA: "Ho il timore, mi auguro infondato, che ci possano essere altri attentati, ma non mi sento di indicare dei bersagli precisi".

MS: “I rapporti mafia-massoneria?”

GA: "Non e' un fatto inedito, ci sono state delle vicende processuali che hanno confermato in qualche occasione la connessione tra mafia e pezzi di potere occulto. Non sarebbe la prima volta. Basta ricordare la vicenda del treno 904, la finta fuga di Sindona. Non credo che il discorso possa essere esteso pero' a tutta la massoneria".

MS: “Crede nella "mano unica" in questa serie di omicidi e stragi che comincio' da Lima?”

GA: "Con le dovute differenze sui moventi penso che un nesso ci sia. L'omicidio Lima e' il segnale della rottura di un qualche equilibrio dei rapporti tra mafia e potere, mentre gli omicidi di Falcone e Borsellino hanno certamente un movente che affonda molto nell'impegno che i due avevano profuso nella loro attivita' . Ma s' inseriscono in un quadro in cui vi e' un forte segnale di sovranita', di potenza, di forza, mandato a un potere con il quale probabilmente il rapporto della mafia e' in crisi".

MS: “In un dibattito pubblico in Sicilia s'e' detto che Andreotti era il referente di Lima, il quale era la cerniera tra mafia e politica.”

GA: "E' un' affermazione forte, io posso dire che certamente Lima da molti anni era il cosiddetto rappresentante di Andreotti in Sicilia, questo e' sicuro, e che mantenesse qualche rapporto con le organizzazioni mafiose risulta anche da indicazioni di pentiti. D'altra parte e' molto difficile in Sicilia avere esponenti del potere costituito che facciano a meno di certi rapporti. E' quasi fatale, direi. Per Lima poi non c'e' da dimenticare che e' stato ucciso e questo lo fa diventare ai miei occhi una vittima della mafia. Riflettendo sul movente non siamo su un piano omogeneo rispetto a Falcone e Borsellino".

MS: “E l'esercito in Sicilia?”

GA: "Io non credo che venga visto dai siciliani come prevaricazione dello Stato. L'invio dei militari probabilmente e' stato un provvedimento giustificato, di cui soprattutto il governo aveva necessita'. Pero' non e' che possiamo affidare alla presenza stabile dell'esercito la riconquista del territorio da parte dello Stato".

MS: “Pensa che chi si esprime contro l'esercito in Sicilia faccia il gioco della mafia?”

GA: "Mi sembra molto eccessiva come affermazione. Devono soltanto riuscire a capire quali sono le strade da percorrere per recuperare terreno da parte dello Stato nei confronti della mafia. Quella dell'invio dell'esercito non mi pare sia, nel medio termine, una strada di questo genere. Nel breve e' giustificata da una necessita' anche di carattere politico. La strada e' un'altra e sono convinto che i ministeri competenti la conoscano. E' una rete informativa da costruire, molto dettagliata, molto capillare, che consentira' risultati, non nell'immediato, utili a colpire bersagli mirati".[61]

 

 

Mercoledí 26 agosto 1992

 

Si svolge a Roma una riunione della segreteria in cui si discute anche dei corsivi pubblicati dal quotidiano Avanti! contro Antonio Di Pietro. Il segretario del Psi Bettino Craxi ha genericamente parlato di iniziative che dovranno prendere forma "nelle sedi proprie previste dalle leggi". E dovranno investire gli "aspetti ritenuti non chiari e non convincenti riguardanti una parte dell'inchiesta milanese". Il "dossier" riguardante Di Pietro non e' stato illustrato in dettaglio a tutti i membri della segreteria, che si sono accontentati di accenni per sommi capi. Il mistero e' stato svelato solo in un secondo tempo, nel corso di una riunione piu' ristretta a cui, oltre a Craxi, hanno preso parte Gennaro Acquaviva, Rino Formica e Giuliano Amato. Al termine dell´incontro Formica dichiara: “Craxi ha un poker, anzi una scala reale".[62]

 

Liliana Ferraro viene nominata direttore generale degli affari penali al ministero di grazia e giustizia. Questo il suo ritratto in un articolo del Corriere della Sera:

 

Sulla poltrona che fu di Giovanni Falcone siede, da oggi, una donna. Liliana Ferraro e' la nuova direttrice degli Affari penali del ministero della Giustizia. "Mi carico sulle spalle un peso terribile - sospira -. Non so davvero se e' piu' alto l'onore o l'onere. Ho lavorato dieci anni con Falcone. E adesso che ne ricevo l'eredita' cerco di ricordare come agiva, come perseguiva i suoi scopi, perche' voglio continuare la sua opera in modo soddisfacente". Ha un'aria molto decisa, Liliana Ferraro, quarantottenne nativa di Lustra Cilento, paesino dell'entroterra salernitano. E fu proprio quel suo piglio duro, molto risoluto, che attiro' su di lei l'attenzione di Adolfo Beria d'Argentine. Era il 1973 e la Ferraro lavorava al Tribunale di Lodi. Fra i colleghi milanesi comincio' a spargersi la voce di questa giovane molto determinata e con una capacita' sbalorditiva di macinare lavoro. Beria d'Argentine, che era capo di gabinetto del ministero della Giustizia, la chiamo' a Roma. A quell'epoca imperversava il terrorismo. La Ferraro si trovo' subito in prima linea. Seguiva l'evolversi del fenomeno eversivo per conto del ministero. E in breve divenne la persona che svolgeva il collegamento fra il ministro e il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che era capo delle forze antiterrorismo. "Fu un periodo infame - ricorda la Ferraro -. Mi occupavo della legislazione carceraria, delle carceri speciali, dei terroristi detenuti. Vidi morire tante persone. Per esempio, il giudice Tartaglione, con cui collaboravo qui al ministero. Dopo il delitto Moro mi sentivo veramente depressa, non ne potevo piu' di tanti morti, e decisi di cambiare aria".

Passo' all'ufficio legislativo e comincio' a tenere, per conto del ministero, i rapporti con il Consiglio d' Europa e la Comunita' europea. Si occupava soprattutto di leggi in materia di estradizione e di lotta al terrorismo. Successivamente, "proprio per un bisogno di respirare un poco", si fece trasferire in Cassazione. Lavorava al massimario penale. Ci rimase poco, pero'. Troppa noia: lei si stufo' ed eccola di nuovo al ministero, nel 1983, stavolta come direttore dell'ufficio attrezzature. Fu a quell'epoca che conobbe Giovanni Falcone. L'ufficio che dirigeva la Ferraro era quasi inesistente. Ma stava assumendo un ruolo importantissimo, perche' doveva curare l'organizzazione pratica della sicurezza dei magistrati minacciati dalla mafia. Per Falcone, la Ferraro scelse le auto da far blindare. Poi curo' la creazione dell'ufficio del magistrato palermitano, gli fece acquistare computer e tutto il materiale necessario per un moderno ed efficiente ufficio di giudice istruttore. Un po' alla volta, lei divenne la persona incaricata di attrezzare gli uffici di tutte le aree calde della penisola, e di fornire la massima assistenza ai magistrati titolari di inchieste sulla mafia.

La costruzione della grande aula bunker dove si e' celebrato il maxiprocesso di Palermo avvenne sotto la regia della Ferraro. Lei controllo' la realizzazione della struttura, lei organizzo' i servizi di sicurezza all'interno e all'esterno dell'aula, lei si occupo' dei problemi di trasferimento dei boss detenuti, lei mise a punto le forme piu' adeguate di assistenza ai giudici. Quando Falcone divenne direttore degli Affari penali al ministero, volle al suo fianco questa donna d'acciaio. E adesso, dopo la terribile fine del magistrato, tocca a lei prenderne il posto. Si occupera' di rapporti con gli uffici giudiziari, di problemi connessi alle estradizioni e alle rogatorie internazionali. Insieme con Livia Pomodoro, capo di gabinetto, diventa la seconda donna in un posto chiave al ministero della Giustizia.

Divorziata, e senza figli, la Ferraro e' un vulcano. Per calmarsi un poco, a volte si chiude in casa ad ascoltare musica. Adora Verdi, ma dice che la Carmen si adatta meglio di ogni altra opera ai suoi umori. E' molto orgogliosa della sua terra: "Nel Cilento la gente e' dura come la roccia. Agli amici romani mando a Natale fichi delle mie parti, ricoperti di cioccolato, e con un biglietto che dice: "Rare dolcezze della mia terra". Crede che la cosa piu' saggia della vita sia mangiare in pace "un piatto di pasta fatto in casa e con sopra i pelati fatti con le mie mani".[63]

 

 

Giovedì 27 agosto 1992

 

Antonino Caponnetto invia un telegramma di solidarietà ad Antonio Di Pietro per la serie di velenosi attacchi rivolti al magistrato milanese dal quotidiano socialista L’Avanti. Caponnetto esprime anche forti perplessità sull’incarico offertogli dal Ministro Martelli per una collaborazione al ministero proprio in seguito agli attacchi cha hanno colpito Di Pietro.

 

 

Venerdí 28 agosto 1992

 

Il Corriere della Sera presenta alcuni risultati di una ricerca dell'Ispes, "La Mafia vista dagli altri", dedicata al trattamento riservato agli omicidi Falcone e Borsellino da 4 quotidiani europei - Die Welt di Amburgo, Financial Times di Londra, Le Monde di Parigi, El Pais di Madrid - e dall'International Herald Tribune, che pubblica in Europa articoli del New York Times e della Washington Post:

 

I 58 articoli pubblicati dai 5 quotidiani da maggio a luglio sul tema della criminalita' organizzata sono un esempio evidente della diversa e maggiore attenzione che il nostro Paese riceve dagli osservatori stranieri rispetto al passato. Non piu' quindi vignette e pezzi di colore sull'italiano tutto "pizza, lupara e mandolino", ma complesse analisi politiche e sociologiche occupano le prime pagine dei piu' prestigiosi giornali stranieri. Il perche' lo spiega Le Monde, (con 18 articoli il piu' attento commentatore delle vicende italiane assieme a Die Welt), osservando che altri Paesi oltre il nostro conoscono il terrorismo mafioso, ma alcuni di questi, come la Colombia, sono Paesi del Terzo Mondo. Al contrario, "il caso italiano stona tra le grandi democrazie industriali, tanto piu' che la Penisola e' saldamente ancorata alla Comunita' Europea e la sua economia e' la terza in importanza dei Dodici, e una delle piu' dinamiche". Altra motivazione per l'approccio finalmente rigoroso riservato ai fatti italiani in occasione dei drammatici attentati a Falcone, Borsellino e alle loro scorte, la fornisce Die Welt, quando scrive che "l'idra del crimine organizzato non e' un problema della lontana Sicilia. É un problema europeo". Entrando nel merito dei contenuti dell'indagine, secondo Gian Maria Fara, presidente dell'Ispes, l'informazione prodotta dalle testate analizzate puo' essere ricondotta a quattro filoni fondamentali: l'arroganza e il senso di impunita' che traspare dall'azione mafiosa; la volonta' di rivalsa e di liberazione dal crimine organizzato che scuote l'Italia; le disfunzioni e i condizionamenti delle istituzioni; la valenza internazionale del fenomeno mafioso. Ecco cosi' che lo spietato attentato a Giovanni Falcone rappresenta, secondo il New York Times, "il segno della fiducia in se stessa che ha la mafia e il potere di schernirsi delle autorita' in un'epoca in cui il suo dominio non e' mai stato cosi' esteso"; mentre il parere del Financial Times e' che "la mafia ha intensificato la sua campagna intimidatoria diretta contro il potere giudiziario italiano assassinando Paolo Borsellino, il piu' eminente magistrato antimafia". Molti sono i titoli e gli articoli a proposito delle reazioni della societa' civile di fronte alla sfida mafiosa. Die Welt titola la cronaca del funerale di Falcone "Diecimila prendono posizione contro la mafia", mentre per Le Monde "L'attentato di Palermo suscita un' ondata di collera in Italia", e l'International Herald Tribune scrive "Con i funerali del crociato (Falcone n.d.r.) l'Italia scarica la sua rabbia sul terrorismo mafioso". Non mancano, ne' potrebbero mancare, aspre critiche al governo italiano. Scrive infatti Die Welt: "Piu' forte e' la criminalita' al Sud, e ormai non solo al Sud, piu' deboli sono le istituzioni a Roma e nel Paese". Gli fa eco Le Monde: "L'assassinio di Paolo Borsellino rilancia il dibattito sulla credibilita' dello Stato", e afferma, durissimo, El Pais: "La Mafia uccide e il governo detta decreti. Cosa Nostra puo' continuare tranquilla. L'Italia no". Infine l'Herald Tribune spiega ai suoi lettori: "Agli occhi di molti italiani, la continua incapacita' di tenere sotto controllo questo regno di stragi ed intimidazioni sta alla base del biasimo verso il governo di Roma e verso la sua lunga tradizione di tolleranza del crimine organizzato". Si tenta di capire quindi, ma si evita di giudicare. Perche', come dice Le Monde, questa e' proprio una strana guerra.[64]

 

Il segretario del Psi Bettino Craxi prosegue nella sua azione di delegittimazione del PM milanese Antonio Di Pietro e lo accusa di essere stato "intimo amico" di alcuni personaggi finiti sotto inchiesta per le tangenti. Craxi precisa che si e' "limitato a dire quello che altri, che hanno maggior titolo di me, spero vorranno dire con chiarezza, cose di cui molti mormorano da tempo e di cui qualcuno presto o tardi dovra' pure occuparsi". In pratica le accuse infamanti di Craxi puntano a screditare Di Pietro tirando in ballo la conoscenza del magistrato con alcuni indagati nell´inchiesta milanese, in particolare i politici Maurizio Prada (Dc) e Sergio Radaelli (Psi). Secondo Craxi il PM milanese avrebbe approfittato di Prada e Radaelli per indurre altri personaggi a confessare.[65]

In sostanza Craxi cerca di buttare fango sull´operato della magistratura milanese in modo da ottenere un eventuale trasferimento delle inchieste a suo carico presso altri uffici giudiziari.

Sulle accuse e mezze allusioni lanciate da Craxi a carico di Di Pietro il ministro della giustizia Claudio Martelli, titolare di un´eventuale azione disciplinare, tace.

Chi non aspetta a prendere una posizione chiara é invece Antonino Caponnetto il quale,  dopo aver mandato a Di Pietro un telegramma di solidarieta', dichiara: "Gli ultimi avvenimenti mi hanno lasciato un po' perplesso – afferma Caponnetto - e parlo come cittadino qualunque, ma i fatti di questi giorni danno una immagine che lascia molti dubbi e molti interrogativi". Non c'e', chiarisce Caponnetto, "alcuna contrapposizione" tra lui ed il ministro Martelli. C'e' "un reciproco rispetto". E tuttavia il magistrato dice di "restare nell'attesa fiduciosa che su certe questioni di fondo, come quella relativa ai corsivi dell'Avanti!, il ministro Martelli prenda una posizione chiara". Da questo, fa capire Caponnetto, puo' dipendere la sua accettazione o meno dell'incarico di consulente antimafia che Martelli gli ha offerto. "Intendo aspettare l'evoluzione delle cose - dice il magistrato - augurandomi che sia in positivo. Nei prossimi giorni verranno da me i colleghi del ministero per parlare di questa proposta che deve essere ancora definita nei particolari. Solo allora decidero' cosa fare". [66]

Numerose critiche piovono anche sul presidente del consiglio Giuliano Amato per aver partecipato alla riunione della segreteria socialista in cui Craxi ha chiamato un causa Di Pietro e le presunta irregolaritá nell´inchiesta milanese. Palazzo Chigi diffonde una nota in cui si afferma che il presidente del Consiglio si e' richiamato ai "principi del nostro ordinamento, nel quale il governo dipende politicamente da un Parlamento, che e' articolato in gruppi parlamentari collegati ai partiti". Amato spiega la sua presenza in via del Corso con l'esigenza di "illustrare gli orientamenti del governo in materia di investimenti e occupazione". Sottolinea che il suo intervento non e' andato al di la' di questi limiti. Aggiunge infine che "sul tema che ha destato piu' interesse e piu' scalpore, l'on. Craxi e' stato con me di una grande correttezza formale. In mia presenza infatti si e' limitato a leggere una breve dichiarazione gia' scritta, poi rilasciata alla stampa".[67]

Il Pds, i Verdi, la Rete e Rifondazione Comunista firmano un documento congiunto in cui criticano la partecipazione di Amato alla riunione di segreteria del Psi dove il segreatario Craxi ha accusato Antonio Di Pietro e sottolinenano che la divaricazione tra i socialisti e il resto della sinistra tende di nuovo ad allargarsi:  Massimo D'Alema dichiara al TG3 che la "questione morale" e' un macigno che preclude il dialogo.[68]

L´Anm prende posizione attraverso una nota del segretario generale Franco Ippolito: "Escluderei che qualche difensore si presti ad eseguire le strategie processuali elaborate dal segretario del Psi. A differenza dei giocatori di poker ogni operatore del diritto sa che la decisione sulla liberta' degli indagati e' di competenza del Gip e non del procuratore; che il pubblico ministero non puo' essere ricusato e che unica autorita' legittimata a decidere sull'eventuale facolta' di astensione di un sostituto e' il procuratore. Al pubblico ministero compete di esercitare l'azione penale in tutti i casi in cui emerge una notizia di reato. E cio' ha fatto la procura di Milano". Nella sua nota, Ippolito precisa che "di fronte alla miseria di accuse, la cui inconsistenza appare eguagliata soltanto dal clamore di una campagna politica che mira ad ostacolare un' indagine attraverso la delegittimazione del magistrato inquirente,. la professionalita', l'indipendenza ed il rigore morale del procuratore Borrelli costituiscono piena garanzia che le ripetute intimidazioni del non piu' anonimo corsivista dell'Avanti! rimarranno fragorose sparate a salve indicative dello sbandamento di chi ha smarrito il senso dello Stato di diritto". [69]

 

Alla famiglia di Emanuela Loi, uno degli agenti di scorta di Paolo Borsellino uccisi nella strage di via D´Amelio, vine recapitata una fattura per pagare una parte delle spese della cerimonia funebre:

 

Prima lo sfregio della mafia, poi lo schiaffo dello Stato. Certo, la tremenda mazzata inflittagli dai boia di Cosa nostra che gli hanno fatto a pezzi la figlia e' cosa ben piu' grave del piccolo sgarbo ricevuto dai palazzi del potere romano. Ma Virgilio Loi, padre di Emanuela, la donna poliziotto che scortava il giudice Borsellino in via D'Amelio nel giorno dell'ultima strage di mafia, non avrebbe mai immaginato che per i funzionari del ministero degli Interni "funerali di Stato" significa solo cerimonia in pompa magna, sotto l'occhio della Tv, e nient'altro. Pensavano che le spese sarebbero state a carico delle finanze pubbliche. E invece, a tumolazione avvenuta, si sono visti recapitare dall'impresa di servizi funebri una salatissima fattura, tre milioni e mezzo da pagare a strettissimo giro. Loi ha pensato a un errore. Ma e' rimasto di ghiaccio quando, chiedendo lumi al titolare della ditta, ha appreso che lo Stato aveva onorato gli impegni solo per meta' dei sette milioni complessivi. "Per avere il resto mi hanno detto di rivolgermi a lei", ha spiegato il necroforo. Virgilio Loi l'ha presa malissimo. Gli e' sembrata una beffa crudele proprio perche' per servire lo Stato la sua Emanuela ha pagato il piu' alto dei prezzi. Riteneva di meritare ben altre attenzioni, dopo quanto e' accaduto quel maledetto 19 luglio. Solo dopo un giro di telefonate tra le questure di Palermo e di Cagliari (Emanuela Loi era nata a Sustu) con richiesta di chiarimenti a Roma, sono arrivate alla famiglia Loi le scuse imbarazzate del ministero e la promessa che lo Stato rimborsera' la somma versata per errore e che, anzi, presto avra' anche i 100 milioni previsti per i familiari delle vittime della mafia.

L'episodio sarebbe forse passato sotto silenzio se i responsabili dell'associazione intitolata ad Antonio Montinaro, un agente morto con Falcone nella strage di Capaci, non avessero informato un cronista che ha sollevato il caso con una serie di telefonate. "Tutti mi erano stati vicini - dice Virgilio Loi - a Palermo, dove sono rimasto quattro giorni per raccogliere gli effetti personali di Emanuela, la questura mi ha messo a disposizione un autista. Anche in paese la polizia non mi ha lasciato solo. Mi telefona spesso per sapere se ho bisogno di qualcosa, mi aiuta nelle pratiche per la pensione di mia figlia. Finora ho ricevuto tanta solidarieta' . Chi si aspettava una simile scortesia? Ma ora dicono che e' stato tutto un equivoco".

Non ci sono versioni ufficiali che spieghino come sia potuto accadere un "incidente" cosi' spiacevole. L'Ufficio assistenza del ministero degli Interni da' risposte evasive, rimandando per i chiarimenti al dipartimento di polizia del Viminale. Voci di solito escluse E' probabile che l'inghippo sia nato perche' il conto presentato dall'agenzia di pompe funebri comprendeva "voci" di solito escluse, come quelle per le corone di fiori, le immaginette, i necrologi con foto sui giornali, i manifesti per le strade, la Messa in suffragio per il trigesimo. Quando la ditta ha bussato alla sua porta, Virgilio Loi non si e' perso d'animo. Essendo a corto di quattrini, lui che con la misera pensione di ex dipendente delle Ferrovie deve far campare la moglie, due figli disoccupati, la nuora e un nipotino, se n'e' andato in giro presso parenti e amici raggranellando la somma per saldare il debito. "E' stato certamente un malinteso - commenta il questore di Palermo, Matteo Cinque - Lo Stato ha subito dichiarato la sua disponibilita' a coprire le spese per intero, sta pensando pure ad una lapide per ricordare Emanuela Loi. Come credere davvero che possa tirarsi indietro per una cifra cosi' irrisoria?". Il questore di Cagliari, Michele Pazzi, conferma: "La famiglia Loi non paghera' una lira. Il ministero rimediera' subito". Virgilio Loi ora aspetta il rimborso dei tre milioni e mezzo. Un funzionario della Questura si e' presentato ieri mattina per farsi consegnare la fattura. Il padre di Emanuela, per quanto risentito, si era rassegnato a pagare una quota delle spese funerarie. "Me ne stavo facendo una ragione - dice il pensionato - in fondo la differenza si riferiva a una serie di servizi in piu' che avevo voluto offrire a mia figlia. Lo Stato non puo' certo avere l'affetto di un padre". [70]

 

I dipendenti della Pac, azienda di Capo D´Orlando che commercializza agrumi, offrono ore lavorative e le loro tredicesime ad Enzo Sindoni, titolare dell´impresa e ribellatosi alle estorsioni mafiose, per riparare i danneggiamenti alle attrezzature della ditta che ignoti hanno provocato una settimana fa:

 

"Vogliamo fare la nostra parte - hanno detto i dipendenti della Pac - il posto di lavoro lo difenderemo con ogni mezzo. Non vogliamo ne' restare disoccupati, ne' rischiare di dover lavorare alle dipendenze della mafia". Enzo Sindoni, 30 anni, é uno dei tanti imprenditori della zona che hanno detto no alla mafia del "pizzo". É presidente della Pac ed amministratore dell'Upea, un consorzio che raccoglie 130 produttori agricoli della Sicilia orientale. Due anni fa, dopo i primi avvertimenti, fu bloccato da 4 sconosciuti. Una pistola puntata alla tempia e un ordine: "Lascia la direzione dell'Upea. E' meglio per te, altrimenti...". Qualcuno voleva mettere le mani in un settore dove l'attivita' di import-export puo' tornare utile per i traffici illeciti. Ma Sindoni non ha mai pensato di mollare. É andato avanti e gli avvertimenti si sono moltiplicati. Ogni volta piu' macabri e arroganti. Nonostante la scorta della polizia, e ora anche dell'esercito, gli sono stati recapitati decine di messaggi di morte e una collezione di pallottole di vario calibro. L'ultima incursione, una settimana fa. Ignoti hanno preso di mira gli uffici della Pac, alla periferia di Capo d'Orlando. Nella notte hanno distrutto arredi, bruciato documenti, azzerato le memorie dei computer. Prima di andar via non hanno dimenticato di imbrattare i muri con le solite croci di morte, lasciando pure un crocifisso sulla scrivania di Enzo Sindoni. Un analogo episodio era avvenuto qualche mese fa in un'azienda consociata dell'Upea, a Riposto, nel Catanese. Ma dopo l'ennesima intimidazione si e' verificato un fatto impensabile. E lo stesso Sindoni a raccontarlo. "Prima sono arrivati i 30 operai della Pac. "Senta - mi hanno detto - noi siamo disposti a lavorare gratis un'ora al giorno per riaggiustare quanto e' stato distrutto". Poco dopo si sono presentati anche gli impiegati dell'Upea: "Noi le diamo la nostra tredicesima per far fronte alle spese necessarie per riparare i danni". Per l'imprenditore e' stato uno choc. "Ho provato un'emozione indescrivibile, e' stato uno dei gesti piu' belli in tutti questi anni di vita blindata. Da due anni provo tantissime emozioni: paura, ansia, speranza. Oggi ho scoperto che possono esserci delle sensazioni che, in un solo istante, ti ripagano di tutto facendo passare ogni problema in secondo piano. Fatti del genere sono la dimostrazione concreta che Libero Grassi non e' morto inutilmente". Enzo Sindoni ha gia' fatto sapere che non ha intenzione di accettare l'offerta dei dipendenti, ma confessa che tale gesto lo ha ulteriormente responsabilizzato. "Una cosa del genere mi toglie qualsiasi alibi. Non ho mai pensato di mollare. A maggior ragione, di fronte a una simile dimostrazione di solidarieta' e di affetto e' impossibile tornare indietro. Lo devi fare per te, ma soprattutto per chi ti sta accanto". [71]

 

 

Sabato 29 agosto 1992

 

Si svolge a Roma il secondo incontro tra il vicecomandante del ROS Mario Mori e Vito Ciancimino.[72]

 

 

Martedí 1 settembre 1992

 

In seguito ad un sopralluogo degli investigatori nei pressi di via D´Amelio a Palermo, viene accertato che Ignazio Sanna, guardia giurata in servizio alle 16.58 di domenica 19 luglio 1992 nella guardiola del Monte dei Paschi di Siena, a 50 metri da via D'Amelio, non poteva avere la visuale completa di quanto accaduto quel giorno nei pressi del luogo della strage. Pertanto il Sanna, arrestato il 24 luglio perche´ ritenuto reticente sulla possibile fuga dei killer da via D´Amelio, viene rilasciato.[73]

 

Corrado Carnevale, presidente della I sezione penale della Cassazione, annulla un rinvio a giudizio e 2 condanne subite da Alfredo Bono, mafioso palermitano collegato ai boss italoamericani, considerato grande regista del traffico di droga. La corte presieduta dal giudice Carnevale ha annullato il rinvio e le condanne in quanto uno dei due legali di Bono non aveva a suo tempo ricevuto la comunicazione di un interrogatorio, cosí che il Bono aveva dovuto rispondere alle domande del magistrato con un solo difensore al fianco. Non si puo', osserva Carnevale nella motivazione della sentenza: "Essendo riconosciuto all'imputato il diritto di farsi assistere da 2 difensori, entrambi devono essere posti in grado di esercitare il proprio mandato con pienezza di autonomia e secondo la personale, specifica esperienza professionale, cosicche' la mancata notifica ad uno di loro dell'avviso della data di compimento di un atto al quale hanno diritto di assistere concreta la violazione della disposizione relativa all'intervento, alla rappresentanza e all'assistenza dell'imputato ed e' causa di nullita' di ordine generale". Insomma, l'interrogatorio reso da Alfredo Bono durante l'istruttoria e' come se non fosse mai stato messo a verbale. Carta straccia. E cosi' anche tutti gli atti successivi. Cancellata la sentenza di primo grado, che aveva inflitto a Bono 18 anni, e quella d'appello, che aveva ridotto la condanna a 8 anni.

Il giudice Falcone ed i suoi colleghi del pool antimafia avevano lavorato 7 anni per mettere Bono e il suo clan con le spalle al muro. Li avevano incastrati, dandogli una posizione preminente nel processo "Pizza connection". E ora si ricomincia daccapo.

Stupito, il giudice palermitano Leonardo Guarnotta, che indago' con Falcone sul clan di Bono, commenta che "esiste una giurisprudenza costante, secondo la quale e' rispettato il diritto della difesa anche se uno solo dei difensori di fiducia viene avvertito. Se e' davvero questa la motivazione, si puo' dire che la I sezione della Cassazione annulla artatamente le sentenze dei giudici di Palermo". Alfredo Bono ha fortuna con la Cassazione. Gia' nel 1988 Carnevale lo assolse assieme alla sua cricca di trafficanti di droga. Gli investigatori avevano registrato centinaia di telefonate da un continente all'altro. Siccome, pero', al telefono i mafiosi non dicevano "porta la droga", ma parlavano di "pizze", "camicie", "partite di pantaloni", allora il dottor Carnevale ritenne che quel "parlare criptico" non era una prova.[74]

 

 

Mercoledí 2 settembre 1992

 

Una segnalazione del SISMI fa scattare l´allarme per rischio attentati in tutti gli aeroporti italiani. L'allarme e' scattato dopo l'intercettazione, la scorsa settimana in Sicilia, di una telefonata tra due boss vicini a Cosa nostra. Da una parte del filo uno degli interlocutori stava parlando di un viaggio in aereo: "Cambiero' volo a Milano". Ma immediatamente l'amico lo ha avvertito: "No, e' meglio che non passi su Milano. Per tutto il mese di settembre". [75]

 

 

Venerdí 5 settembre 1992

 

Vengono arrestati a Palermo con l'accusa di violenza carnale e rapina aggravata Luciano Valenti, 28 anni, venditore ambulante; Roberto Valenti, suo cugino, 20 anni, muratore; Salvatore Candura, 31 anni, disoccupato. Gli investigatori che indagano sulla strage di via D´Amelio sospettano che uno dei tre abbia avuto un ruolo nel furto della Fiat 126 usata per compiere la strage.[76]

 

 

Domenica 6 settembre 1992

 

Viene arrestato a Longare, in provincia di Vicenza, Giuseppe Madonia, 46 anni, componente della commissione regionale di Cosa Nostra e latitante da nove anni. Insieme a lui vengono arrestati suo cognato, Salvatore Galleria, 45 anni, che aveva aperto la sua villetta di Longare al parente di tanto rispetto,  ed un altro cognato, Salvatore Santoro, 47 anni, che guidava l´auto su cui é stato intercettato Madonia. Il direttore del Servizio Centrale Operativo della Criminalpol, Achille Serra, commenta: "Dopo la cattura di Liggio, e' la prima volta che arriviamo a prendere un boss della Cupola... Adesso che Madonia e' finito in carcere, mi aspetto nuovi pentimenti e altre collaborazioni. Chi era terrorizzato dal boss potrebbe decidersi a parlare... Da trent' anni non veniva fatto un arresto di quest' importanza". [77]

 

Il direttore del Programma Ambiente delle Nazioni Unite (Unep), Mustafa' Tolba, durante un seminario a Nairobi fa un´allarmante denuncia: rifiuti tossici per circa un milione di tonnellate sarebbero stati scaricati in Somalia negli anni scorsi da imprese italiane. Tolba non fornisce ne' nomi ne' indicazioni utili a chiarire la vicenda ma, secondo il quotidiano keniota Sunday Nation, fa delle affermazioni estremamente gravi. "Abbiamo a che fare con la mafia - sottolinea - ed alcuni dei miei colleghi temono per la propria vita. Non voglio fornire particolari – aggiunge - perche' i trafficanti possono uccidere chiunque intralci i loro affari". Tolba afferma anche che l'imbarco su nave dei rifiuti tossici, di natura non precisata, sarebbe costato circa un milione di dollari consentendo enormi guadagni alle societa' coinvolte nel traffico.[78]

 

 

Lunedí 7 settembre 1992

 

Il Corriere della Sera pubblica un profilo del collaboratore di giustizia Leonardo Messina, uno degli ultimi ad aver parlato con Paolo Borsellino:

 

Dicono che conosce tutti i segreti della mafia siciliana. I nuovi organigrammi, i traffici, le alleanze, le lotte intestine, le coperture politiche, i retroscena di decine di delitti. Dicono che e' un pentito di primissimo piano, alla Buscetta, tanto per intenderci. Eppure il curriculum mafioso di Leonardo Messina, l'ultimo "gola profonda" di Cosa Nostra, non ha niente a che vedere con i trascorsi dei pentiti eccellenti. Buscetta, per esempio, pur essendo un mafioso senza "gradi" aveva il carisma del grande padrino ed era ascoltato dai "superiori". Totuccio Contorno era il pistolero di fiducia di un capomafia storico come Stefano Bontade e sapeva tutto degli affari scellerati di un imponente schieramento di Cosa Nostra. Francesco Marino Mannoia, "chimico" dei corleonesi, aveva un fratello killer che gli raccontava tutte le malefatte del clan. Ma lui, Leonardo Messina, mafioso di periferia sul quale gli investigatori puntano tutte le loro carte per scoprire il nuovo volto di Cosa Nostra, che passato ha? Nato a San Cataldo, paese povero della provincia di Caltanissetta, ha 37 anni, una moglie di nome Gaetana e due figlie ancora bambine. Lavorava con la qualifica di caposquadra nella miniera di sali potassici di Pasquasia e comandava la cosca del paese. Scarno il suo dossier criminale con condanne per rapina, furto, traffico di stupefacenti e un' accusa, mai provata, di omicidio. Un giorno lo arrestano per l'uccisione di uno spacciatore che vendeva eroina a prezzi stracciati. La notizia scivola in poche righe nelle pagine di cronaca e nessuno da' grande importanza a questo boss di modesto spessore. Qualche sussulto si nota solo a San Cataldo, dove Messina e' stimato e temuto. Ma qualche settimana piu' tardi, di notte, la tranquilla routine del paese viene movimentata da una inconsueta mobilitazione di polizia. La sorella del detenuto lascia un pacco di carne congelata a una vicina con un biglietto: "Consumala tu". E chiaro che va via da San Cataldo e che manchera' per molto. In poche ore, quella notte, lasciano la propria casa una cinquantina di persone, tutti parenti di Leonardo Messina. Vengono svegliati di soprassalto, costretti a vestirsi in fretta e a raggiungere la piazza dove li attende un pullman della polizia. Di loro non si e' saputo piu' nulla. Quell' esodo non sfugge agli occhi curiosi dei paesani, pronti a sentenziare: "Si penti' Narduzzu Messina". Si', si era pentito davvero. E par parlare aveva scelto Paolo Borsellino, l'ultimo dei magistrati di quello che una volta era stato l'imponente fronte giudiziario antimafia. Pochi giorni prima avevano ammazzato Giovanni Falcone. Le scene dell'apocalisse viste in tv avevano toccato la sua coscienza di uomo d'onore. Ma cosa aveva da raccontare un uomo che conosceva a malapena i traffici del suo paese? Questo fu l'interrogativo che molti si posero. Ma sbagliavano clamorosamente, gli scettici, perche', come oggi ammettono gli investigatori, Narduzzu Messina "e' molto piu' importante di quanto si vuol far credere". Dunque, un pentito di rango, che sa molte cose e molte cose ha detto, riempiendo centinaia di pagine di verbali con rivelazioni scottanti. Altro che piccolo pentito. "Qui c'e' roba da far scoppiare mezza Sicilia", ha commentato un poliziotto di Caltanissetta dopo aver letto i verbali. Quando ha avuto di fronte Paolo Borsellino, il pentito ha spiegato le ragioni della sua scelta: "Mi hanno colpito come macigni le parole pronunciate in tv da Rosaria Schifani, la vedova dell'agente morto con Falcone, e il suo appello ai mafiosi. Ci ha invitato a pentirci. Cosi' ho deciso di uscire dall'organizzazione". Ma vediamo le rivelazioni-boom dell'ex boss di San Cataldo. Innanzi tutto, i capi di Cosa Nostra. "Ci sono i capi-mandamento, la provincia e, sopra di loro, la commissione regionale che i giornali chiamano Cupola - afferma Messina - di questa fanno parte Toto' Riina, Bernardo Provenzano, Giuseppe "Piddu" Madonia, Nitto Santapaola, Angelo Barbero. Il numero uno e' Riina. Subito dopo viene Madonia. Tutti e due mi sono stati indicati come rappresentanti mondiali a Palermo. C' e' , insomma, un altro organismo piu' in alto che comanda sulle famiglie mafiose nel mondo. Esiste anche una struttura nazionale composta da rappresentanti delle regioni. Conosco bene quella della Lombardia, dove ci sono 20 mila affiliati". Altro capitolo ad alta tensione, quello del controllo dei voti. Messina ricorda la campagna elettorale dell'83 quando "venne riunito il mandamento di San Cataldo, Vallelunga, Marianopoli, Caltanissetta". E fa i nomi di due politici, spiegando che "la mafia ha sempre diretto e condizionato il voto o su persone ad essa vicine o su uomini d' onore". Sui futuro equilibri tra le cosche, Messina dice che "per colpa dello strapotere di Toto' Riina si scatenera' un'altra guerra tra le famiglie". Da cinque anni i fuorusciti dell'organizzazione raccolgono intorno a se' altri gruppi criminali formando le cosiddette "stidde", cioe' stelle. Quando possono, questi clan attaccano gli uomini di Riina. Vincenzo Falsone e' stato ucciso a Campobello di Licata, Angelo Ciraulo a Ravanusa, Luigi Cino' a Racalmuto, Luigi Cali' a San Cataldo. Ma il destino di Cosa Nostra, dice Narduzzu Messina, e' segnato: "La mafia siciliana scomparira' nel giro di dieci anni, distrutta dalle intemperanze di Toto' Riina". Molte altre cose il pentito ha raccontato. Gli investigatori sono al lavoro. Cercano riscontri per un nuvo blitz.[79]

 

Il ministro degli interni Nicola Mancino rilancia l´allarme attentati durante un´audizione al Senato:

 

Nuovi attentati in Sicilia e fuori della Sicilia "sono possibili e non sono esclusi". Potrebbero essere progettati e messi a segno per produrre "allarme sociale e sfiducia". Parlando in aula al Senato il ministro dell'Interno, Nicola Mancino, ha avvertito che "diverse fonti, anche estere" hanno segnalato "l'interesse di centri eversivi a destabilizzare gli assetti istituzionali" e che cio' "rende verosimile la prospettiva che si tenti nuovamente di porre in essere iniziative terroristiche clamorose". Massima allerta, dunque, anche all'indomani di fatti positivi come l'arresto del boss siciliano Giuseppe Madonia e i blitz di Bari e di Milano che "aprono un orizzonte di speranza". Il pericolo non viene dalla sola Cosa Nostra, ma da quell'intreccio "fra centrali occulte dell'illecito e dell'eversione", gia' piu' volte all'opera in passato, e la cui attivita' attuale, piu' che essere gia' provata, si percepisce nell'aria. Anche "il dubbio che anche nelle recenti vicende abbiano potuto aver parte gruppi di tal genere, per quanto logicamente deducibile dagli eventi, anche passati, non trova allo stato fondamento in elementi di prova". Una vaghezza, come si vede, che rende ancora piu' difficile neutralizzare la minaccia. In questo clima gia' avvelenato si inseriscono anche operazioni disinformative e una continua violazione del segreto delle indagini che, secondo il ministro, complicano ulteriormente il quadro. Mancino ha ricordato il caso del quotidiano "La Sicilia" che ha fornito notizie delicate sul pentito Schembri e "anticipato" un blitz della polizia in un quartiere di Catania prima ancora che l'operazione fosse compiuta. "Intendiamoci, niente da dire sul diritto di cronaca: cosi' , pero' , bisogna convenirne, si annullano - ha detto il ministro Mancino - molti degli effetti delle investigazioni intelligenti. E' possibile il silenzio-stampa su indagini delicate?" si e' chiesto il ministro. "E se non e' possibile, sara' il caso di studiare misure speciali piu' adeguate e severe per le "fonti" che non sanno mantenere la bocca cucita". Mancino si e' recato a Palazzo Madama per rispondere ad interpellanze ed interrogazioni sull'allarme Mafia-P2, lanciato in agosto da alcune dichiarazioni del presidente del Senato, Giovanni Spadolini e dello stesso ministro dell'Interno. Il responsabile del Viminale ha detto chiaramente che "i riscontri che emergono oggi sui rapporti fra mafia e logge massoniche coperte o deviate non sono altrettanto chiari di quelli relativi al "caso Sindona" e al caso del centro "Scontrino" di Trapani e che allo stato dei fatti non risultano elementi che possano accreditare la tesi della risorgenza della disciolta loggia P2". Ma sulla vicenda che ha coinvolto Licio Gelli (la nuova indagine della magistratura di Arezzo sui conti del venerabile) il ministro e' stato implacabile, e ha fatto intendere che, senza il suo intervento di Ferragosto, l'inchiesta aretina avrebbe potuto essere archiviata, in sordina e senza clamore. "Un magistrato (Elio Amato, di Arezzo, ndr) si e' risentito - ha proseguito Mancino - perche' non avrei reso un servizio alla giustizia, interessata a mantenere segreta un'istruttoria. Segreta deve rimanere anche l'archiviazione? Anche le disattenzioni? Anche i ritardi? Proprio perche' avvocato, non posso dimenticare quali sono i confini di competenza che non devo varcare e non varchero'. Un'assicurazione che mi sento di dover confermare anche al giudice Caponnetto che, in un recente articolo, ha espresso un parere che non posso condividere. Che deve fare un ministro dell'Interno che legge, nello stesso giorno in cui ha parlato, un'intervista di Licio Gelli su un quotidiano in cui, facendosi chiaramente beffa dello Stato e dei suoi apparati, dichiara di avere manovrato nel decennio passato un movimento di capitali di diciassettemila miliardi? Doveva starsene zitto?". Il ministro dell'Interno, nel suo intervento al Senato, ha fornito anche un bilancio della lotta alla criminalita' organizzata, ribadendo che nei primi sei mesi di quest'anno, si e' registrata, rispetto all analogo periodo del '91, una flessione generale della delittuosita' pari a circa il 12%. Secondo Mancino "non si tratta di fenomeni spontanei di affievolimento dell' iniziativa criminosa, ma dell'effetto di un' azione di contrasto svolta senza risparmio di risorse umane, organizzative e materiali". [80]

 

Martedí 8 settembre 1992

Vengono arrestati su richiesta della magistratura italiana a Caracas, in Venezuela, i tre fratelli Pasquale, Gaspare e Paolo Cuntrera, accusati di associazione mafiosa, riciclaggio e traffico di stupefacenti. I Cuntrera vengono arrestati dalle forze di polizia venezuelane dopo forti pressioni dell´autoritá statunitensi: la Dea, l'antidroga americana, e l'Fbi, facendo appello ad una legge del Congresso che giustifica l'uso della forza, addirittura l'assassinio, contro chi attenta alla sicurezza degli Stati Uniti, avevano minacciato di intervenire direttamente in Venezuela per catturare i Cuntrera. Un'iniziativa usata in passato contro terroristi, ma mai contro esponenti del crimine organizzato. Gli Usa erano pronti ad una operazione militare di polizia internazionale, se i tre non fossero stati abbandonati al loro destino.[81]

 

 

Mercoledí 9 settembre 1992

 

Il Corriere della Sera riporta la notizia che a guardia dell'isola di Pianosa, quella in cui sono stati trasferiti numerosi boss della mafia dopo l'uccisione del giudice Paolo Borsellino, saranno schierati missili terra-aria. Motovedette della Guardia di Finanza e degli agenti di custodia, affiancate da unita' della Marina militare, controllano giá le acque attorno all'isola. Recentemente e' stato deciso un pattugliamento aereo con gli "Orca" della Piaggio. [82]

 

Il ministro della Giustizia Claudio Martelli parla dell´utilizzo delle supercarceri di Pianosa e dell´Asinara in un incontro con delegazioni regionali della Toscana e della Sardegna. Il Guardasigilli da garanzie sul ripristino dei due istituti di pena: il periodo non dovrebbe superare i tre anni. Ha anche annunciato la costituzione di un comitato che vigili sulla tutela ambientale nelle due isole. "Nel decreto antimafia c'e' un termine di riferimento relativo ad alcune norme, che e' di tre anni - ha spiegato Martelli -. Mi auguro che si possa dismettere l uso delle isole a fini penitenziari prima del termine fissato". [83]

 

 

Giovedí 10 settembre 1992

Vengono uccisi a Catania in un agguato di tipo mafioso Salvatore e Giuseppe Marchese, cugini del pentito Antonino Calderone, che con le sue rivelazioni ha ricostruito la struttura di Cosa Nostra.[84]

 

 

Sabato 12 settembre 1992

 

I fratelli Pasquale, Gaspare e Paolo Cuntrera vengono estradati in Italia.[85]

 

Il capo della polizia Vincenzo Parisi durante un incontro con i giornalisti a Genova dichiara: "Temo molto meno la mafia di quella parte dell' antimafia strumentale alla mafia... La falsa antimafia rappresenta il fatto di maggior gravita' a Palermo". E questa lobby, secondo Parisi, ha ruoli determinanti nei vettori della disinformazione, quelli che "mettono sostanzialmente in crisi la stampa facendo redarre notizie inesatte". Poi Parisi aggiunge: "La sceneggiata ai funerali di Palermo, l'aggressione che ne e' seguita ha fatto gli stessi danni dell' autobomba; e' stata la consacrazione alla pretesa capitolazione dello Stato". [86]

 

 

Lunedí 14 settembre 1992

 

Rino Germana', 42 anni, dirigente del commissariato di Mazara del Vallo (Trapani), sfugge ad un agguato di stampo mafioso: mentre sta rincasando con la propria auto lungo la litoranea che da Mazara porta sino alla contrada marinara di Tonnarella si accorge che qualcosa non va. Una Fiat Tipo con a bordo quattro tipi strani lo segue a poca distanza. Germana' pensa che e' meglio rallentare e dare strada, ma a quel punto intravede le armi. Con grande freddezza abbandona la vettura e si butta in mare rispondendo al fuoco dei killer. Nella sparatoria Germana' resta appena ferito di striscio alla testa, ma riesce a scampare alla morte.[87]

 

In merito all´estradizione dei fratelli Cuntrera il Corriere della Sera riporta la notizia di un´intercettazione telefonica effettuata un paio di giorni dopo la strage di via D´Amelio in cui si sarebbe fatto riferimento alla fretta nell´eseguire l´eccidio: Ci sarebbe da valutare la fondatezza delle indiscrezioni che parlano di un colloquio telefonico tra due siciliani, intercettato dalla polizia un paio di giorni dopo l'esplosione che fece a pezzi in via D'Amelio il giudice Paolo Borsellino e cinque poliziotti della scorta. Da Siculiana un misterioso personaggio legato alla mafia avrebbe parlato con qualcuno in Canada. Frasi concitate, con forti cadenze dialettali: "Abbiamo dovuto farlo in fretta... dovevamo fermarlo, era andato troppo avanti". Alessandro Pansa, dirigente della Criminalpol romana, ha smentito anche dopo aver fatto una breve verifica. "Non abbiamo mai intercettato telefonate del genere", ha detto secco, frenando i giornalisti che cercavano conferme all'ipotesi di un coinvolgimento delle famiglie siculo-canadesi (e cioe' dei Caruana e Cuntrera) nella strage di via D'Amelio. [88]

 

La Direzione investigativa antimafia comincia a prendere forma: 600 investigatori (sugli 800 previsti), sono stati selezionati tra polizia, carabinieri e guarddia di finanza vengono assegnato all´organismo. La struttura comincia a diventare operativa solo dopo le stragi di Capaci e via D´Amelio: "E amaro constatare - fanno notare dalla sede milanese (della Dia, ndr) - come tutto si sia rimesso in moto solo dopo l'attentato mortale al giudice Borsellino. Neanche l'omicidio Falcone era riuscito a smuovere le acque. Al sacrificio di questi due valorosi magistrati dovremo per sempre essere grati se la Dia funzionera' davvero." [89]

 

Il ministero dell´ambiente italiano smentisce la notizia del coinvolgimento di alcune ditte italiane in un traffico di rifiuti tossici con la Somalia affermando che nessuna impresa del nostro Paese ha inviato scorie nel Paese africano. Roma, dunque, smentisce le dichiarazioni del direttore dell' Unep (United Nations Environmental Program), Mustapa' Tolba, che, qualche giorno fa, aveva denunciato un traffico di questo tipo. Le indagini dei carabinieri del Noe (Nucleo operativo ecologico) si sono appuntate sulla societa' Progresso srl di Livorno, risultata estranea alla vicenda. La Progresso avrebbe dovuto partecipare a un business organizzato dalla Achair assieme agli imprenditori romani Vittorio Zondan e Pio Domenico Cesare alla costruzione di un inceneritore per rifiuti tossici in Somalia, ma si era ritirata dall'affare. La Achair, i cui proprietari Gilbert Hoffer e Pier Andre' Randin sono irreperibili, aveva ottenuto nel dicembre scorso, dal ministro della Sanita' somalo di allora, Nur Elmi, la concessione per costruire in Somalia un simile impianto. Alle trattative, comunque, avevano partecipato uomini d'affari e faccedieri svizzeri e italiani tanto da far pensare ad alcuni agenti inglesi che accanto alle scorie si stessero organizzando traffici di armi e di droga. Ecco spiegato il riferimento di Tolba alla mafia che avrebbe giocato un ruolo nell'affare rifiuti. Il governo somalo aveva silurato Nur Elmi gia' mesi fa, proprio perche' aveva firmato il contratto con la Achair. E Gilbert Hoffer, della societa' svizzera, ha effettuato ben piu' di un viaggio in Valtellina collegato all'affare rifiuti. [90]

 

 

Martedí 15 settembre 1992

Il ministro dell'interno Nicola Mancino denuncia durante un dibattito alla festa de L´Unitá di Reggio Emilia "collegamenti inquietanti" tra attivita' mafiose e logge massoniche coperte, citando "intercettazioni telefoniche in cui la persona del capo della disciolta loggia P2 ricorre piu' volte". Mancino ricorda il caso Sindona e sostiene: "Non posso affermare che la P2 sia risorta. Se ne avessi le prove scatterebbero le sanzioni di legge. Emergono pero' elementi inquietanti, collegamenti che impongono la vigilanza dello Stato, del ministero dell'Interno e della magistratura". [91]

 

 

Giovedí 17 settembre 1992

Ignazio Salvo viene ucciso a Palermo in un agguato di stampo mafioso. Ignazio Salvo era stato condannato al maxiprocesso a sette anni di reclusione (ridotti a tre in appello) e negli ultimi anni aveva ripreso in mano le redini dell'azienda di famiglia insieme con il fratello Alberto. La holding dei Salvo con interessi nell'agricoltura, nel turismo e in altri rami aveva abbandonato peró le esattorie su cui era stata fondata la fortuna dell'impero con l'aiuto di politici come Salvo Lima e di mafiosi come Paolino Bontade.[92]

 

 

Venerdí 18 settembre 1992

Si svolge allo stadio Favorita di Palermo uno spettacolo intitolato "Giu' la maschera. In scena contro la mafia", il cui incasso servira' per costruire una scuola. Allo spettacolo sono presenti 25.000 spettatori ed alcuni fra i piu' noti cantanti e uomini di teatro italiani: da Gino Paoli a Franco Battiato, da Vittorio Gassman a Giorgio Strehler. Vengono letti i messaggi della sorella del giudice Falcone, Maria, e dei tre figli di Paolo Borsellino. Maria Falcone ha scritto: "Mi auguro che la morte di questi due autentici servitori dello Stato diventi il peggiore affare concluso dalla mafia". I figli di Borsellino: "Se e' vero che dobbiamo toglierci la maschera dell'indifferenza e' bene che questa non venga rimessa al di fuori di questo stadio e delle manifestazioni": [93]

VIDEO: Franco Battiato canta Povera Patria allo stadio La Favorita di Palermo


 

Lunedí 21 settembre 1992

Vengono arrestati in Floridas negli USA i fratelli Giovanni e Giuseppe Gambino, giá condannati dal tribunale di Palermo nel 1985 per traffico di sostanze stupefacenti.[94]

 


Venerdí 25 settembre 1992

Scatta l´operazione internazionale di polizia denominata Green Ice al termine della quale vengono arrestate 30 persone in Italia, 2 in Costa Rica, 2 in Inghilterra, 15 in Spagna e 152 negli USA. É stato cosí sgominato un clan composto in buona parte da personaggi insospettabili che si dedicavano al traffico di droga e curavano l'investimento in affari puliti degli enormi capitali ricavati. I due esponenti di maggior spicco dell'organizzazione vengono bloccati a Roma: Jose' Duran e Pedro Villaquiran. Jose' Duran, trentottenne colombiano dai capelli imbrillantinati, detto "il papa", e' il personaggio di gran lunga piu' importante. Gli investigatori lo consideravano il nuovo re della droga, che aveva soppiantato Pablo Escobar. Erano nove mesi che gli davano la caccia. Pedro Villaquiran, detto Pablo, colombiano anche lui, era gestore della distribuzione della cocaina in Europa. I colombiani rifornivano mafia, camorra e 'ndrangheta. A raccogliere i soldi a Roma provvedevano una donna olandese, Betty Martens, e dieci societa'. [95]



Sabato 26 settembre 1992

Nuove minacce di morte per il PM milanese Antonio Di Pietro. Una telefonata anonima al centralino di una caserma annuncia che un'autobomba sarebbe pronta per lui. E una vettura misteriosa lo ha seguito giorni fa, quasi fino a Curno, nel Bergamasco, dove abita: inseguita dagli uomini della scorta, e' sparita.[96]

 

Domenica 27 settembre 1992

In un´intervista al Corriere della Sera l´ex magistrato Antonino Caponnetto spiega le ragioni che lo hanno convinto a rifiutare l´incarico di consulente antimafia propostogli dal ministro di giustizia Claudio Martelli:

Il giudice Antonino Caponnetto ha definitivamente rinunciato alla consulenza sulla criminalita' organizzata che gli era stata offerta dal ministro della Giustizia, Martelli. La notizia, anticipata un mese fa da Liliana Ferraro, che ha preso il posto di Giovanni Falcone alla direzione Affari penali del ministero, e' stata ribadita ieri a Firenze dallo stesso Caponnetto nel corso di un incontro sulla lotta alla mafia organizzato dal circolo Fratelli Rosselli e dal sottosegretario agli Esteri Valdo Spini. L'anziano magistrato ha lavorato con Falcone per quasi cinque anni, dal 1983, quando da Firenze si trasferi' all'Ufficio istruzione di Palermo per andare a occupare il posto di Rocco Chinnici. In Sicilia ha vissuto una vita blindata e nelle ultime settimane la scorta che non lo ha mai abbandonato e' tornata in massima allerta.

Paolo Fallai (F): “Giudice Caponnetto, lei ha giustificato questa decisione parlando di "problemi familiari e personali".

Antonino Caponneto (C): "E una scelta che ho gia' chiarito. L'impegno che mi veniva richiesto mi avrebbe portato per tre o quattro giorni la settimana a Roma, avrei dovuto vivere in caserma: ho gia' 72 anni e non me la sento piu' di sacrificare la mia famiglia, ne' di togliere tempo ad altri impegni".

F: “Ma ha detto che quel progetto era "fumoso, non ben definito".

C: "Intendevo solo dire che non abbiamo mai avuto il tempo di definirlo nei dettagli. Questo l'ho spiegato al ministro Martelli in una lettera in cui lo ringraziavo per l'offerta. In quella frase non c'era intento polemico, tanto e' vero che ho accettato di partecipare alla commissione tecnico.giuridica presieduta da Giovanni Conso".

F: “Perche' ?”

C:  "É certamente un impegno meno oneroso. Il presidente e i colleghi fanno in modo che i lavori si concludano in giornata, per consentirmi di tornare a dormire a casa".

F: “Quanto hanno inciso nelle sue decisioni le perplessita' che lei ha espresso piu' volte sulla reale volonta' dello Stato di combattere la mafia?”

C: "In alcun modo, una cosa sono le mie opinioni, che vado ripetendo fin dalla campagna elettorale della scorsa primavera quando mi sono candidato per la Rete, altra cosa sono i miei problemi personali. Solo che allora erano davvero pochi i giornali interessati alle mie affermazioni".

F: “Eppure, e' un dubbio che lei ha espresso anche ieri, affermando che non si dimostra volonta' di colpire la criminalita' eleggendo presidente della commissione Giustizia l'avvocato difensore di alcuni camorristi”.

C: "Anche questa e' storia vecchia, ed e' una polemica che risale al momento in cui vennero eletti i presidenti delle commissioni parlamentari. Ho detto e ripeto che quella scelta non mi sembra la piu' opportuna. Ma ogni giorno faccio decine di esempi del genere".

F: “Come quando ha citato Giulio Andreotti e la sua dichiarazione sui "5.000 mafiosi che non possono essere un problema per lo Stato"?

C: "Certo, e' una frase che ripeto spesso. Andreotti ha parlato di 5.000 mafiosi e proprio in questi giorni l'Ispes ha reso noto cifre ben diverse su questo fenomeno criminale: 50.000 persone inquadrate nei gruppi di fuoco e 500 mila uomini complessivamente controllati. Qualunque giudice abbia lavorato su questo problema, queste cifre le conosceva gia', sono i politici che per molto tempo le hanno ignorate. Ma certo, non dico solo questo, ci sono anche elementi positivi".

F: “Per esempio?”

 "Gli ultimi provvedimenti adottati in materia finanziaria per controllare il flusso di capitali dei mafiosi, gli arresti eccellenti, un maggior rigore nella gestione della detenzione dei criminali, sono tutte iniziative importanti".

F: “Rifiutando l'incarico di consulenza lei ha detto che non vuole togliere tempo ad altri impegni. Quali sono?”

C: "Ogni settimana ricevo centinaia di richieste di interventi a manifestazioni ma soprattutto mi chiedono di parlare nelle scuole agli studenti. Se non sono troppo distanti da Firenze e non creano problemi alla scorta, io cerco di non dire di no: sento quanto e' necessario parlare di mafia".

F: “Con pessimismo o con un minimo di fiducia?”

C: "Se non avessi un po' di speranza non andrei in giro a parlare ai piu' giovani".[97]

 

In un agguato di stampo mafioso a Scordia (Catania) vengono uccisi Silvano Di Salvo, 39 anni, con precedenti penali, fratello del noto boss mafioso latitante Giuseppe Di Salvo, ed Antonio Urzi', 29 anni, bracciante agricolo. Inoltre viene gravemente ferito il pregiudicato Salvatore Cannizzaro, di 32 anni.[98]

 

 


Lunedí 28 settembre 1992

Viene arrestato a Palermo il ventisettenne Vincenzo Scarantino, sospettato di aver preparato la Fiat 126 imbottita di tritolo utilizzata nella strage di via D´Amelio.[99]




[1] Corriere della Sera, 01-08-1992

[2] Corriere della Sera, 02-08-1992

[3] Corriere della Sera, 02-08-1992

[4] Corriere della Sera, 05-08-1992

[5] Corriere della Sera, 04-08-1992

[6] Corriere della Sera, 04-08-1992

[7] Corriere della Sera, 05-02-1992

[8] Corriere della Sera, 04-08-1992

[9] La data dell’incontro risulta dall’agenda dell’ufficiale dei carabinieri Mario Mori

[10] Corriere della Sera, 06-08-1992

[11] Guglielmo Sasinini, „Quel giudice dovevo ucciderlo io“, Famiglia ristiana n° 32, 05-08-1992

[12] Breda Marzio, “Giudice a Trapani come a Saigon: tanta voglia di mollare”, Corriere della Sera, 05-08-1992

[13] Corriere della Sera, 07-08-1992

[14] Vittorio Grevi, “Testimoni piu' tutelati dalle minacce dei clan polizia piu' forte con infiltrati e intercettazioni”, Corriere della Sera, 06-08-1992

 

[15]  Corriere della Sera, 06-08-1992

[16]  Corriere della Sera, 08-08-1992

[17] Guido Gentili, “Spadolini: la democrazia é malata”, Corriere della Sera, 09-08-1992

[18] Corriere della Sera, 09-08-1992

[19] La Repubblica, 11/8/1992

[20] L’Unità, 10/8/1992

[21] Corriere della Sera, 11-08-1992

[22] Corriere della Sera, 11-08-1992

[23] Corriere della Sera, 11-06-1992

[24] Corriere della Sera, 12-08-1992

[25] Corriere della Sera, 12-08-1992

[26] L’Unità, 12/8/1992

[27] Corriere della Sera, 12-08-1992

[28] Adriano Baglivo, "Tutto riporta a Lima. Borsellino, conferma: telefono sotto controllo”, Corriere della Sera, 13-08-1992

[29] Corriere della Sera, 14-08-1992

[30] Corriere della Sera, 13/14-08-1992

[31] Corriere della Sera, 14-08-1992

[32] Corriere della Sera, 14-08-1992

[33] Maria Antonietta Calabró, “Ora Martelli punta il dito su Carnevale”, Corriere della Sera,14-08-1992

[34] Corriere della Sera, 14-08-1992

[35] L’Unità, 17/8/1992

[36] Corriere della Sera, 17-08-1992

[37] Corriere della Sera, 17-08-1992

[38] L’Unità, 18/7/1992

[39] Corriere della Sera, 18-08-1992

[40] Corriere della Sera, 18-08-1992

[41] La Repubblica, 19/8/1992

[42] Corriere della Sera, 18-08-1992

[43] Corriere della Sera, 18-08-1992

[44] Corriere della Sera, 19-08-1992

[45] Corriere della Sera, 19-08-1992

[46] Corriere della Sera, 19-08-1992

[47] Corriere della Sera, 21-08-1992

[48] Corriere della Sera, 20-08-1992

[49] Corriere della Sera, 20-08-1992

[50] Corriere della Sera, 21-08-1992

[51] Corriere della Sera, 21-08-1992

[52] La Repubblica, 21/8/1992

[53] La Repubblica, 22/8/1992

[54] Corriere della Sera, 22-08-1992

[55] Corriere della Sera, 22/08/1992

[56] Corriere della Sera, 21-08-1992

[57] Corriere della Sera, 22-08-1992

[58] Corriere della Sera, 24-08-1992

[59] Corriere della Sera, 23-08-1992

[60] Corriere della Sera, 24-08-1992

[61] M. S., Ayala: si e' rotto qualcosa nel rapporto fra mafia e politica, Corriere della Sera, 24-08-1992

[62] Corriere della Sera, 27/28-08-1992

[63] Marco Nese, “Una donna giudice al posto di Falcone”, Corriere della Sera, 27-08-1992

[64]  Corriere della Sera, Europa: la mafia é anche cosa nostra, Paola Di Caro, 28-08-1992

[65] Corriere della Sera, 29-08-1992

[66] Corriere della Sera, 29-08-1992

[67] Corriere della Sera, 29-08-1992

[68] Corriere della Sera, 29-08-1992

[69] Corriere della Sera, 29-08-1992

[70] Corriere della Sera, “Vittima della mafia, dimenticata dallo Stato”, Enzo Mignosi, 29-08-1992

[71] Corriere della Sera, “Gli operai del padrone ricattato: ti regaliamo la nostra tredicesima”, Alfio Sciacca, 29-08-1992

[72] Processo TER per la strage di via D´Amelio a Palermo, Tribunale di Caltanissetta, udienza del 27 marzo 1999

[73] Corriere della Sera, 06-09-1992

[74] Corriere della Sera, 02-09-1992

[75] Corriere della Sera, 02-09-1992

[76] Corriere della Sera, 06-09-1992

[77] Corriere della Sera, 07-09-1992

[78] Corriere della Sera, 07-09-1992

[79] Enzo Mignosi,  “Narduzzu Messina, il pentito venuto dal nulla”, Corriere della Sera, 06-09-1992

[80] Corriere della Sera, “Corriamo il rischio di nuovi attentati”, M. A. Calabró,  08-091992

[81] Corriere della Sera, 13-09-1992

[82] Corriere della Sera, 09-09-1992

[83] Corriere della Sera, 10-09-1992

[84] Corriere della Sera, 11-09-1992

[85] Corriere della Sera, 13-09-1992

[86] Corriere della Sera, 13-09-1992

[87] Corriere della Sera, 15-09-1992

[88] Corriere della Sera, 14-09-1992

[89] Corriere della Sera, 3/14-09-1992

[90] Corriere della Sera, 15-09-1992

[91] Corriere della Sera, 16-09-1992

[92] Corriere della Sera, 18-09-1992

[93] Corriere della Sera, 19-09-1992

[94] Corriere della Sera, 22-09-1992

[95] Corriere della Sera, 28/29-09-1992

[96] Corriere della Sera, 27-09-1992

[97] Paolo Fallai, “Caponnetto, i motivi di un no”, Corriere della Sera, 27-09-1992

[98] Corriere della Sera, 28-09-1992

[99] Corriere della Sera, 29/30-09-1992

 
23 maggio - 19 luglio 1992: 57 giorni (parte 3) PDF Stampa E-mail
Rubriche - I Mandanti Occulti
Scritto da Marco Bertelli   
Lunedì 02 Giugno 2008 20:19


Mercoledì 1 luglio 1992

 

Dall´agenda grigia di Paolo Borsellino[1]:

Ore 7.00 Roma (Holiday Inn)
Ore 9.00 SCO
Ore 15 Dia
Ore 18.30 Parisi
Ore 19.30 Mancino
Ore 20 Dia


 

L´agenda grigia di Paolo Borsellino (mercoledí 1 luglio 1992)



Vittorio Aliquò e Paolo Borsellino, entrambi procuratori aggiunti a Palermo, si recano a Roma per interrogare Gaspare Mutolo. Alle 15, nello stanzone della Dia, davanti a Borsellino ed Aliquó, al tenente colonnello Domenico Di Petrillo ed al vicequestore Francesco Gratteri, entrambi della Dia e all´ispettore di polizia Danilo Amore, Mutolo comincia a declinare le proprie generalitá, per aprire la verbalizzazione ed iniziare il suo racconto nero sulla mafia.[2] L’aspirante collaboratore dice a Borsellino che conosce il nome di alcuni funzionari dello stato corrotti, cita Bruno Contrada e Domenico Signorino, ma preferisce prima parlare solo di fatti di mafia perché teme molto le conseguenze delle sue rivelazioni. Durante il colloquio Borsellino riceve una telefonata e, secondo la testimonianza di Mutolo, gli dice: “Sai Gaspare, devo smettere perché mi ha telefonato il ministro, manco una mezz’oretta e vengo.” [3]

Sempre stando alle parole di Mutolo, Borsellino torna dopo circa un’ora molto preoccupato, tanto che fumava così distrattamente da avere due sigarette in mano. Mutolo chiede: “Dottore cos’ha?” e Borsellino gli rivela di aver appena incontrato il dottor Parisi ed il dottor Contrada, pertanto lo invita a verbalizzare subito quanto di sua conoscenza riguardo alle infiltrazioni della mafia nello Stato. Mutolo si rifiuta e ripete di voler prima verbalizzare quanto gli è noto sull’organigramma mafioso.

 

Su chi abbia incontrato Paolo Borsellino al Viminale il primo luglio 1992 la ricostruzione non é ancora del tutto chiara: Vittorio Aliquò ricorda due telefonate del Capo della Polizia a Borsellino e ricorda di essere andato assieme a lui al Ministero.

Aliquó conferma di aver incontrato Vincenzo Parisi al Viminale e di aver accompagnato Borsellino sulla soglia dell´ufficio del neo-ministro Mancino, restando fuori; poi, di essere entrato a sua volta per un incontro con il ministro appena insiedato. Aliquó non rammenta un incontro con Contrada ed esclude che Borsellino gliene abbia parlato. [4]

Aliquo´ afferma però di non essere stato tutto il tempo con Borsellino.

Mancino non ricorda l’incontro con Borsellino ma non esclude che possa essere avvenuto: “Non ho precisa memoria di tale circostanza, anche se non posso escluderla […]. Era il giorno del mio insediamento, mi vennero presentati numerosi funzionari e direttori generali [...]. Non escludo che tra le persone che possono essermi state presentate ci fosse anche il dottor Borsellino. Con lui peró non ho avuto alcun specifico colloquio e perció non posso ricordare in modo sicuro la circostanza [...] non sapevo della sua presenza a Roma ed escludo, quindi, di aver io provocato un colloquio dello stesso con me. Non escludo che il capo della polizia possa, di sua iniziativa, aver invitato il giudice Borsellino per presentarlo a me.” [5]

E’ stato accertato comunque dai magistrati di Caltanissetta che Borsellino incontrò Parisi.[6]
Se Borsellino quel giorno ha incontrato Contrada, non lo ha confidato a nessuno, tranne che a Mutolo. E, forse, ma il ricordo non é troppo preciso, anche al PM Pietro Vaccara, applicato dalla Procura di Caltanissetta per le indagini sulla strage di Capaci. Dice oggi Vaccara: "Ricordo, ma sono passati tanti anni, che Borsellino mi disse di aver visto Contrada che usciva da una porta del ministero, forse la stanza del capo della polizia Parisi, mentre lui entrava. É un ricordo flebile, nel senso che io lo colloco certamente dopo il 1° luglio, in una data prossima alle mie ferie, scattate il 15 luglio. Con Borsellino al mio ritorno dovevamo incontrarci a Caltanissetta, ma poi c´é stata la strage...".[7]



L
’avvocato di Totò Riina, Cristoforo Fileccia, in un colloquio con una troupe giornalistica della RAI siciliana afferma che il suo assistito si trova in Sicilia e che lui l’incontra spesso. Per Fileccia, Riina é naturalmente innocente. “Ha sempre respinto ogni accusa a tra l´altro é sempre stato assolto da tutti i reati, l´ultimo dei quali la strage di Bagheria con la sentenza di Carnevale, prima sezione di Cassazione di qualche giorno prima. L´unica condanna che ha é quella all´ergastolo inflittagli con il primo maxi-processo. Nei colloqui che ho avuto con lui ho tratto la sensazione che il daivolo non é cosí cattivo come lo si dipinge.” “Si costituirá” domanda la giornalista. “É una farneticazione”, risponde l´avvocato.[8]

 

Il CSM trasferisce d’ufficio il Procuratore di Trapani Antonino Coci.

 

 

Giovedí 2 luglio 1992

 

Una FIAT Croma blu rubata la notte a Palermo e parcheggiata in via Principe di Paternó vicino all´abitazione di Leoluca Orlando fa scattare il dispositivo di allarme di carabinieri e polizia. Dopo una segnalazione dei carabinieri, che sorvegliano ventiquattrore su ventiquattro la zona per proteggere Orlando, la vettura viene controllata da un artificiere dell´Arma nel timore che contenga esplosivo. L´ispezione dá esito negativo e la Croma viene rimossa con un carro attrezzi. Sulla strada, in seguito all´allarme, confluiscono numerosi investigatori, ed in cittá si diffonde il timore di un nuovo attentato mafioso.[9]

 

Otto cartelle, con rivelazioni sui delitti Lima e Falcone, vengono indirizzate da un anonimo estensore, subito ribattezzato il “Corvo due”, a trentanove destinatari, figure istituzionali e giornalisti. Sull´origine del testo, che parla anche di incontri segretissimi tra esponenti politici siciliani e boss latitanti di Cosa Nostra, la procura di Palermo apre un´inchiesta. Il misterioso documento, a giudizio degli inquirenti, ha un mittente certo: la mafia.

L´intento di chi ha scritto il documento anonimo é “creare discredito e fratture negli organi dello stato intensamente impegnati, sia a livello locale sia centrale, nell´opera di contrasto alla mafia” afferma il colonnello Carlo Gualdi, capo di gabinetto della Dia. “É un tentativo di intossicazione che proviene da ambienti mafiosi – affermano all´Alto Commissariato – o da gruppi che fanno l´interesse della mafia.”

Del resto, ricordano alla Dia, Cosa Nostra non é nuova a questo genere di operazioni: “La calunnia é, assieme al tritolo, tra le sue armi usuali.”

Le otto cartelle sono analizzate minuziosamente dagli esperti animafia della Dia, dell´Alto Commissariato, dei Ros e dello Sco. Sul loro contenuto, fonti dell´Alto Commissariato commentano che: “Ci sono notizie parzialmente vere, mescolate a menzogne palesi ed altre piú abilmente costruite.” I carabinieri affermano che si tratta di “illazioni ed insinuazioni che possono solo favorire lo sviluppo di stagioni velenose e disgreganti.” [10]

 

 

Venerdí 3 luglio 1992

 

Paolo Borsellino ha un colloquio investigativo con il collaboratore Vincenzo Calcara. [11]

 

Riina e Provenzano “sono come due pugili che mostrano i muscoli, uno di fronte all´altro.” A sorpresa, subito dopo il pomeriggio del Viminale, Borsellino sceglie il quotidiano “La Gazzetta del Mezzogiorno” per formulare, per la prima ed unica volta, l´ipotesi di una spaccatura al vertice di Cosa Nostra. Una spaccatura tra i due leader mafiosi corleonesi che non sfocia in una guerra tra clan ma in una prova di forza nel contrapporsi con le armi alla politica ed alle Istituzioni: uno si intesta l´omicidio di Salvo Lima, l´altro la strage di Capaci; chi avrebbe fatto cosa, nell´intervista non é specificato. I due delitti, secondo il magistrato, costituiscono una conferma del fatto che “i due pugili stanno mostrando i muscoli, come se ciascuno volesse far sapere all´altro quanto é forte, quanto é capace di fare male.”

Nell´intervista Borsellino spiega la sua tesi: “Si nascondono a Palermo, su questo non c´é dubbio: il controllo del territorio per mafiosi del loro calibro é importante, direi fondamentale. Non si possono “governare” picciotti ed affari lontano dalla Sicilia. Tuttavia ho l´impressione che tra i due boss dei corleonesi non corra piú buon sangue. Ripeto, é solo un´impressione. Non sappiamo niente altro...”

Prosegue il magistrato: “Un paio di mesi fa la moglie di Provenzano ha riaperto casa a Corleone. Lei, insieme con i due figli. Figli che, appena nati, sono stati registrati all´anagrafe: tutto regolare. Da anni: solo che siamo stati capaci, noi forze dell´ordine, noi inquirenti, di saperlo quando abbiamo notato la presenza della donna a Corleone.”

Ed aggiunge: “Dico questo per far capire che, in fondo, non é sempre stata incessante, senza tregua, la caccia ai superlatitanti: Riina e Provenzano, appunto. Questo episodio, il ritorno della moglie di Provenzano a Corleone, ci ha fatto subito pensare che di lí a poco qualcosa di grosso sarebbe successo all´interno di Cosa Nostra. Eppure non c´é stata e non c´é, apparentemente, nessuna guerra di mafia. O, per meglio dire, non quello che noi avevamo immaginato. C´é stato l´omicidio di Salvo Lima, c´é  stata la strage di Capaci. No, non é che consideriamo questi avvenimenti roba di poco conto. Ci mancherebbe altro. Piuttosto, confermano quello che dicevo prima: i due pugili, Riina e Provenzano, stanno mostrando i muscoli.” Il giornalista domanda: “Si fermerá questa catena di omicidi eccellenti?” “Non lo so – risponde Borsellino – ma niente lascia pensare che tutto sia finito. Anzi.” [12]

 

Con una telefonata alla sede di Palermo dell´Ansa, la falange armata rivendica la paternitá dello scritto anonimo fatto circolare a Palermo nel quale si parla delle future attivitá della mafia anche in relazione a uomini e vicende della politica.[13]

 

La procura di Gela chiede il rinvio a giudizio di 117 presunti mafiosi appartenenti alle due cosche che dal 1987 al 1991 si sono date battaglia lasciando nelle stradine della citta' 110 morti. Sotto accusa 56 uomini della potente famiglia Madonia e 61 del clan Ianni-Cavallo. La situazione degli uffici giudiziari a Gela é al collasso: il procuratore Angelo Ventura, accusato dai carabinieri di non aver collaborato alla cattura di pericolosi latitanti, e´ sotto procedimento discplinare al CSM che é chiamato la prossima settimana a deliberare su un eventuale trasferimento del magistrato per incompatibilitá ambientale. L' organico della procura e' al completo ma, oltre al procuratore capo, prevede un solo aggiunto, Roberto De Felice, 27 anni, romano, al suo primo incarico che in un´intervista al Corriere della Sera dichiara: "E’ ridicolo  creare una procura con due soli giudici. Questi livelli di organico non sono previsti nemmeno nella piu' sperduta delle citta' italiane. Cio' mi fa pensare molto male di chi ha firmato il decreto istitutivo del tribunale. Dicono che Gela e' una citta' ad alto rischio mafioso eppoi prevedono questi organici. Come mai?".Gia' ... ma come si riesce a lavorare in queste condizioni?”  chiede il giornalista.  "Facciamo il possibile - risponde De Felice - un lavoro massacrante che, tutto sommato, ci ha anche permesso di ottenere buoni risultati. Ma ora basta, abbiamo dato". Cosa vuol dire?” domanda ancora l´intervistatore. "No, basta. Ho gia' presentato domanda di trasferimento- risponde De Felice - sarebbe stato bello continuare a lottare contro la mafia, ma non certo in queste condizioni". [14]

 

 

Sabato 4 luglio 1992

Paolo Borsellino si reca al Palazzo di Giustizia di Marsala per la cerimonia di saluto che era già stata rinviata altre volte dopo il trasferimento a Palermo. Nel capoluogo siciliano assieme a Borsellino si sono trasferiti il maresciallo dei carabinieri Carmelo Canale ed il sostituto Antonio Ingroia. Si insedia a Marsala il nuovo procuratore Antonino Silvio Sciuto. Borsellino parla a braccio, ricorda i sacrifici che i magistrati devono affrontare per assicurare alla nazione il servizio della giustizia, senza mai nominarlo cita il collega Vincenzo Geraci, il quale aveva scritto che a Marsala Borsellino era andato perché voleva una procura con il mare, e riceve una lettera di saluto dai “suoi” sostituti, i giovani pm cresciuti sotto la sua la protettiva negli anni delle inchieste marsalesi: Giuseppe Salvo, Francesco Parrinello, Luciano Costantini, Lina Tosi, Massimo Russo, Alessandra Camassa.

Una lettera che Borsellino incornicierá ed appenderá nello studio di casa:

 

Carissimo Paolo,

 

al di lá dei saluti ufficiali, anche se sentiti, un momento privato, un colloquio tra noi. Noi tutti siamo qui a Marsala con te fino dal tuo arrivo, ma ognuno di noi porta nel suo cuore un pezzetto di storia da raccontare sul lavoro a Marsala, nella procura che tu hai diretto. Ci piacerebbe ricordare tante situazioni impegnative o tristi o buffe che ci sono capitate in questa esperienza comune, ma l´elenco sarebbe lungo e, allo steso tempo, insufficiente. Possiamo comunque dirti di aver appreso appieno il significato di questo periodo di lavoro accanto a te e le possibilitá che ci sono state offerte: l´esperienza con i pentiti, i rapporti di un certo livello con la polizia giudiziaria, sono situazioni rare in una procura di provincia, e la tua presenza ci ha consentito di giovarci di queste opportunitá. Abbiamo goduto, in questi anni, di un´autorevole protezione, i problemi che si presentavano non apparivano insormontabili perché ci sentivamo tutelati. Qualcuno ci ha riferito in questi giorni che tu avresti detto, ironizzando, che ogni tuo sostituto, grazie al tuo insegnamento, superiorem non recognoscet. Sai bene che non é vero, ma é vero invece che la tua persona, inevitabilmente, ci ha portati a riconoscere superiore solo chi lo é veramente. Ci sono state anche delle incomprensioni, e non abbiamo dimenticate nemmeno quelle: molte sono dipese da noi, dalle diversitá dei caratteri e dalla natura di ognuno; altre volte, peró, é stata proprio la tua natura onnipotente a vedere ogni cosa dalla tua personale angolazione, non suscettibile di diverse interpretazioni. Tuttavia, anche in questo sei stato per noi un “personaggio”, ti sei arrabbiato, magari troppo, ma con l´autoritá che ti legittimava e che mai abbiamo disconosciuto. Anche nel rapporto con il personale abbiamo apprezzato l´autorevolezza e la bontá, mai assurdamente capo, ma sempre “il nostro capo”. E poi te ne sei andato, troppo in fretta, troppo sbrigativamente, come se questo forte rapporto che ci legava potesse essere reciso soltanto con un brusco taglio, per non soffrirne troppo. Il dopo Borsellino non te lo vogliamo raccontare: pur se uniti tra noi, in tantissime occasioni abbiamo sentito che non c´eri piú, e in molti abbiamo avvertito il peso, talvolta eccessivo per le nostre sole spalle, di alcune scelte, di importanti decisioni. E adesso il futuro, il tuo, ma anche il nostro. Noi ti assicuriamo, giá lo facciamo, siamo all´erta, sappiamo che cosa vuol dire “giustizia” in Sicilia ed abbiamo tutti valori forti e sani, non siamo stati contaminati, e se é vero che “chi ben comincia...”, con ció che segue, siamo stati molto fortunati. Per te un monito: é un periodo troppo triste ed é difficile intravederne l´uscita. La morte di Giovanni e Francesca é stata per tutti noi un po´ la morte dello stato in questa Sicilia. Le polemiche, i dissidi, le contraddizioni che c´erano prima di questo tragico evento e che, immancabilmente, si sono ripetute anche dopo, ci fanno pensare troppo spesso che non ce la faremo, che lo stato in Sicilia é contro lo stato, e che non puoi fidarti di nessuno. Qui il tuo compito personale, ma sai bene che non abbiamo molti altri interlocutori: sii la nostra fiducia nello stato.

 

I “tuoi” sostituti. [15]


 

Antonio Pappalardo, 25 anni, poliziotto addetto al servizio scorta della Questura di Catania, viene arrestato e rinchiuso in un carcere militare. Il Pappalardo era stato sorpreso il 28 giugno a banchettare in compagnia di due presunti mafiosi del clan Cappello. Il sostituto procuratore della Repubblica, Felice Lima, lo accusa di porto illegale di armi, peculato e detenzione illegale di armi e munizioni. L' ordinanza di custodia cautelare e' stata firmata dal Gip Antonio Ferrara, uno dei magistrati che erano stati scortati dal poliziotto arrestato.[16]

 

 

Un giorno della seconda settimana di luglio 1992 

 

Rosaria Schifani, vedova dell´agente di scorta Vito Schifani ucciso nella strage di Capaci, visita in serata Paolo Borsellino e la sua famiglia. Nel corso dell´incontro il magistrato dice a Rosaria: "Ti staremo vicini Rosaria cara, avrai il nostro affetto e faremo giustizia per il tuo Vito". All´incontro sono presenti la moglie di Paolo, Agnese, e i tre figli Manfredi, Fiammetta e Lucia. Rosaria é piena di dubbi e chiede a Borsellino: "Giudice io sono utile?" "Rosaria, tu sei molto utile" risponde il magistrato. E la signora Agnese la ringrazia. "Di che cosa?", chiede Rosaria. "Del coraggio che ci dai...", é la risposta. Rosaria é molto turbata dal dubbio se partire e lasciare la Sicilia o se rimanere a Palermo. Borsellino la incoraggia: "Non bisogna abbandonare la Sicilia perche' questa terra diventera' bellissima". Nello studio del giudice quella sera parlano delle speranze, del perdono e dei pentiti. Borsellino le descrive la conversione di Vincenzo Sinagra: "É cambiato. Era una belva ed e' diventato un essere umano". Quando per un po' si trovano soli, Rosaria chiede: "Ha paura?". Ed il magistrato, fumando nervoso, risponde: "Non ho paura". Poi, fermandosi un attimo, aggiunge: "Ma ho paura per mia moglie, per i miei figli".[17]

 

 

Lunedì 6 luglio 1992

 

Paolo Borsellino incontra in via informale nella sua casa di via Cilea il giornalista del Corriere della Sera Luca Rossi che, passando da Palermo, decide di fare visita al magistrato. Rossi riporterá una parte del contenuto di questo colloquio in un articolo che sará pubblicato 15 giorni dopo sul Corriere della Sera:

 

"Che cosa posso coordinare da Roma se nessuno fa piu' indagini in Sicilia?"

 

PALERMO . Ho detto: "Adesso Falcone sei tu. Lo capisci?" Borsellino ha sorriso, con una specie di dolore obliquo, tagliato. Era quindici giorni fa, in via Cilea 97, a casa sua, a Palermo. Ero andato a trovarlo solo per parlare, non dovevo ancora scrivere nulla. Volevo solo sapere come stava, cosa succedeva a Palermo. Con Sette avevo deciso di iniziare una lunga inchiesta sullo stato delle cose in Sicilia seguendo proprio Paolo Borsellino. Ero preoccupato. L'avevo visto in Tv, subito dopo la morte di Falcone, e non mi sembrava piu' l'uomo che conoscevo: era lento, paralizzato. Pensavo che ora, dopo Falcone, c'era lui: che sarebbe stato il prossimo. Quel giorno ho fatto fatica a trovare le parole, ma a un certo punto glielo ho detto; ha sorriso ancora, ha risposto che lo sapeva, ma che da questo punto di vista si sentiva esattamente come Falcone. Ha detto testualmente: "Anche per me la morte e' un bottone della giacca". Borsellino e' sempre stato un uomo straordinariamente coraggioso; riusciva a ironizzare sul pericolo, era sprezzante, fatalista e deciso. Quando l'ho rivisto, due settimane fa, non era piu' cosi'. La morte di Falcone l'aveva spaccato in due, l'aveva svuotato. L´inclinazione dello sguardo, la lentezza dei gesti e delle parole: era come se non avesse piu' energia. "Confesso -. mi ha detto quel pomeriggio - che devo reggere il mio entusiasmo con le stampelle". E allora, poche pratiche cose da dire. Borsellino stava seguendo le indagini sull' omicidio di Falcone, aveva un'ipotesi. Pensava che potesse esistere una connessione tra l'omicidio di Salvo Lima e quello di Falcone, e che il trait d'union fosse una questione d appalti, in cui Lima era stato in qualche modo coinvolto e che Falcone stava studiando. Era solo un'ipotesi, e comunque non poteva darmi dettagli. Si puo' pensare che anche la sua morte abbia un rapporto con quest'ipotesi, ma e' altrettanto probabile che la sua fine e quella di Falcone fossero segnate comunque, da sempre. Negli ultimi giorni, Borsellino stava interrogando un nuovo pentito, che definiva "di straordinario interesse, perche' ci da' un'immagine della mafia in questo momento, in tempo reale, e non, com'e' capitato spesso con altri pentiti, vecchia magari di qualche anno. Il pugno di ferro, la dittatura di Toto' Riina sulla mafia, produce un terrore costante all'interno dell'organizzazione di Cosa Nostra. I membri vivono un'ossessione continua, quotidiana: si chiedono esclusivamente chi potrebbe ucciderli, e quando. Questa situazione ha prodotto un'incredibile fioritura di pentiti, quasi una trentina. Una cosa assolutamente straordinaria". Ma lui era rimasto solo, come sempre in questi casi. Abbiamo parlato della Superprocura, che il ministro della Giustizia Claudio Martelli gli aveva indirettamente offerto. Era in dubbio, oscillava: tendeva comunque a non accettare. La Superprocura era un'idea di Falcone e Borsellino pensava che solo con Falcone avrebbe avuto un senso. Non ci credeva molto; diceva che, senza la visione complessiva e strategica che ne aveva Falcone, sarebbe stato difficile farla funzionare. "E poi - ha detto - se me ne vado da qui, da Palermo, non ho piu' nessuno che mi faccia da sponda. Qui non e' rimasto nessuno. Non ci sono piu' inchieste, non c'e' un lavoro organico: che cosa posso coordinare da Roma se nessuno fa indagini in Sicilia?". Si era ritagliato uno spazio lavorando soprattutto sul Trapanese e l'Agrigentino: non su Palermo, per evitare contrasti con il procuratore capo Giammanco. Lo riteneva responsabile della "fuga" di Falcone da Palermo. "Falcone diceva di essere stato costretto all'immobilita': di essere stato messo in condizione di non poter lavorare. Per questo, aveva accettato il ruolo amministrativo che Martelli gli aveva offerto agli Affari penali. Ma doveva tornare prima possibile al suo lavoro, alle inchieste. Anche in questa logica vedeva il progetto della Superprocura". In qualche modo, mi dispiaceva che Borsellino non volesse accettare l'offerta di Martelli: non riuscivo a immaginare nessuno in grado di sostituire Falcone meglio di lui. E pensavo, proprio per la sua sicurezza, che fosse meglio accelerare, insistere: andare a Roma, portarsi sempre al centro, rimanere in qualche modo "importante". Invece Borsellino voleva stare tranquillo, non esporsi piu' di tanto. "Devo aspettare un paio d´anni, che Giammanco se ne vada: in questo caso, avro' buone probabilita' di diventare il procuratore capo di Palermo". Bene. Fin qui ho cercato di essere ragionevole, di dire quello che posso. Sto volando verso Palermo. Questa notte non ho dormito un minuto. Vedo la costa gialla davanti a punta Raisi. Ci sono tutti questi giornali aperti, in aereo, che dicono: "massacro, ucciso Borsellino". Io ho una nausea costante, non riesco a cancellarla. Volevo bene a Paolo Borsellino. Gliene volevo davvero. Io non ce la faccio piu'. [18]

 

Fuga di notizie sull’operazione di polizia Pianosa, che comporta il trasferimento graduale di numerosi detenuti mafiosi nel carcere di massima sicurezza di Pianosa. L’ inizio dell’operazione sarebbe previsto per la terza settimana del mese.

 

Il neo-ministro dell’Interno Nicola Mancino fa visita alle forze di polizia di Palermo. Accompagnato dal Capo della Polizia Vincenzo Parisi esordisce nella riunione con i vertici dell’ordine pubblico dell’isola affermando: “Mi colloco nel solco tracciato dal mio predecessore Scotti.”  [19]

Dopo la riunione si svolge un incontro con i giornalisti ed il ministro parla dei diari di Falcone: “Li ho letti, noi ce ne stiamo occupando ai vari livelli, almeno per quanto attiene al Viminale, sia dal punto di vista dell’accertamento dell’attendibilità, sia dal punto di vista dell’accertamento di eventuali manipolazioni. Una volta le interpolazioni erano di facile accertamento, oggi naturalmente il computer non consente a chi riflette, a chi valuta, a chi analizza, di accertare se un periodo sia stato successivamente manipolato. Ecco stiamo facendo questi accertamenti.” Il ministro non chiarisce se fa riferimento agli appunti pubblicati sul Sole 24 Ore oppure ad altri sui quali sta lavorando la Procura di Caltanissetta. Nessuno fino ad ora aveva messo in dubbio l’attendibilità dei diari di Falcone.

 

Vincenzo Parisi fa il giro degli uffici giudiziari di Palermo e scopre la vulnerabilitá di Borsellino. Persino il capo della polizia ne resta sconvolto.
Ecco il ricordo di Agnese Piraino Leto, nella sua testimonianza al processo Borsellino TER: “Dieci giorni prima che mio marito morisse, il capo della polizia é arrivato a Palermo, ha fatto un giro in procura e si é accorto che alle spalle di mio marito c´era un vetro normale ed allora lui si é lamentato come mai nessuno si fosse accorto che c´era questo vetro, enorme ma un vetro normale, ed allora subito ha fatto mettere il vetro blindato nella stanza di mio marito. C´era la scrivania con la poltrona che dava le spalle a questo vetro, dunque era anche quello un punto vulnerabile. E poi, che io sappia, gli addetti ai lavori, il Comitato di sicurezza non lo so che cosa abbiano deciso, questo sará scritto nei verbali, sotto i miei occhi non ho visto niente di particolare, insomma non si sono prese delle precauzioni e dei provvedimenti che potessero ostacolare il preannunciato progetto criminale. A me non risulta nient´altro, ecco. Soltanto ricordo che mio marito era piú sicuro quando era fuori la cittá di Palermo che quando si trovava in cittá. Era molto preoccupato per la sua incolumitá e per la nostra. Ed era anche disposto a sottoporsi a qualsiasi sacrificio pur di salvarsi, pur di salvare gli uomini della sua scorta, pur di salvare la nostra famiglia.”[20]

 

Il Presidente del Consiglio Giuliano Amato da Monaco in Germania afferma: “Falcone è stato ucciso a Palermo ma probabilmente l’omicidio è stato deciso altrove.”

 

 

Martedì 7 luglio 1992

 

Dietrofront di Mancino ed Amato sulle dichiarazioni rilasciate il giorno precedente. Amato: “La frase sulla strage di Capaci va riferita non ad un episodio specifico, ma alla capacità di coordinamento della mafia mondiale.” [21] Mancino: “Non ho nessun elemento per porre in dubbio l’autenticità dei diari di Falcone, la mia era un’ipotesi scolastica.”

 

Manheim (agenda grigia di Paolo Borsellino).

 

Paolo Borsellino, il tenente Carmelo Canale ed il sostituto Teresa Principato si recano a Manheim in Germania per interrogare Gioacchino Schembri, mafioso di Agrigento catturato in una recente operazione antimafia e sospettato di essere uno dei killer di Rosario Livatino.
Ad attenderli nella cittadina tedesca, Borsellino, Canale Principato trovano un imponente spiegamento di forze, una scorta armata, un corteo di otto auto blindate. L´albergo prenotato é stato trasformato in un autentico “fortino”, la polizia ha installato un sistema di intercettazioni telefoniche che registra tutte le conversazioni in entrata ed in uscita, ogni persona viene passata ai “raggi x”. Borsellino si concede un piccolo fuori programma, entra in un negozio, per acquistare un regalo per Massimo, il figlio del suo collega ed amico Diego Cavaliero, che domenica prossima sará battezzato a Salerno. Per il bimbo sceglie un regalo tradizionale, una collanina d´oro. Le teste di cuoi impazziscono. Si precipitano all´interno del negozio, ogni angolo viene ispezionato da cima a fondo, perquisito, bonificato, e solo dopo permettono a Borsellino di entrare per fare il suo acquisto.
Il magistrato sorride sotto i baffi, ed ironizza: “Proprio come a casa!” Poi si torna al lavoro. Entrati in carcere, i giudici italiani vengono informati da un funzionario della Bka, la polizia tedesca, che un connazionale, tale Egon Schinna, uno spacciatore di piccolo calibro, detenuto nella stessa cella di Schembri, ha cominciato a collaborare, rivelando che il siciliano é uno dei killer del giudice Rosario Livatino. La notizia é importantissima, promette una svolta decisiva nelle indagini su quel delitto ancora insoluto. Borsellino appare galvanizzato, e non perde il suo spirito fanciullesco.
La sera prima dell´interrogatorio, in una trattoria locale, sorvegliati dalla scorta, cenano tutti assieme. Borsellino, Canale e Principato, tra enormi boccali di birra e kartoffelsalad, la tipica insalata di patate. Borsellino non resiste, ha voglia di scherzare, e ripete ridendo “birra e patatuten”, brindando con le teste di cuoio che lo guardano senza capire e ridono pure loro. Ma l´indomani, in carcere, quando é seduto faccia a faccia con Schembri, il giudice sembra un altro. Senza giri di parole, ma senza scoprire il compagno di cella che lo ha tradito, guarda lo stiddaro negli occhi e gli fa capire che é spacciato, che é meglio che collabori, che sanno tutto di lui e della sua azione di morte contro Livatino. L´irriducibile impallidisce farfuglia, sembra proprio pronto alla resa.[22]

 

La commissione Affari costituzionali del Senato comincia l´esame del superdecreto, la legge antimafia con modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale, per definirne la costituzionalitá.

Relatore é il senatore DC Francesco Mazzola. Nella discussione, il senatore Cesare Salvi, portavoce del Pds per il programma sulle riforme istituzionali e la giustizia, esprime un parere di incostituzionalitá del decreto in esame. Salvi, secondo il testo diffuso dall´ufficio stampa, sostiene che questo decreto “presenta diverse norme che si pongono in contrasto con la Costituzione in particolare per le modifiche al processo penale in tema di acquisizione della prova e di poteri della polizia giudiziaria che contrastano con la garanzia del diritto alla difesa.”

“Nell´insieme – sottolinea Salvi – il decreto stravolge l´impianto accusatorio del nuovo processo penale, senza distinguere tra imputati per fatti di mafia e per altri reati... Per sconfiggere la mafia ció non é affatto necessario, e puó anzi essere controproducente, innestando una spirale di rincorsa alla normativa di emergenza, mentre la criminalitá si combatte con la ´´straordinaria ordinarietá`` dell´impegno dello stato.” [23]

 

 

Mercoledí  8 luglio 1992

 

Manheim (agenda grigia di Paolo Borsellino).

 

Schembri parla come un fiume in piena. É il primo a violare l´omertá di Palma di Montechiaro raccontando i mille segreti della faida. Rivela i retroscena dei crimini commessi dai suoi amici e dai suoi nemici. Parla dei cadaveri eccellenti: i giudici Livatino e Saetta, il maresciallo Guazzelli. “Finito l´interrogatorio – ricorda Canale – sono rimasto da solo nella stanza con lui, e gli ho chiesto come se la passasse. Lui mi rispose che da molto tempo non gli era possibile avere contatti con la moglie. Uscito dalla stanzetta, ne parlai subito con Borsellino che giró la richiesta di Schembri ai poliziotti di guardia. Loro sembravano contrari, ma Borsellino chiese di assecondare il desiderio del detenuto, al piú presto. Lo accontentarono. Passarono dieci minuti, e si presentó la moglie. Io entravo ed uscivo dalla stanza, per controllare il colloquio tra i due, per evitare che potesse succedere qualcosa che mettesse in difficoltá le guardie. Fissando il divanetto dove i due si erano seduti, a un tratto, Borsellino, con uno sguardo eloquente, mi disse: “Canale, ora basta, faccia uscire la moglie. Non vorrei che il colloquio si trasformi in qualcosa di piú ... intimo.” Cioé, non disse queste testuali parole, disse qualcosa di diverso, usó una frase in dialetto siciliano, dal significato inequivocabile, che capiamo solo noi. Ma Schembri aveva capito che si poteva fidare di quel giudice. E salutandolo, Borsellino gli chiese: “Allora, Schembri, ci rivediamo presto?” Il palmese sorridendogli, fece cenno di sí. Borsellino gli lasció sul tavolo il suo pacchetto di Dunhill con tre sigarette. Non fecero in tempo a rivedersi mai piú.” [24]

 

Il quotidiano Corriere della Sera riporta che una fuga di notizie ha bloccato il trasferimento di detenuti per reati di mafia nel carcere dell´isola di Pianosa, in Toscana, trasferimento previsto in base ad un accordo fra ministero della giustizia, ministero dell´interno e la direzione generale delle carceri. I responsabili dell´ordine pubblico potrebbero ora cercare una nuova localitá dove inviare i detenuti mafiosi a scontare la pena.

Gli abitanti delle isole di Elba e Capraia sono stati i primi ad accorgersi che qualcosa stava accadendo nel penitenziario che si trova sull´isola di Pianosa dove da qualche settimana erano in corso lavori di ristrutturazione. Un giornale toscano ha riferito di riunioni, assemblee e minacce per cercare di bloccare l´intera operazione. L´iniziativa si é cosí fermata. Tito Barbini, assessore regionale ai servizi sociali della Regione Toscana, afferma: “Non intendiamo abbassare la guardia. Ci sono protocolli di intesa firmati da ministero e Regione nei quali si indicano Pianosa e Gorgona come luoghi per detenuti a bassa pericolositá. Vogliamo che siano rispettati” .

Ormai la speranza di far avvenire il trasferimento dei mafiosi nella massima riservatezza era crollata. Il ministero di grazia e giustizia non ha potuto fare altro che smentire il piano di spostamenti di mafiosi eccellenti con un comunicato ufficiale: “Non sono né allo studio né in corso trasferimenti di particolari categorie di detenuti. Le opere edilizie avviate presso la casa di reclusione di Pianosa hanno il carattere di normali lavori di manutenzione”. [25]

 

La Corte costituzionale si riunisce per decidere sul conflitto sorto tra il ministro di grazia e giustizia Claudio Martelli ed il CSM in merito ai limiti delle competenze attribuite al Guardasigilli e al CSM per il conferimento ai magistrati di incarichi direttivi. Si tratta in pratica di stabilire se il “concerto” del ministro di grazia e giustizia per la nomina di un dirigente degli uffici giudiziari sia vincolante per il CSM oppure no. Il conflitto tra il ministro Martelli ed il CSM era esploso nel dicembre 1991 in occasione della nomina del Presidente della corte di appello di Palermo: il CSM aveva designato Pasquale Curti Giardina mentre il ministro Martelli preferiva una altro candidato, Antonino Palmeri. Il ministro Martelli non aveva approvato la nomina di Giardina ed il CSM aveva fatto ricorso alla Consulta per sapere se il “concerto” del ministro di grazia e giustizia dovesse ritenersi vincolante o solo un fatto formale.

In mattinata, mentre la Corte é ancora riunita, un dispaccio dell´agenzia Adn Kronos da´ per certo un parere favorevole a Martelli: "La Corte costituzionale avrebbe gia' deciso in merito al conflitto di poteri tra il Consiglio superiore della magistratura e il ministro della Giustizia. A Palazzo della Consulta vige uno stretto riserbo, ma - a quanto e' dato sapere - la Corte avrebbe assunto un orientamento sostanzialmente favorevole al ministro. La Consulta era chiamata a stabilire quali sono i poteri del Guardasigilli nella scelta dei candidati alla direzione degli uffici giudiziari ... Il giudice Antonio Baldassarre, relatore sulla vicenda durante l'udienza del 30 giugno, potrebbe insomma aver avuto il mandato e le indicazioni generali per preparare l' ordinanza o la sentenza. Ogni decisione pero' potrebbe essere ribaltata durante le sedute che la Corte terra' ancora in camera di consiglio per limare il provvedimento stilato da Baldassarre". Poche ore dopo la notizia di un favorevole orientamento a Martelli viene smentita da alcuni ambienti della Corte la quale annuncia che i giudici costituzionali proseguiranno la discussione in camera di consiglio anche nei prossimi giorni.[26]

 

Il plenum del CSM approva le proposte formulate dalla Commissione incarichi direttivi di concerto con il ministro di grazia e giustizia per i nuovi procuratori generali presso le Corti d'appello di Catania e di Cagliari. Con 25 voti favorevoli, uno contrario ed una astensione, e' designato a dirigere la procura generale di Catania Giuseppe Di Mauro, 67 anni, attualmente consigliere della Corte di cassazione. All'unanimita' e' approvata la proposta della Commissione di affidare la procura generale di Cagliari a Francesco Pintus, 63 anni, anche lui consigliere presso la Suprema Corte. [27]

 

 

Giovedí 9 luglio 1992

 

Borsellino rientra dalla Germania insieme al maresciallo Canale ed al sostituto Teresa Principato. Sotto la scaletta dell’aereo c’è una sola auto di scorta.
Quando Borsellino rientra dalla Germania dovrebbe incontrare la figlia Fiammetta  all’aeroporto di Fiumicino. Infatti Fiammetta è in partenza per Bangkok insieme all’amico Alfio Lo Presti. Purtroppo l’aereo del magistrato atterra a Ciampino per una variazione di programma. Borsellino e la figlia non si vedranno più.
Quello stesso pomeriggio Borsellino va direttamente alla sede dell’Alto Commissariato per la lotta alla mafia per interrogare Leonardo Messina, il pentito di San Cataldo (Caltanissetta), che sa tutto della mafia nissena, che aprirá uno squarcio di luce sulle trame segrete della massoneria in combutta con la mafia e l´alta finanza di riciclatori. Messina parla di guerre sanguinarie tra i clan, descrive omicidi e sparatorie, agguati e massacri, poi chiede: “Dottore, una cortesia, me lo fa un autografo?”. Borsellino resta di stucco: “Un autografo?”. “Si – risponde il pentito – é per i miei figli, me l´hanno chiesto loro, la conoscono, la vedono in tv.” Borsellino, al successivo incontro, si presenta con una cartolina: “In ricordo delle lunghe giornate trascorse con vostro padre. Paolo Borsellino.” [28]

In quei giorni Borsellino e Messina si incontreranno almeno un’altra volta.

 

“Il decreto antimafia va bene cosí com´é, se modifiche ci saranno esse dovrebbero riguardare solo le norme processuali”: cosí Martelli risponde ai giornalisti, lasciando la commissione giustizia del senato, dove si sta esaminando il decreto anticriminalitá, varato l´8 giugno scorso, che dovrebbe andare in aula mercoledí 15 luglio.[29] Anche se appare ormai improbabile che il decreto possa essere trasformato in legge in tempo utile. Scadra' l'8 agosto e il governo sara' costretto a ripresentarlo.

Le posizioni politiche sul decreto non sono affatto univoche, mentre nettamente critici sono gli avvocati penalisti. Il provvedimento fu approvato dal Consiglio dei ministri pochi giorni dopo l'uccisione del giudice Giovanni Falcone. Voleva essere una risposta dello Stato alle azioni delittuose della mafia. Contempla norme molto rigide per i mafiosi detenuti, che devono essere messi in condizione di non avere alcun collegamento con l'esterno. Contiene poi innovazioni riguardo alla raccolta delle prove, al trattamento dei pentiti, al lavoro delle forze dell' ordine.

Il senatore Paolo Cabras (Dc), intervenendo in Commissione affari costituzionali, ha valutato positivamente il decreto. Ma ha suggerito qualche modifica. Soprattutto vorrebbe cambiare il contenuto dell'articolo 4, dove si parla delle indagini che possono svolgere le forze di polizia e del periodo di tempo che hanno a disposizione prima di informare l'autorita' giudiziaria.

Qualche riserva ha espresso anche il senatore Mino Martinazzoli (Dc). In particolare egli critica le restrizioni imposte ai commercianti di armi e ai cacciatori i quali, osserva Martinazzoli, "esercitano attivita' che in Italia non sono state poste fuori legge".

 In Commissione giustizia e' invece intervenuta la senatrice socialista Alma Cappiello, la quale ha sottolineato l'opportunita' di "operare alcuni aggiustamenti che rispondano alla ricerca di equilibrio tra tutela del cittadino (garantismo) e tutela della collettivita' ". Ed ha raccomandato "migliorie al regime di raccolta delle prove e sulla attivita' di indagine della polizia giudiziaria o, ancora, sul regime penitenziario che - data la gravita' dei reati di cui si parla -  puo' essere in parte modificato".

Abbastanza favorevole al decreto si e' detto il senatore del Msi Romano Misserville, anche se ritiene che "la durezza delle norme proposte non va limitata ai delitti di criminalita' organizzata di tipo tradizionale; esiste un retroterra delittuoso che ha profondi intrecci col mondo politico, che merita un trattamento altrettanto severo".

Diversa la posizione dei Verdi: il senatore Emilio Molinari ha illustrato la posizione della sua parte politica come "ferma opposizione". Il giudizio negativo dei Verdi si e' incentrato su tre questioni che, a loro avviso, "di fatto hanno stravolto il diritto al processo giusto: lo svuotamento di ruolo della difesa, lo strapotere dato alla polizia, i premi ai pentiti. Tre ingredienti che rischiano di creare un mostro che aumentera' gli errori giudiziari, mettendo in galera innocenti senza colpire veramente la mafia".

Molto critici anche gli avvocati penalisti, che hanno indetto tre giorni di sciopero, in segno di protesta contro un decreto che, a loro avviso, "riporta la giustizia italiana ad epoche da preistoria giudiziaria". Si sono astenuti dalle udienze ieri, non si presentano in aula nemmeno oggi e domani. Terranno, domani, un' assemblea generale a Roma allo scopo di chiedere alle forze politiche di non convertire in legge il decreto. "Non esiste emergenza che giustifichi un calpestamento del principio di legalita' - ha detto Vittorio Chiusano, presidente dell' Unione che raccoglie 72 camere penali italiane - ed e' inammissibile che si contrabbandi il decreto come un provvedimento destinato esclusivamente a combattere i delitti ed il fenomeno mafioso, mentre in realta' , stravolgendo l'intero nuovo codice di procedura, riguarda ogni sorta di procedimento". Le lamentele degli avvocati riguardano in particolare "l' eliminazione dei principi di oralita' e di contraddittorio in sostanza annullati con l' inserimento di "prove precostituite" nel dibattimento". Questo a causa del fatto che le forze di polizia non sono obbligate a informare subito l' autorita' giudiziaria delle indagini che stanno svolgendo. Basta che lo facciano "senza ritardo". Con un prolungamento enorme dei termini per le indagini preliminari.[30]

 

La Corte costituzionale decide in merito al conflitto sorto fra il ministro di grazia e giustizia Martelli ed il CSM in modo sostanzialmente favorevole al primo. Il dispositivo della sentenza della Corte recita: “Spetta la ministro della giustizia non dare corso alle delibere del CSM di conferimento di uffici direttivi ai magistrati quando, da parte della commissione competente del CSM, sia mancata un´adeguata attivitá di concertazione, ispirata al principio di leale cooperazione, ai fini della formulazione della proposta; e, conseguentemente, essendo mancata nella specie la suddetta attivitá, spetta al ministro non proporre al Presidente della Repubblica il decreto di conferimento dell´ufficio direttivo di presidente della corte di appello di Palermo relativo alla delibera del CSM in data 11 dicembre 1991. Non spetta al ministro della giustizia non dare corso alle delibere del CSM sul conferimento di uffici direttivi quando, nonostante che sia stata svolta un´adeguata attivitá di concertazione nei sensi indicati nel capo precedente, non si sia convenuto in tempi ragionevoli tra la commissione del CSM ed il ministro sulla proposta da formulare”.

Mario Cicala, presidente dell´ANM, commenta: “la decisione della Consulta suscita preoccupazione per il possibile uso strumentale della sentenza”.  Il ministro Martelli si definisce soddisfatto.[31]

 

 

Venerdì 10 luglio 1992

 

Dall´agenda grigia di Paolo Borsellino[32]:

Roma

Sco, Alto Commissario

Ore 18.30 Ros

Cena Cc

 

L´interrogatorio di Leonardo Messina é appena concluso, Borsellino e Canale decidono di andare a cena, da soli. Scelgono una trattoria all´aperto, si siedono. Borsellino ordina “olive e sarde salate per antipasto”. E parla, parla tutta la sera. Parla dei suoi figli. Gli é dispiaciuto non incontrare Fiammetta all´aeroporto, spera che si diverta in vacanza. É felice che Lucia abbia deciso di laurearsi in Farmacia. “Ho sempre avuto nelle narici l´odore dei medicinali di un tempo, mio padre li teneva nei contenitori di ceramica poggiati sugli scaffali del retrobottega della farmacia. Chissá come sarebbe stata la mia vita, se avessi fatto quel mestiere.” É orgoglioso di Manfredi, dei suoi studi di Giurisprudenza. “Quando lo guardo mi rivedo ragazzo.” Canale ricorda che Borsellino, quella sera, “era felice.” Scherzando gli confida persino che, se potesse rinascere, vorrebbe fare il portiere di un palazzo. In divisa. “Potrei vendere l´uovo fresco agli inquilini, ritirare al posta, pagare le bollette della luce e del telefono.” E perché? Per potersi permettere tanti, tantissimi rapporti umani, senza dover sempre considerare il rischio di trovarsi coinvolti in amicizie imbarazzanti. Non sa, allora, Borsellino, che anche il suo fidato maresciallo Canale, anni dopo, sará coinvolto in un processo per collusioni con Cosa Nostra dal quale uscirá assolto con il dubbio.[33]

 

Il movimento La Rete pubblica un annuncio a pagamento su La Repubblica in cui si denuncia che la Sicilia sta vivendo una stagione carica di gravi tensioni e pericoli…è in atto uno scontro tra chi spinge verso un’etica rinnovata nell’azione politica quotidiana e nel disegno delle prossime indifferibili riforme e chi vuole a tutti i costi mantenere rendite di posizione e vantaggi frutto della corruzione e del malaffare. Cosa Nostra potrebbe voler colpire chi è in grado di dare spessore politico alla rivolta morale ed alla voglia di pulizia. Sentiamo un’attenzione forte sul nostro movimento, su chi ne ha la massima responsabilità. Si tratta di fatti precisi, inequivocabili e conosciuti, accaduti nelle ultime settimane a Palermo. La lettera fa riferimento ad alcuni atti intimidatori ed a pesanti minacce che sono stati indirizzati a Leoluca Orlando, attorno al quale sono state rafforzate notevolmente le misure di sicurezza. Il 2 luglio un´auto rubata é stata fatta trovare dinanzi all´abitazione palermitana di Orlando, vigilata da una postazione fissa dell´Arma. Contemporaneamente sono giunte ai centralini di alcune redazioni delle telefonate anonime che annunciavano l´avvenuto omicidio di Orlando.

 

La sera il Maurizio Costanzo Show va in onda al teatro Politeama di Palermo. “Siamo venuti qui – spiega Costanzo – perché ci é sembrato che in questo momento Palermo meritasse una risposta da cittá civile qual é. Dopo l´omicidio Falcone qualcosa di molto importante é accaduto per Palermo e per la Sicilia.”

Costanzo ricorda le manifestazioni delle tante associazioni spontanee sorte dopo la strage di Capaci, molte delle quali sono rappresentate tra il pubblico. La trasmissione si apre con le parole e le note di una canzone di Jovannotti dedicata ai ragazzi di Palermo che sono “pronti per vincere la sfida.” Tra gli ospiti, scelti come ha spiegato il conduttore tra la gente “comune”, ci sono infatti molti giovani e persino due bambimi. Tranne il sindaco, Aldo Rizzo, sul palco non sono presenti politici.

Il primo ad intervenire é Giuseppe Costanza, l´autista di Falcone sopravvissuto all´attentato del 23 maggio. Costanza era collaboratore di Falcone fin dal 1984 ed era giá stato testimone dell´attentato fallito il 20 giugno 1989 quando fu scoperta una bomba telecomandata davanti alla villa del magistrato all´Addaura. “Il 23 maggio – ha ricordato l´autista – ero andato a prendere il giudice e la moglie all´aeroporto di Punta Raisi.”

Costanza rivive i momenti dell´esplosione sull´autostrada, sostenendo di essersi salvato per caso, solo perché era seduto sul sedile posteriore. Pochi attimi prima dell´esplosione Falcone, che era alla guida, infatti aveva rallentato per consegnare a Costanza un mazzo di chiavi. In quel momento si verificó la deflagrazione che investí la blindata di Falcone nella parte anteriore.

“É per questo – esclama commosso Costanza – che sono vivo.” [34]

 

Il governo Amato vara una pesante manovra finanziaria da 30.000 miliardi per sistemare i conti pubblici. Nel provvedimento vengono incluse una tassa del 2 per mille sul valore degli immobili di proprietà ed un’altra tassa del 6 per mille sui depositi bancari.

 

Il sindacato di polizia SAP protesta perché le auto blindate ed i giubbotti antiproiettile, promessi a Palermo dopo la strage di Capaci, non sono mai arrivati.

 

 

Sabato 11 luglio 1992

 

Dall´agenda grigia di Paolo Borsellino:[35]

Roma

Sco

Ore 16.30 Salerno con Cavaliero

 

Fiammetta Borsellino, figlia di Paolo, parte per una vacanza in Indonesia insieme ad alcuni cari amici di famiglia: il ginecologo Alfio Lo Presti, la moglie Donatella Falzone, i figli Giorgia e Salvatore, compagni inseparabili di Fiammetta.

 

 

Domenica 12 luglio 1992

 

Dall´agenda grigia di Paolo Borsellino:[36]

Battesimo di Massimo

 

“Sono le sei del mattino, quando mi sveglio” ricorda il tenente Carmelo Canale. “Nella camera d´albergo che condividiamo, il procuratore é giá al lavoro. Lo vedo scrivere su questa agenda rossa. Gli chiedo: ma che fa? Vuol diventare pentito pure lei? Non stará prendendo nota su cosa abbia mangiato ieri sera a cena e chi c´era con noi?” La sera precedente, a cena, erano in quattro: con Borsellino e Canale, c´erano Diego Cavaliero ed il sostituto procuratore Alfredo Greco.

“Carmelo – risponde gelido Borsellino – per me é finito il tempo di parlare. Sono successi troppi fatti in questi mesi, anch´io ho le mie cose da scrivere. E qua dentro ce n´é anche per lei.” [37]

 

Il quotidiano Corriere della Sera riporta che il finanziere Filippo Alberto Rapisarda, parte civile nel processo contro gli amministratori della Cassa di Risparmio di Asti in corso davanti alla prima sezione del tribunale penale, e' stato rinviato a giudizio per bancarotta. La decisione e' stata presa dalla corte d' Appello al termine di una lunga serie di provvedimenti adottati nell' ambito dell' inchiesta sui risvolti penali della "Pmi", una societa' del gruppo "Bresciano" (a sua volta al centro di un annoso contenzioso tra la cassa di Risparmio di Asti e Rapisarda). Filippo Alberto Rapisarda e' stato rinviato a giudizio per bancarotta documentale e distrazione, in relazione ad un mutuo attinto per conto della "Pmi" da lui acquistata.[38]

 

Sempre il Corriere della Sera riporta la notizia della richiesta di rinvio a giudizio per abuso in atti d´ufficio continuato ed aggravato del deputato regionale siciliano Salvatore Leanza giá sospeso dal suo incarico il 27 aprile 1992 dal Gip. Tale sospensione dall´incarico di assessore aveva provocato alla fine del mese di aprile le dimissioni del governo regionale siciliano.[39]

 

 

Pochi giorni prima di domenica 19 luglio 1992

 

Una lettera minatoria viene recapitata alla Procura di Palermo con minacce di morte e tre foto, quelle di Paolo Borsellino e di altri due giudici della direzione antimafia.[40]

 

 

Lunedì 13 luglio 1992

 

Il ROS di Palermo comunica ai vertici della Procura e delle forze dell’ordine che è stato segnalato da attendibili fonti confidenziali l’arrivo di un carico di esplosivo in città. I possibili obiettivi, sempre secondo l’informativa, sono Borsellino, il maresciallo Canale, il capitano dei carabinieri Sinico, i politici Salvo Andò e Calogero Mannino.[41]

 

Nel pomeriggio, un poliziotto della scorta guarda Borsellino in volto, lo vede preoccupato, teso, troppo teso, non puó fare a meno di chiedergli: “Dottore, cosa c´é? È successo qualcosa?” Borsellino, come se non potesse trattenersi, gli dice di botto: “Sono turbato, sono preoccupato per voi, perché so che é arrivato il trirolo per me e non voglio coinvolgervi.” L´agente sbianca, resta senza parole.[42]

 

Di quei giorni, gli ultimi della vita di Borsellino, la moglie Agnese ricorda la fretta, la frenesia di lavorare, la paura di avere poco tempo, la consapevolezza di essere un bersaglio vivente. “Era turbato. Gli facevo tante domande, e lui non mi rispondeva. E io dicevo: “Ma perché non mi rispondi?”. “Non vi voglio esporre” mi ripeteva “e poi: non ho tempo da perdere, devo lavorare, devo lavorare...” Era turbato, sí, tantissimo.” Agnese ricorda quell´angoscia di correre contro il tempo, per arrivare alla veritá prima di essere fermato. Ma quale veritá? “Ricordo – racconta Agnese – che Paolo mi ripeteva sempre: é una corsa contro il tempo, per arrivare alla veritá prima di essere fermato. Ma quale veritá? “Ricordo – racconta Agnese – che Paolo mi ripeteva sempre: é una corsa contro il tempo quella che io faccio. Sto vedendo la mafia in diretta, devo lavorare tanto, devo lavorare tantissimo.” [43]

 

“Il tritolo é arrivato con un carico di “bionde”, l´ha scoperto la finanza ed é arrivato per me, Orlando ed un ufficiale dei carabinieri.” É la rivelazione che Borsellino fa in un giorno di giugno a padre Cesare Rattoballi, dirigente dell´Agesci, l´associazione cattolica degli scout, il sacerdote che é diventato suo confidente nelle ultime settimane.
Don Rattoballi é cugino di Rosaria Schifani, é rimasto vicino alla giovane vedova che ha lanciato l´anatema contro i mafiosi, dal pulpito della chiesa di San Domenico, nel giorno dei funerali di Falcone, e delle altre vittime di Capaci. Conosce Borsellino fin dagli anni settanta, gli si é avvicinato in modo particolare in quelle settimane di fuoco, dopo il “botto” sull´autostrada, imparando a leggerne i silenzi, le inquietudini, a rispettarne gli sforzi per scoprire la veritá sull´attacco allo stato.
Anche in questi giorni di luglio, mentre la cittá si va svuotando per le ferie, don Cesare sente il bisogno di andare a far visita all´amico, senza una ragione precisa, guidato dall´affetto o dall´istinto. Il sacerdote é solo, varca il metal detector del Palazzo di giustizia, s´infila nel vecchio ascensore, sale al secondo piano, scivola silenzioso fino in procura. Bussa alla porta di Borsellino. Lo saluta, gli sorride. Si siede di fronte a lui. Non sa ancora che questo sará il loro ultimo incontro.
“Quella mattina, non lo dimenticheró mai – ricorda il sacerdote – era un giorno di luglio, me ne andai in procura, non ricordo per quale ragione, bussai alla porta di Borsellino, lo salutai, lui mi accolse con un sorriso, ci mettemmo a chiaccherare. Parlammo di tante cose, era sereno, preoccupato solo per il futuro dei suoi ragazzi. Ad un tratto mi disse: “Io sono come quello che guarda i quadri, chissá se li potró piú vedere”. Più tardi, quando fui sul punto di andarmene, mi fermó di colpo e mi chiese: “Aspetta, prima di andare via mi devi confessare”. E lí, nel suo ufficio, tra le sue carte, si raccolse e si confessó.
Rattoballi non era il suo confessore abituale. “Paolo – ricostruisce oggi il parroco – sosteneva che il sacramento della riconciliazione si puó ottenere da qualsiasi sacerdote, e quindi non aveva un confessore fisso”. Quella mattina, chiaccherando con don Cesare, l´amico, ma soprattutto il sacerdote, Borsellino coglie al volo l´occasione. Si confessa. Vuole essere purificato. Vuole essere pronto.[44]

 

 

Martedì 14 luglio 1992


 

L´agenda grigia di Paolo Borsellino (martedí 14 luglio 1992)

 

Il Viminale suggerisce a Leoluca Orlando di contenere al massimo le attività pubbliche esterne vista la grave situazione di pericolo che sta correndo.

 

Giacomo Ubaldo Lauro, calabrese già appartenente alla ‘ndrangheta rifugiatosi in un paese del Nord Europa, avverte il console italiano del luogo che si sta tramando un attentato a Palermo contro Borsellino. Comunicata a Roma l’informazione il giorno stesso, essa verrà trasmessa a Palermo solo il 25 luglio, cinque giorni dopo la strage di Via D’Amelio.[45]


Nel giro di 24 ore scompaiono nei dintorni di Alcamo in provincia di Trapani Vincenzo Milazzo e la sua compagna Antonella Bonomo. Il Milazzo era ritenuto un uomo di vertice del mandamento alcamese di Cosa Nostra  (solo nel 1996 grazie alla collaborazione di Gioacchino La Barbera si saprá che il Milazzo e la Bonomo vengono uccisi da un commando di Cosa Nostra quello stesso giorno a poche ore di distanza uno dall´altro).


La giornata centrale del “Festino” di Palermo che dal 1625 onora Santa Rosalia, patrona della cittá e che da oltre un secolo viene conclusa da uno spettacolo pirotecnico, diventa l´occasione per una grande fiaccolata nel Foro Italico, in ricordo di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e dei tre agenti di scorta uccisi dalla mafia il 23 maggio.

Alla manifestazione popolare partecipano migliaia di cittadini che sfilano in corteo lungo la passeggiata a mare, mentre alcuni attori su un palco interpretano brani scritti per l´occasione.[46]

 

 

Mercoledì 15 luglio 1992



L´agenda grigia di Paolo Borsellino (mercoledí 15 luglio 1992)

 

Carla Del Ponte, giudice svizzero e collaboratrice di Falcone, rilascia un’intervista in cui afferma di sentirsi minacciata e di non poter momentaneamente fare ritorno in Italia. Attualmente collabora con Antonio Di Pietro nell’inchiesta sulle tangenti milanesi, ma nega che le minacce ricevute siano legate a questo filone di indagini.

 

I giudici della procura distrettuale antimafia di Palermo ribadiscono la necessità che venga approvato in tempio brevi, dal Parlamento, il recente decreto anticrimine che prevede fra l´altro nuove misure in favore dei pentiti. “Senza il loro apporto – sostengono i magistrati – é illusorio pensare che si possa combattere efficacemente la mafia.” [47]

 

Il palazzo di giustizia é quasi deserto. É il giorno della festa di Santa Rosalia. Borsellino incontra Ingroia che sta andando in ferie. Borsellino é silenziosamente contrariato, vorrebbe che il suo braccio destro restasse al suo fianco per proseguire il lavoro. Ma Ingroia ha giá prenotato una casa per le vacanze e non puó rinviare.  Lo rassicura: si tratta comunque di una sola settimana da trascorrere al mare, a San Vito Lo Capo, a pochi chilometri da Palermo. Borsellino, che al mattino mantiene un atteggiamento di “silenzioso rimprovero”, il pomeriggio incontra di nuovo il Pm.
“Lo vidi sorridere per l´ultima volta – racconta Ingroia – quando gli dissi che sarei rimasto fuori soltanto per il weekend, promettendogli che sarei tornato giá in ufficio lunedí.” Borsellino si é rasserenato. Si alza, abbraccia Ingroia, lo saluta. Il Pm va via, ancora un po´ dispiaciuto di lasciarlo solo in quel palazzo deserto.[48]

 

 

Un giorno fra il 15 ed il 19 luglio 1992

 

Borsellino incarica il tenente Canale di ripescare dall’archivio della sezione anticrimine un rapporto sulla Duomo Connection, inchiesta sui tentacoli della mafia a Milano.[49]

Paolo Borsellino confida al maresciallo Canale che entro l’estate avrebbe arrestato il Procuratore Giammanco, perché doveva raccontare quanto di sua conoscenza sull’omicidio Lima.[50]

 



Giovedì 16 luglio 1992


Borsellino si reca a Roma per interrogare Mutolo ed altri collaboratori.

Dall´agenda grigia di Paolo Borsellino:[51]

Roma

Dia

Ore 13.30 De Gennaro

 

 
L´agenda grigia di Paolo Borsellino (giovedí 16 luglio 1992)


La corte di appello del tribunale di Palermo presieduta da Pasquale Barreca assolve Nitto Santapaola, Mariano Agate, Francesco Mangion ed Antonio Riserbato dall’accusa di essere gli autori dell’omicidio Lipari. La ricostruzione dell’accaduto era stata possibile anche grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara.

 

Un confidente dei carabinieri di Milano rivela che si sta preparando un attentato ad Antonio Di Pietro e a Paolo Borsellino. La fonte è ritenuta altamente attendibile ed il raggruppamento ROS di Milano invia un rapporto alla Procura di Milano ed a quella di Palermo. L’informativa è inviata per posta ordinaria ed arriverà a Palermo dopo la strage di Via D’Amelio. In seguito a questa notizia viene pesantemente rafforzata la scorta a Di Pietro ed alla sua famiglia, il PM milanese non dorme neppure a casa sua.

Il maresciallo Cava del ROS di Milano tenta anche di mettersi in contatto diretto con la Procura palermitana ma senza risultato.

 

Borsellino interroga Gaspare Mutolo. É l´ultimo interrogatorio, dura parecchie ore. Il pentito accetta di verbalizzare le accuse su Contrada e Signorino. Ma oggi non si fa in tempo, se ne riparlerá lunedí prossimo. É tardi. Borsellino chiude il verbale senza neppure una parola, sempre piú incupito. Saluta Mutolo, ed é l´ultima volta che lo vede.[52]

Prima di salutare Mutolo, Borsellino riceve una telefonata dalla figlia Fiammetta in partenza da Londra per Bangkok. Il magistrato ne parla con il collaboratore il quale racconta le preoccupazioni per i suoi figli che hanno dovuto cambiare residenza insieme alla madre e che ogni settimana cercano di tornare dai loro amici nonostante il grosso rischio che ció comporta. “Stia tranquillo Mutolo – dice Borsellino – i figli sono tutti uguali, indipendentemente dalla vita che vorremmo fargli condurre, il loro mestiere é farci preoccupare. L´importante é che sappiano sempre che sono il bene piú importante della nostra vita.”  [53]

 

A Roma si svolge un incontro tra il ministro di grazia e giustizia Claudio Martelli ed i ventisei procuratori distrettuali antimafia. La discussione verte sul decreto legge anticrimine presentato dal governo l´otto giugno. Martelli invita i procuratori a pronunciarsi “su ció che va mantenuto e su ció che puó essere utilmente modificato.” I titolari delle ventisei procure richiedono al ministro di mantenere ferma la struttura portante del decreto limitandosi ad apportare ad esso solo modifiche di “chiarificazione o integrazione”.[54]

Anche il Procuratore di Firenze, Pier Luigi Vigna, condivide lo spirito del provvedimento ma auspica modifiche sull´individuazione delle fattispecie di reato relative alla criminalitá organizzata.[55]

 

Il quotidiano Corriere della Sera rilancia un´intervista rilasciata dal magistrato elvetico Carla Del Ponte al Nouveau Quotidien di Losanna in cui la Del Ponte rivela di aver ricevuto recentemente minacce di morte: Carla Del Ponte, il procuratore di Lugano che ha lavorato per anni con Giovanni Falcone sul fronte antimafia, che ha indagato con Ilda Boccassini sugli affari delle cosche trapiantate a Milano e che ora collabora con Antonio Di Pietro nell' inchiesta sulle tangenti, ammette di sentirsi in pericolo, lascia capire di essere stata minacciata recentemente e di "non potere andare in Italia". In un' intervista al Nouveau Quotidien di Losanna, spiega: "Dipende dai segnali che mi sono arrivati. Per ora non ho bisogno di protezione. Ho una scorta solo quando mi serve... Per fortuna le cose evolvono con lentezza, ma puo' darsi che un giorno io non possa piu' circolare liberamente". Dopo le minacce a Di Pietro, gli allarmi ripetuti piu' volte per i giudici antimazzette, dopo i veleni di Milano e le polemiche di Roma, si apre dunque un nuovo fronte. Carla Del Ponte e' da tempo la sponda piu' preziosa a Lugano per i giudici italiani. Esperta di riciclaggio, conosce a fondo tutti i meccanismi con cui le famiglie mafiose o i manager senza scrupoli lavano i soldi sporchi negli asettici paradisi finanziari svizzeri. Finora ha lottato contro i narcotrafficanti. Ma l' indagine di Di Pietro l'ha messa di fronte a una criminalita' diversa, ai corrotti, ai corruttori, alle bustarelle, ai pagamenti estero su estero finiti nelle cassaforti segrete dei partiti. E lei, che da mesi ha ingaggiato un braccio di ferro con le banche del Canton Ticino per ottenere i nomi di politici e imprenditori che hanno conti nascosti oltreconfine, e' nel mirino di qualcuno. Di chi? I suoi timori a venire in Italia chiariscono almeno da dove provenga il pericolo. C'e' in ballo la mafia, oppure Tangentopoli? Risposte sicure non ce ne sono. Dal magistrato non viene nessuna conferma. L'ipotesi che porta a Cosa Nostra pare la piu' consistente: la Del Ponte era con Falcone quando i mafiosi tentarono per la prima volta di uccidere il giudice all'Addaura, nell'89. E certo, comunque, che la paura torna a far capolino anche nell' inchiesta milanese. Carla Del Ponte dedica anche una lunga reprimenda ai cronisti italiani che hanno seguito la vicenda delle mazzette: "Se la pubblicita' deriva una volta o l'altra da un processo, la cosa non mi disturba. Ma detesto quanto mi succede con lo scandalo delle tangenti. I giornalisti italiani hanno superato ogni limite. Non sono Rambo e la notorieta' dei giudici ticinesi dipende molto dalla vicinanza dell' Italia, dove esiste una criminalita' di qualita' con ramificazioni anche da noi".[56]

 

 

Venerdì 17 luglio 1992



L´agenda grigia di Paolo Borsellino (venerdí 17 luglio 1992)
 

In mattinata Paolo Borsellino incontra a Roma il capo della polizia Vincenzo Parisi per rivolgergli una richiesta particolare: il rafforzamento della propria scorta. La richiesta é stata formulata da dieci agenti del nucleo scorte di Palermo che si rendono conto che il magistrato é in immediato pericolo di vita e le misure per proteggerlo sono insufficienti. Gli agenti chiedono a Parisi solo di essere armati e di avere il via all´operazione. 

Dopo il colloquio con Parisi il sistema con cui viene organizzata la scorta di Borsellino resta invariato.[57]

 

Borsellino rientra a Palermo. Dall´agenda grigia di Paolo Borsellino:[58]

Ritorno da Roma alle 15

 

Di ritorno da Punta Raisi, Borsellino fa un salto in procura per mettere i verbali in cassaforte, fare qualche telefonata e salutare i colleghi. Li abbraccia anche, uno per uno. “Loro si meravigliano – racconta Rita Borsellino – perché é una cosa che Paolo non ha mai fatto. Almeno tre o quattro di loro, e tra questi Ignazio De Francisci e Vittorio Teresi, affermano di essere rimasti sconvolti da quell´episodio: “Paolo, ma che stai facendo?” E lui, al solito scherzando: “E perché vi stupite? Non vi posso salutare?” [59]

 

“É l´ultima volta che sento Borsellino al telefono – ricorda Carmelo Canale – é appena rientrato da Roma, dove era andato ad ascoltare Mutolo. All´interrogatorio, in un primo momento, dovevo andare anch´io. Ma dopo avermi avvertito della partenza prevista per mercoledí, Borsellino mi dá il controordine. Spiega che Giammanco gli ha vietato di portarmi con sé, sostiene che siccome il pentito é gestito dalla Dia, é preferibile che nessuno esterno alla struttura diretta dal generale Giuseppe Tavormina partecipi. Va da solo, quindi, peró appena rientrato mi chiama. Mi chiede novitá sul versante delle indagini su Palma di Montechiaro, mi anticipa come si é svolto il colloquio ocn Mutolo. Lo sento stanco, amareggiato, affaticato. Vorrei incontrarlo, ma sto per lasciare la Sicilia per due giorni, ho un impegno familiare, gli chiedo di accompagnarmi, potrá riposare dopo mesi di lavoro pesantissimo. Lui dice che non é possibile, ha troppo lavoro arretrato. Mi fa una promessa: lunedí partiamo per il nuovo interrogatorio con il palmese Gioacchino Schembri, in Germania. Al rientro ce ne andiamo per una decina di giorni. La meta l´ha giá scelta: l´Asinara. C´é un mare stupendo, producono del formaggio fresco che é la fine del mondo. Le nostre mogli non avranno vetrine da guardare? Pazienza. Si divertiranno lo stesso. Mi saluta: a lunedí . É l´ultima volta che sento la voce di Borsellino.”
Canale sostiene anche che, nel corso di quella telefonata, Borsellino gli avrebbe rivelato che Mutolo ha accusato Bruno Contrada.[60]

 

Dalla procura, Borsellino torna a casa in auto. A guidare la Croma c´é una carabiniere della Dia. Il magistrato tira fuori dalla tasca il suo cellulare, compone un primo numero, poi un secondo e parla concitatamente. Il carabiniere che lo ascolta riferisce che era “stravolto”. Riesce a captare solo qualche parola: “Adesso noi abbiamo finito, adesso la palla passa a voi”. I due cellulari chiamati dal magistrato sono intestati al comune di Nicosia ed alla procura di Firenze.
“Mi pare che poi si accertó – dirá Gioacchino Genchi, consulente informatico delle procure – che uno fosse il dottor Vigna e l´altro il dottor Tinebra, in quanto il cellualre era allora a lui in uso.”
Quel giorno Tinebra si é insediato alla guida della procura di Caltanissetta. Borsellino, che non fu mai interrogato, voleva essere ascoltato? [61]

 

Borsellino arriva in famiglia nel tardo pomeriggio, teso, nervoso. A casa, peró, trova spazio per un momento di ottimismo. Dice a Manfredi: “Sento che il cerchio attorno a Riina sta per chiudersi, stavolta lo prendiamo.”
Non fa il nome di Mutolo, non puó farlo, ma confida a suo figlio che c´é un nuovo pentito, uno che sa tante cose, che ha fatto rivelazioni su uomini d´onore vicini a Riina Ma c´é di piú, anche se quel di piú Manfredi lo verrá a sapere solo dopo: il giorno precedente, Mutolo ha promesso di verbalizzare le accuse su Contrada e Signorino. Ecco perché Borsellino é cosí nervoso. Ad un tratto propone ad Agnese: “Andiamo a Villagrazia, ho bisogno di un po´d´aria, ma senza scorta, da soli.”
Agnese é stupita. “Da soli, Paolo, cosa c´é? É successo qualcosa?”
“Andiamo”, ordina.
La moglie lo conosce, lo segue. In macchina, in silenzio, mentre cala la sera, Agnese lo guarda, capisce che é tormantato da mille angosce., mille dubbi. Riesce a fargli ammettere che qualcosa é successo: Mutolo ha parlato, ha detto cose gravissime, ha acccusato personaggi al di sopra di ogni sospetto. Paolo é sconvolto, confida ad Agnese che alla fine dell´interrogatorio era cosí traumatizzato da avere addirittura vomitato. “Stavo malissimo”, dice. Anni dopo, Agnese, sentita come teste nel processo Borsellino TER, ricorda: “Mutolo gli aveva annunciato che avrebbe dovuto parlare di Signorino, peró mio marito ha detto pure: “Se ne riparla la prossima settimana, perché é tardi e dobbiamo [...] abbiamo chiuso giá il verbale, dunque se ne riparla lunedí.”
La moglie di Borsellino afferma che Paolo quella sera non fa altri nomi. E lei non insiste con le domande, cogliendo il suo profondo turbamento. “Non gli ho fatto altre domande, sapevo che avrebbe significato ferirlo ancora di piú. Capivo che dentro di lui provava un dolore immenso.” Che ha detto di cosí sconvolgente Mutolo a Borsellino? Ha parlato solo di Contrada e di Signorino? Ha parlato d´altro? [62]

 

Il collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara telefona a Paolo Borsellino per commentare la sentenza del processo Lipari con la quale la corte di appello aveva mandati assolti Nitto Santapaola, Mariano Agate, Francesco Mangion due giorni prima. Borsellino dice a Calcara che si vedranno presto per parlare in particolare di rapporti mafia, massoneria e potere politico. [63]

 

Di mattina alle 9 circa, un furgoncino Ford Transit grigio chiaro, con targa d´importazione tedesca, condotto da un cinquantenne brizzolato dall´accento palermitano, si ferma a fare rifornimento presso l´area di servizio Reggello, sull´autostrada del sole, all´altezza dell´uscita di Valdarno. L´uomo fa il pieno pagando trentacinquemila lire. Nell´attesa scambia due chiacchere con l´addetto al carburante, gli dice che in Germania la benzina costa meno e che in Italia la situazione politica é critica. E conclude: “Quello che é successo a Falcone é niente, deve succedere qualcosa di piú grosso tra qualche giorno...”

Il giorno successivo alla strage, il 20 luglio, il benzinaio ricorda le parole di quell´uomo ed informa una pattuglia della stradale fermatasi a fare benzina. Con un fonogramma, vengono diramate le ricerche in tutta Italia, “con particolare raccomandazione ai porti dei traghetti in partenza da e per la Sicilia”. Ma ormai é troppo tardi. [64]

 

 

Sabato 18 luglio 1992

 

Borsellino lavora in procura la mattina in procura e nel pomeriggio si reca a far visita alla madre in via D’Amelio, per assisterla durante la visita del cardiologo Pietro Di Pasquale, che aveva promesso un consulto domiciliare. La sorella di Paolo, Rita, non é in casa, ma c´é sua figlia Marta, che fa compagnia alla nonna. Paolo Borsellino é rilassato, insolitamente scherzoso, in un periodo cosí cupo. É seduto nella stanza da pranzo con la madre e con Marta quando arriva una telefonata. É Rita, che chiama da fuori.

Risponde Marta:

 

-      Sai mamma? C´é qui lo zio Paolo. Lo zio Paolo che ha il babbio [che ha voglia di scherzare, N.d.A.]

-         Ah si? Passamelo.

-         Pronto, Rita?

-         Paolo, ciao. É venuto il dottore? Che ha detto?

-         No, Di Pasquale non é venuto. Gli si é rotta la macchina.

-         Ah, e ora?

-    Non ti preoccupare. Ho parlato con lui. Ed abbiamo deciso cosí: domani, dopo pranzo, vengo a prendere la mamma e la accompagno a casa sua. Pietro ci aspetta.

-         La visita a casa sua?

-         Si, si, me lo ha promesso lui stesso.

-         Ma... Paolo, io domani non ci sono. Devo andare a Trabia con tutta la famiglia.

-         Non c´é problema, Rita, vengo a prenderla io la mamma, la porto con me.[65]

 

Prima di rincasare Borsellino si ferma all´hotel Astoria Palace, in via Montepellegrino. Lí incontra David Monti, il Pm di Aosta in vacanza in cittá che gli ha telefonato per incontrarlo e salutarlo. Monti é il magistrato che condurrá a metá degli anni novanta l´inchiesta Phoney Money, su un giro di miliardi riciclati nel quale sono coinvolti faccendieri italiani in rapporti molto stretti con i servizi segreti americani.[66]

 

Tornando a casa, quella sera, Borsellino saluta il suo portiere, don Ciccio, lo abbraccia e lo bacia. Anche in questo caso sono effusioni insolite, atipiche, mai manifestate prima. Il portinario del palazzone di via Cilea le riferirá, commosso, ai familiari del giudice, nei giorni successivi alla strage.[67]

 

Il quotidiano Corriere della Sera pubblica un´intervista di Enzo Biagi a Maria Falcone, sorella di Giovanni, la quale sottolinea come tra i moventi della strage di Capaci vi sia la possibilitá che Giovanni Falcone diventasse Procuratore nazionale antimafia:

 

Enzo Biagi (EB):“Perche' lo hanno ucciso?”

Maria Falcone (MF):"Lo avevano deciso da anni, era il simbolo della lotta alla mafia. E avevano il terrore che la superprocura nelle sue mani potesse colpirli, con una forza, una organizzazione, che non c' erano mai state. E anche un avvertimento agli altri magistrati: lui era il bersaglio piu' difficile da colpire; state attenti, arriviamo dove vogliamo. A Roma, Giovanni se ne andava qualche volta anche in giro da solo, o con un amico, si liberava dalla scorta. Sarebbe bastato anche un killer per colpirlo. Invece hanno voluto dimostrare la loro potenza: e lo hanno inseguito in Sicilia, e assieme alla moglie, volutamente. Sapevano che c' era con lui Francesca".

Maria Falcone spiega fra le altre cose le ragioni che indussero il fratello Giovanni a chiedere il trasferimento dalla procura di Palermo al ministero di grazia e giustizia a Roma:

 

EB:“Come visse l'andata a Roma? Perche' decise di andarsene?”

MF: "Se ne e' andato, come si capisce dagli appunti che ha lasciato, perche' gli era impossibile lavorare a Palermo in una atmosfera che gli consentisse di raggiungere quegli scopi che si era posti. Tra lui e il procuratore capo c'era completa divergenza di vedute. Non esisteva piu' quell' armonia dei tempi di Caponnetto; sentiva che le cose stavano andando in una direzione sbagliata, ma non voleva provocare un nuovo dibattito, che la stampa avrebbe trasformato in una montagna di veleni, che avrebbe delegittimato, a vantaggio della mafia, il Palazzo di Giustizia. Partendo mi disse: "Sono sicuro di poter fare a Roma molto di piu' di quello che ormai posso fare qui a Palermo".

EB: “Chi erano i suoi amici?”

MF: "Pochi. Alcuni colleghi, tra cui certamente Caponnetto e Borsellino, e poi qualcuno fuori: anche dei giornalisti".

EB:“E quelli che l'avversavano?”

MF:"Tantissimi. Sia nella magistratura come nella politica".

EB: “Il giudice Caponnetto ha dipinto Leoluca Orlando come uno che aveva con suo fratello, cito tra virgolette. "rapporti di stima e di affetto, e ricambiato". E cosi' ?”

MF: "No".

EB: “Come viveva?”

MF: "Trovava nel lavoro la sua vera realizzazione. Amava il mare, stare coi suoi, con le persone di cui era sicuro al cento per cento".

EB: “Quali attacchi lo hanno piu' amareggiato?”

MF: "La contesa con il giudice Meli per il posto di consigliere istruttore; gli attacchi ingiusti di un suo ex amico, il giudice Geraci, che l'osteggio' dentro e fuori il Consiglio superiore, e che adesso dice: "Era il migliore di tutti noi", e la posizione del Giornale, e infine le accuse di Leoluca Orlando che gli attribuiva di tenere chiusa nei cassetti la verita' sui grandi delitti. Gli dicevo spesso: "Perche' non ti difendi? Perche' non quereli?". "E lui, sempre pacato: "Maria, le cose vanno fatte nelle sedi istituzionali appropriate". [68]

 

 

Domenica 19 luglio 1992

 

Alle 5 di mattina Borsellino riceve una telefonata dall’altra parte del mondo, sono Fiammetta e l’amico Alfio Lo Presti che gli telefonano per sentire come sta e per parlare con lui.

Dopo la telefonata Borsellino scrive una lettera ad una professoressa di Padova che lo aveva invitato per un dibattito. Quell´invito non é mai arrivato a Borsellino, e la docente protesta: essere un giudice famoso e stracarico di lavoro non deve far dimenticare le buone maniere. C´é anche un questionario con dieci domande: Come e perché é diventato Giudice? Cosa sono la Dia e la Dna? Quali le differenze tra mafia, camorra, ´ndrangheta e sacra corona unita? Quali i rapporti tra la mafia italiana e statunitense? Borsellino, con una pazienza davvero infinita, risponde con una lunga lettera alla professoressa risentita, una lettera che oggi sembra quasi un testamento spirituale:

 

"Gentilissima" professoressa, uso le virgolette perché le ha usate Lei nello scrivermi, non so se per sottolineare qualcosa, e "pentito" mi dichiaro e dispiaciutissimo per il disappunto che ho causato agli studenti del Suo Liceo per la mia mancata presenza all'incontro di Venerdì 24 gennaio.

Intanto vorrei assicurarle che non mi sono affatto trincerato dietro un compiacente centralino telefonico (suppongo quello della Procura di Marsala) non foss'altro perché a quell'epoca ero stato già applicato per quasi tutta la settimana alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, ove da pochi giorni mi sono definitivamente insediato come Procuratore Aggiunto.

 Se le Sue telefonate sono state dirette a Marsala non mi meraviglio che non mi abbia mai trovato. Comunque il mio numero telefonico presso la Procura di Palermo è (...), utenza alla quale rispondo direttamente.

Se ben ricordo, inoltre, in quei giorni mi sono recato per ben due volte a Roma nella stessa settimana e, nell'intervallo, mi sono trattenuto ad Agrigento per le indagini conseguenti alla faida mafiosa di Palma di Montechiaro.

Ricordo sicuramente che nel gennaio scorso il dott. Vento del Pungolo di Trapani mi parlò della Vostra iniziativa per assicurarsi la mia disponibilità, che diedi in linea di massima, pur rappresentandogli le tragiche condizioni di lavoro che mi affliggevano. Mi preannunciò che sarei stato contattato da un Preside del quale mi fece anche il nome, che non ricordo, e da allora non ho più sentito nessuno.

Il 24 Gennaio poi, essendo ritornato ad Agrigento, colà qualcuno mi disse di aver sentito alla radio che quel giorno ero a Padova e mi domandò quale mezzo avessi usato per rientrare in Sicilia tanto repentinamente. Capii che era stata "comunque" preannunciata la mia presenza al Vostro convegno, ma mi creda, non ebbi proprio il tempo di dolermene perché i miei impegni di lavoro sono tanti e così incalzanti che raramente ci si può occupare di altro.

Spero che la prossima volta Lei sarà così gentile da contattarmi personalmente e non affidarsi a intermediari di sorta o telefoni sbagliati.

Oggi non è per certo il giorno più adatto per risponderLe perché frattanto la mia città si è di nuovo barbaramente insanguinata ed io non ho più tempo da dedicare neanche ai miei figli, che vedo raramente poiché dormono quando esco da casa ed al mio rientro, quasi sempre in ore notturne, li trovo nuovamente addormentati.

Ma è la prima domenica, dopo almeno tre mesi, che mi sono imposto di non lavorare e non ho difficoltà a rispondere, però in modo telegrafico, alle sue domande.

 

1) Sono diventato giudice perché nutrivo grandissima passione per il diritto civile ed entrai in magistratura con l'idea di diventare un civilista, dedito alle ricerche giuridiche e sollevato dalla necessità di inseguire i compensi dei clienti. La magistratura mi appariva la carriera per me più percorribile per dare sfogo al mio desiderio di ricerca giuridica non appagabile con la carriera universitaria per la quale occorrevano tempo e santi in paradiso.

Fui fortunato e divenni magistrato nove mesi dopo la laurea (1964) e fino al 1980 mi occupai soprattutto di cause civili, cui dedicavo il meglio di me stesso. E' vero che nel 1975, per rientrare a Palermo, ove ha sempre vissuto la mia famiglia, ero approdato all'Ufficio Istruzione Processi Penali, ma ottenni l'applicazione, anche se saltuaria, ad una sezione civile e continuai a dedicarmi soprattutto alle problematiche dei diritti reali, delle (...) legali, delle divisioni ereditarie ecc.

Il 4 maggio 1980 uccisero il Capitano Emanuele Basile ed il Cons. Chinnici volle che mi occupassi io dell'istruzione del relativo procedimento. Nel mio stesso ufficio frattanto era approdato, provenendo anche egli dal Civile, il mio amico d'infanzia Giovanni Falcone e sin da allora capii che il mio lavoro doveva essere un altro. Avevo scelto di rimanere in Sicilia ed a questa scelta dovevo dare un senso. I nostri problemi erano quelli dei quali avevo preso ad occuparmi quasi casualmente, ma, se amavo questa terra, di essi dovevo esclusivamente occuparmi.

Non ho più lasciato questo lavoro e da quel giorno mi occupo pressoché esclusivamente di criminalità mafiosa. E sono ottimista poiché vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarant'anni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta.

 

2) La Dia è un organismo investigativo formato da elementi dei Carabinieri, della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza, e la sua istituzione si propone di realizzare il coordinamento fra queste tre strutture investigative che, fino ad ora, con lodevoli ma scarse eccezioni, hanno agito senza assicurare un reciproco scambio di informazioni ed una auspicabile razionale divisione dei compiti loro istituzionalmente affidati in modo promiscuo e non coordinato.

La Dna è una nuova struttura giudiziaria che tende ad assicurare soprattutto una circolazione delle informazioni fra i vari organi del Pubblico Ministero distribuiti tra le... circoscrizioni territoriali.

Sino ad ora questi organi hanno agito in assoluta indipendenza ed autonomia l'uno dall'altro (indipendenza e autonomia che rimangono nonostante la nuova figura del Superprocuratore) ma anche in condizioni di piena separazione, ignorando nella maggior parte dei casi il lavoro e le risultanze investigative e processuali degli altri organi, anche confinanti, e senza che vi fosse una struttura sovrapposta delegata ad assicurare il necessario coordinamento e ad intervenire tempestivamente con propri mezzi e proprio personale giudiziario nel caso in cui se ne ravvisi la necessità.

 

3) La mafia (Cosa Nostra) è una organizzazione criminale, unitaria e verticisticamente strutturata, che si contraddistingue da ogni altra per la sua caratteristica di "territorialità".

Essa è suddivisa in "famiglie", collegate tra loro per la comune dipendenza da una direzione comune (Cupola), che tendono ad esercitare sul territorio la stessa sovranità che su esso esercita, deve esercitare, legittimamente, lo Stato.

Ciò comporta che Cosa Nostra tende ad appropriarsi delle ricchezze che si producono o affluiscono sul territorio principalmente con l'imposizione di tangenti (paragonabili alle esazioni fiscali dello Stato) e con l'accaparramento degli appalti pubblici, fornendo al contempo una serie di servizi apparenti rassembrabili a quelli di giustizia, ordine pubblico, lavoro ecc., che dovrebbero essere forniti esclusivamente dallo Stato.

E' naturalmente una fornitura apparente perché a somma algebrica zero, nel senso che ogni esigenza di giustizia è soddisfatta dalla mafia mediante una corrispondente ingiustizia. Nel senso che la tutela dalle altre forme di criminalità (storicamente soprattutto dal terrorismo) è fornita attraverso l'imposizione di altra e più grave forma di criminalità. Nel senso che il lavoro è assicurato ad alcuni (pochi) togliendolo ad altri (molti).

La produzione ed il commercio della droga, che pur hanno fornito Cosa Nostra dei mezzi economici prima indispensabili, sono accidenti di questo sistema criminale e non necessari alla sua perpetuazione.

Il conflitto inevitabile con lo Stato con cui Cosa Nostra è in sostanziale concorrenza (hanno lo stesso territorio e si attribuiscono le stesse funzioni) è risolto condizionando lo Stato dall'interno, cioè con le infiltrazioni negli organi pubblici che tendono a condizionare la volontà di questi perché venga indirizzata verso il soddisfacimento degli interessi mafiosi e non di quelli di tutta la comunità sociale.

Alle altre organizzazioni criminali di tipo mafioso (camorra, 'ndrangheta, Sacra Corona Unita ecc.) difetta la caratteristica della unitarietà ed esclusività. Sono organizzazioni criminali che agiscono con le stesse caratteristiche di sopraffazione e violenza di Cosa Nostra, ma non ne hanno l'organizzazione verticistica ed unitaria. Usufruiscono inoltre in forma minore del "consenso" di cui Cosa Nostra si avvale per accreditarsi come istituzione alternativa allo Stato, che tuttavia con gli organi di questo tende a confondersi.[69]

 

Alle 7.00, squilla nuovamente il telefono. A quello´ora, é una chiamata insolita. Agnese si preoccupa, si alza dal letto, raggiunge lo studio, ascolta. La conversazione dura pochi minuti. Agnese sente Paolo replicare infuriato: “No, la partita é aperta.” Poi il rumore della cornetta sbattuta sul telefono.

“Che succede?”

Borsellino alza gli occhi, si accorge di averla svegliata, ma é troppo arrabbiato persino per scusarsi: “Lo sai chi era? Quel... Era Giammanco”

Poi, congestionato per la rabbia, le racconta che il procuratore l´ha chiamato dicendogli che per tutta la notte non ha chiuso occhio, al pensiero di quella delega sulle indagini di mafia a Palermo, al pensiero delle polemiche sugli interrogatori di Mutolo. I tempi sono maturi, gli annuncia Giammanco, perché finalmente questa delega gli venga conferita. Il capo la firmerá domani mattina, in ufficio, e gliela conferirá prima della sua partenza per la Germania. Si, ma perché lo chiama di domenica? A quell´ora?

“Ma perché tanta fretta?” chiede Agnese.

Quella delega la aspetta da mesi. Eppure Borsellino, piuttosto che contento é turbato, arrabbiato. Passeggia, si agita, fa su e giú per il corridoio di casa.

Riferisce alla moglie: “Lo sai che mi ha detto? Cosí la partita é chiusa.”

“La partita? E tu?”

Borsellino alza ancora la voce: “E io? Non l´hai sentito? Gli ho urlato: la partita é aperta.” Altro che chiusa, sono comportamenti di cui Giammanco dovrá rendere conto al momento e nella sede piú opportuna, spiega Borsellino alla moglie. Poi si accorge che nello studio é arrivata pure Lucia.

“Oh Lucia, pure tu ti sei svegliata? Mi dispiace... Senti, gioia, vuoi venire con noi a Villagrazia? Magari riusciró a vederti un po´abbronzata.”

Borsellino ora sorride, programma all´istante la giornata: subito a Villagrazia a prendere il sole, poi insieme a Lucia a prendere la nonna per portarla dal cardiologo, infine ritorno a casa: la ragazza a studiare, lui a lavorare.

Ma Lucia é irremovibile. “Non posso, mi dispiace, lo sai che domani ho un esame.”

Neanche Manfredi, quella domenica, accetta di accompagnare papá al mare, nel villino estivo, in un orario cosí mattiniero. “La sera prima – ricorda il ragazzo – avevo fatto tardi, volevo prendermela comoda, cosí ggli dissi: vai avanti, papá, poi ti raggiungo.”

Né Lucia né Manfredi lo accompagnano. Borsellino é un po´ seccato, ma non cambia i suoi programmi. Agnese esce di casa per prima, quella mattina, si avvia a Villagrazia con un cugino, il marito la raggiungerá verso le dieci. Quando piú tardi anche Manfredi arriva a Villagrazia, sono giá le undici, ed il ragazzo trova davanti al villino gli agenti della scorta.

Lo informano: “Suo padre é uscito in barca, con l´amico Vincenzo Barone, é andato a fare un bagno al largo.”

Dopo il bagno, con il motoscafo i due amici vanno a Marina Longa, si intrufolano in un condominio privato in cui si entra dal mare. Lí c´é un risotrante dove Agnese é andata a comprare del pesce, con un´amica. Il giudice spera di incontrarla per tornare in barca, insieme a lei. Ma non la vede. La moglie, infatti, é appena rincasata a piedi.

Quando torna a casa, Borsellino si affretta verso il villino di Pippo e Mirella Tricoli, vecchi amici di famiglia, per pranzare con loro.[70]

 

C´é un vassoio di panelle e crocchette, il pesce, i dolci. Il pranzo é disteso, sereno. Eppure Pippo Tricoli, testimonierá che quel giorno, senza farsi sentire dai familiari, Borsellino, preoccupatissimo, gli confida i suoi timori: “É arrivato il tritolo per me.” É l´ultimo segnale di allarme lanciato da un uomo ormai consapevole di essere rimasto solo. All´improvviso squilla il cellulare: é Antonio Manganelli, dirigente del servizio centrale operativo della polizia. Gli comunica i dettagli sulla partenza per la Germania, e Borsellino tira subito fuori l´agenda rossa, per annotare gli spostamenti previsti. Quando il pranzo si conclude Borsellino si sposta davanti alla tv per seguire la sua antica passione, il ciclismo. Quel giorno c´é un´altra tappa del tour de France. Poi saluta gli amici, per un piccolo riposo pomeridiano.

“Vado a dormire un po´”, dice, e torna al suo villino, da solo. Si distende sul letto, ma non chiude occhio. Agnese troverá sul comodino il posacenere pieno di cicche di sigarette. Ne ha fumate cinque in poco piú di un´ora.[71]

 

Quando Borsellino torna in giardino, Lacoste azzurra, jeans, mocassini leggeri Tod’s, regalo di Lucia, sono le 16.30. Ha con sé la borsa portadocumenti dove ha la sciato scivolare le sue carte, l´inseparabile pacchetto di Dunhill, il costume bianco, ancora un poco umido. E dove ha riposto la sua agenda rossa, fresca degli ultimi appunti della giornata.

Passa dal villino degli amici, affianco al suo, saluta tutti, abbraccia e bacia Pippo Tricoli, con uno slancio inusuale, che lascia stupito l´amico, poi Manfredi e Vincenzo Barone lo accompagnano allo slargo davanti al cancello, dove sostano le auto blindate.

“Ciao a tutti” si congeda. “Vado a prendere mia madre, devo portarla dal dottore.” Apre lo sportello posteriore della Croma blindata, e lí posa la sua borsa. Un ultimo saluto. L´auto parte sgommando verso l´autostrada che conduce a Palermo. Comincia il viaggio, l´ultimo viaggio di Paolo Borsellino.[72]

 

Manfredi Borsellino ha ricordato il commiato del padre con queste parole: “Il ricordo che piú mi é rimasto impresso di mio padre é quando il 19 luglio ci ha salutati al villino al mare e si é allontanato per andare in via D´Amelio. Mi ricordo che ci ha salutati come se veramente fosse un po´ l´ultimo saluto. Mi ricordo che comunque, nonostante tutto, abbia sorriso fino all´ultimo.”[73]

 

Il corteo composto da tre auto si dirige rapidamente verso Palermo ed arriva in Via D’Amelio dove abita la madre del magistrato. Borsellino scende insieme a 5 agenti di scorta, suona il campanello.

 

Ore 16.58 e 20 secondi: una carica esplosiva di circa 100 Kg di tritolo brilla all’interno di una FIAT 126 parcheggiata in prossimità dell’ingresso della casa dove abita la famiglia del magistrato. Vengono uccisi Paolo Borsellino e gli agenti Emanuela Loi, Walter Li Muli, Claudio Traina, Agostino Catalano ed Eddy Walter Cosina. Resta ferito l’ultimo agente della scorta, Antonio Vullo, che si salva poiché era l’unico rimasto all’interno di una delle auto blindate

(Speciale CORRIERE DELLA SERA).

 

Ore 17.16 (Ansa): un attentato dinamitardo é avventuo a Palermo, in via Autonomia Siciliana nei pressi della Fiera del Mediterraneo. Sono rimaste coivolte numerose automobili. Sono molti i feriti. Sul luogo dell´esplosione, avvertita fino ad alcuni chilometri di distanza, sono confluite velocemente tutte le pattuglie volanti di polizia e carabinieri. Vengono richieste ambulanze da tutti gli ospedali. Secondo le prime indicazioni della polizia, sembra che sia rimasto coinvolto nell´attentato un magistrato.

Sul luogo dell´attentato le autoambulanze hanno raccolto decine di feriti per trasportarli negli ospedali della Villa Sofia, del Cervello e del Civico. Tra i feriti vi é anche un agente della polizia di stato che si pensa sia un agente di scorta. Uno dei primi soccorritori ha segnalato di aver trovato per terra una mano. Gli elicotteri di polizia e carabinieri stanno sorvolando l´intera zona. Sul luogo dell´esplosione giacciono a terra i corpi di quattro persone morte.[74]

 

Nell´immediatezza dell´esplosione corre la voce che un possibile bersaglio dell´attentato sarebbe l´ex-giudice Giuseppe Ayala, che abita a pochi metri da Via Autonomia siciliana. [75]

 

Ore  17.30: il TG4 condotto da Emilio Fede é il primo Tg nazionale a dare la notizia dell´attentato.

Seguono il Tg3 alle ore 17.35, il Tg2 alle ore 17.36, il Tg1 alle ore 17.38.[76]

 

La moglie e due figli (Manfredi e Lucia) di Paolo Borsellino apprendono la notizia di un attentato a Palermo mentre sono alla casa al mare di Villagrazia di Carini in compagnia dell´amico Giuseppe Tricoli, il quale ricorda di aver udito la notizia mezz´ora dopo l´attentato dalla tv: “Quando ho sentito che c´era stata un´esplosione a Palermo – dice Tricoli – mi si é gelato il sangue. Fino all´ultimo ho sperato. Agnese ed i due figli erano in giardino con mia moglie, io non sapevo che fare. Poi é entrata un´amica: “C´é stato un attentato”. Agnese é trasalita, s´é alzata di scatto. Ha chiesto a mia moglie di accompagnarla dalla suocera. Aveva capito tutto.” [77]

 

Ore 17.33: l´agenzia Reuters, citando l´ANSA, informa dell´attentato ricordando l´uccisione del giudice Falcone.[78]

 

Ore 17.47 (Ansa): nell'attentato di Palermo è rimasto ferito, secondo le prime notizie fornite dalla polizia, il giudice Paolo Borsellino. Nella violenta esplosione di un'automobile imbottita di tritolo, sono rimaste coinvolte l'autovettura del magistrato e le due blindate della scorta.[79]

 

Ore 17.48: L´agenzia Afp rilancia la notizia dell´attentato affermando che “un magistrato sarebbe rimasto ferito”.

L´agenzia Reuters indica in Paolo Borsellino l´obiettivo dell´esplosione.[80]

 

Ore 17.53: il Tg5 condotto da Enrico Mentana é il primo telegiornale nazionale a dare come certa la morte di Paolo Borsellino a causa dell´attentato.[81]

 

Ore 17.57: l´agenzia Afp conferma, citando “fonti di polizia, il ferimento di Borsellino.” [82]

 

Ore 17.58 (Ansa): l´attentato al giudice Paolo Borsellino ed alla sua scorta é avvenuto in via Mariano D´Amelio. L´esplosione é stata violenta ed oltre all´auto del giudice Borsellino, sono rimaste coinvolte le due auto della scorta ed un´altra decina autovetture posteggiate lungo la strada.

Il manto stradale é stato sconvolto per una lunghezza di duecento metri. L´edificio vicino la quale é avvenuta la deflagrazione dell´autobomba é rimasto danneggiato: muri lesionati, alcune parti crollate, infissi di balconi e finestre divelti fino al quinto piano.

L´autobomba, una Fiat 600 imbottita presumibilmente di tritolo, era stata parcheggiata davanti al civico 21 di via D´Amelio, dove abitano la madre e la sorella del giudice Borsellino. Nella deflagrazione l´autobomba si é disintegrata ed alcuni rottami, dopo un volo di oltre cinquanta metri, sono andati a finire in un giardino dietro ad un muretto.[83]

 

Ore 18.00: l´agenzia Reuter rilancia la notizia del ferimento di Paolo Borsellino.[84]

 

Ore 18.14 (Ansa): Il giudice Paolo Borsellino é rimasto ucciso nell´attentato. Il suo corpo, completamente carbonizzato con il braccio destro troncato di netto, si trova nel cortile del palazzo dove abitano la madre e la sorella. Non é stato ancora riconosciuto ufficialmente, ma alcuni suoi colleghi, fra i primi ad accorrere sul luogo dell´attentato, hanno asserito che é “certamente” lui.

Fra le vittime c´é anche una donna, un´agente di polizia che faceva parte della scorta del magistrato. Il suo corpo é stato trovato nel giardino di un appartamento al pianterreno dell´edificio. L´esplosione dell´autobomba ha provocato danni visibili all´edificio fino all´undicesimo piano. Due coniugi, Mauro e Donata Bartolotta, che abitano al pianterreno dell´edificio davanti al quale é avvenuta la strage, hanno reso questa testimonianza: “C´e´ stato un boato terrificante che ci ha sbattuti a terra; sembrava un fortissimo terremoto; non ci siamo resi conto di quello che era accaduto se non subito dopo quando siamo fuggiti da casa. Ci siamo salvati perché in quel momento eravamo in cucina, nella parte retrostante all´appartamento. Abbiamo visto persone che in preda al panico si lanciavano dalle finestre del primo e del secondo piano. Sulla strada c´erano molte automobili in fiamme, c´era un fumo denso, molta confusione, grida, feriti e morti.” Oltre al giudice Borsellino, nella strage sarebbero rimaste uccise altre cinque persone. La notizia é stata data sul luogo dell´attentato da un capitano dei vigili urbani in servizio nella zona per regolare il traffico. Secondo le prime indescrezioni, i feriti sarebbero quattordici civili, alcuni dei quli in gravi condizioni, e un agente.[85]

 

Ore 18.16: il Tg1 annuncia la notizia della morte di Paolo Borsellino.[86]

 

Ore 18.19 (Ansa): fra le vittime c'è anche una donna, un'agente di polizia che faceva parte della scorta del magistrato. Il suo corpo è stato trovato nel giardino di un appartamento al piano terreno dell'edificio.[87]

 

Ore 18.20: l´agenzia Afp dá la notizia dell´uccisione di Paolo Borsellino citando l´agenzia ANSA come fonte.[88]

 

Ore 18.22: l´agenzia Reuters dá la notizia dell´uccisione di Paolo Borsellino citando l´agenzia Ansa come fonte.[89]

 

Ore 19.00: il canale televisivo Cnn colloca la notizia dell´attentato senza immagini nei titoli di apertura.

Il radiogiornale Deutschlandfunk ed il secondo canale televisivo Zdf tedeschi danno la notizia dell´attentato.[90]

 

Ore 19.08 (Ansa): Il ministro degli interni Nicola Mancino, ed il ministro di grazia e giustizia, Caludio Martelli, sono attesi in serata a Palermo. Il figlio del giudice Borsellino, Manfredi, vent´anni, e´stato notato aggirarsi sul luogo della strage, tenendosi a distanza, nel timore di dover apprendere la terribile notizia. Lo ha visto Carmelo Conti, ex presidente della corte di appello, che lo ha stretto al petto senza peró profferire parola. Nessuno ancora gli ha detto la veritá. In via Mariano D´Amelio é anche giunto il suocero di Borsellino, Angelo Piraino Leto, magistrato in pensione che a Palermo é stato presidente della corte d´appello. Lo accompagna, sorreggendolo affettuosamente, il giudice Salvatore Scaduto. L´anziano magistrato cammina lentamente fra le carcasse carbonizzate delle automobili coinvolte nell´esplosione sussurrando: “Voglio andare da Paolo, voglio vedere Paolo, portatemi da Paolo.” La moglie di Borsellino é nella sua casa di via Cilea, in preda a malore. Continua a chiedere a coloro che le stanno vicino notizie di Paolo, ma nessuno finora ha avuto la forza di dirle la veritá.[91]

 

Ore 19.21 (Ansa): nella strage, oltre al giudice Paolo Borsellino, sono rimasti uccisi cinque agenti della scorta. Sono: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cosina, Claudio Traina e Vincenzo Li Muli. I feriti sono quindici, uno dei quali é l´agente di polizia Antonio Vullo.[92]

 

Ore 19.30: il telegiornale inglese del primo canale della Bbc dá la notizia dell´attentato come seconda fra i titoli della giornata, subito dopo quella della tregua in Bosnia. Viene proiettato un filmato da Palermo e lo speaker attribuisce l´attentato alla mafia.[93]

 

Ore 19.58: Con due telefonate alle redazioni Ansa di Torino e Roma, una persona che ha detto di parlare a nome della Falange armata, ha rivendicato la strage di Palermo. L´uomo ha parlato senza la minima inflessione ed ha lasciato un codice di riconoscimento numerico. Ha dichiarato che la Falange armata “rivendica la responsabilitá politica e la paternitá morale di quanto accaduto in via Autonomia siciliana a Palermo, dove é stato ucciso il giudice Paolo Borsellino.”[94]

 

Ore 20.05 (Ansa): i feriti ricoverati all´ospedale di Villa Sofia sono finora diciotto. Gran parte di loro sono inquilini dello stabile dal quale Borsellino stava entrando, compreso un agente della scorta del magistrato.

Questo l´elenco: Maria Teresa Lo Balbo, 43 anni; Antonia Greco, 79; Francesca Nacci, 85; Giuseppe camarda, 34; Elvira Fenech, 27; Gianluca Puleo, 15; Claudio Bellanca, 44; Antonina Mercanti, 51; Filippo Mercanti, 79; Rosalia Mercanti, 83; Gioacchina Garbo, 59; Maria Moscuzza, 62; salvatore Augello, 38; Ivan Trevis, 18; Maria Rosa Cataldo, 65; e l´agente di polizia Antonio Vullo, 32 anni. In molti casi i referti individuali ipotizzano prognosi varianti fra i cinque giorni e gli otto giorni, mentre in altri non c´é alcun parere clinico sul decorso.[95]

 

Ore 22.53 (Ansa – riepilogo): La potenza strategica e militare della mafia ha dato oggi a Palermo l'ennesimo saggio di sangue massacrando, con tecnica ormai collaudata, l'esplosione di un'autobomba,  il Procuratore aggiunto Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta, fra cui una donna.  L'attentato è stato compiuto alle 17.00 in punto in via Mariano D'Amelio, vicino alla Fiera del Mediterraneo, alle falde del Monte Pellegrino, davanti al civico 19. Quando l'artificiere di Cosa Nostra ha attivato il radiocomando che ha fatto scoppiare l'automobile imbottita di esplosivo, parcheggiata proprio davanti al portone d'ingresso, il magistrato stava andando a visitare l'anziana madre e la sorella. La deflagrazione, di una violenza inaudita, è stata avvertita in gran parte della città. Quando, sull'eco del boato, hanno cominciato a convergere mezzi delle forze dell'ordine, dei vigili del fuoco e autoambulanze, quanti sono arrivati per primi sl posto non hanno creduto ai propri occhi. L'edificio in cui era diretto il magistrato è sventrato alla base e i segni di lesioni consistenti e infissi divelti fino al quinto piano. Una ventina di automobili che bruciavano, cadaveri e resti umani sull'asfalto.

Paolo Borsellino,  ritenuto il  successore "naturale" di Giovanni Falcone sulla trincea antimafia (il suo nome era stato recentemente proposto al vertice della Superprocura), aveva trascorso le ore precedenti all'attentato con la moglie e i figli, ospiti a Villagrazia di Carini del leader siciliano del Msi avvocato Giuseppe Tricoli, amico del magistrato dagli anni universitari. Alle 16.40 Borsellino aveva avvisato gli agenti della scorta  di prepararsi per rientrare a Palermo. Ufficialmente nessuno era a conoscenza degli spostamenti di Borsellino, che solo all'ultimo minuto, come oggi, comunicava ai poliziotti addetti alla vigilanza itinerario e destinazione. La mafia comunque sapeva che Paolo Borsellino, e lo aveva dimostrato in molte occasioni circolando solo per le vie di Palermo, non rinunciava ad un minimo di vita "normale". La mafia sicuramente sapeva che tra le tappe "obbligate" c'era la vista all'anziana madre. [96]  

 

 

 

Nella foto da sinistra: Agostino Catalano (43 anni), Vincenzo Li Muli (22 anni),

Emanuela Loi (24 anni), Claudio Traina (27 anni), Walter Eddie Cosina (31 anni) 

(fonte: I caduti della Polizia di Stato)

 

Secondo la testimonianza del collaboratore Giovanni Drago pochi secondi dopo l´esplosione di via D´Amelio il boss Mariano Agate, capomandamento e massone della zona di Trapani, detenuto nel carcere dell´Ucciardone di Palermo, avrebbe commentato il boato avvertito a distanza con queste parole: “Sató macari Paluzzu (saltó pure Paolino)”. [97]

 

Sera: vengono apposti i sigilli alla stanza del procuratore aggiunto Paolo Borsellino, al secondo piano del palazzo di giustizia di Palermo. Viene sigillata anche la cassaforte dove, secondo i familiari, il magistrato teneva tutte le sue carte di lavoro, soprattutto quelle riservate, coerentmente con la sua volontá di proteggere il piú possibile la moglie ed i figli.

Nei giorni successivi, su disposizione della magistratura, la cassaforte verrá aperta per valutarne il contenuto. “Non si trovó nulla di importante” ricorda Agnese Piraino Leto. “L´eliminazione di Paolo é stata congegnata proprio come un delitto perfetto.” [98]

 

In tarda serata si svolge un tesissimo vertice delle forze dell’ordine alla Prefettura di Palermo: sono presenti il Ministro della Difesa Andò, il Ministro della Giustizia Martelli, il Ministro degli Interni Mancino, il Prefetto Jovine, il Questore Plantone, il Procuratore Giammanco ed i vertici della polizia e dei carabinieri. Il ministro della giustizia Claudio Martelli indica espressamente l´alto commissario antimafia, il comandante dei carabinieri, il questore ed il prefetto di Palermo come responsabili dei mancati controlli su un obiettivo prevedibile come l'abitazione della sorella del giudice Paolo Borsellino.[99]

Due cortei spontanei che hanno preso le mosse dal centro della città confluiscono a Villa Whitaker: un corteo è formato dagli agenti delle scorte, un altro da cittadini. Giunti di fronte al cancello presidiato da militari della guardia di finanza la situazione si fa tesa, poi alcuni agenti delle scorte riescono a passare lo sbarramento. Vogliono chiedere le dimissioni di tutti i vertici delle forze dell’ordine, compreso il Capo della Polizia Vincenzo Parisi. Al termine della riunione i ministri raggiungono l’uscita molto a fatica, tra le grida e la rabbia di chi si è raccolto di fronte alla Prefettura: "Prefetto assassino, incapace", "Fuori Giammanco dalla procura", "Basta con le scorte votate alla morte". [100]

Sia Giammanco che Parisi vengono fortemente contestati. La riunione dei vertici dell´ordine pubblico in realtá prosegue presso la sede dell´Alto Commissariato per la lotta alla mafia. Sul perché dell´improvviso trasferimento viene fatta circolare la voce che nella sede della prefettura potesse essere presente una “talpa”. I giornalisti che chiedono chiarimenti sul trasferimento alla sede dell´alto Commissariato al capo di gabinetto del prefetto Jovine ricevono questa spiegazione: "C'era stato un problema di energia elettrica. Era mancata la luce nella stanza. Solo questo e' successo". [101]

 

Il Governo approva in tarda serata alcuni provvedimenti urgenti e nella notte 80 pericolosi boss mafiosi vengono trasferiti dal carcere palermitano dell’Ucciardone a quello toscano di Pianosa e l’esercito viene inviato a controllare l’operazione. Contemporaneamente un centinaio di militari di leva del battaglione Genio pionieri "Simeto" e del Terzo gruppo squadroni lancieri "Aosta" viene posti a presidiare le mura esterne dell'Ucciardone perché si teme una reazione di Cosa Nostra all´improvviso trasferimento dei boss. Tuta mimetica, elmetto, maschera antigas, e un vecchio fucile "Fall" a tracolla, l' immagine che offrono questi giovani militari e' un tutt'uno con una struttura carceraria fatiscente”. Ci hanno detto che dobbiamo provvedere alla vigilanza esterna - borbottano spaesati - durante la notte siamo stati svegliati. Ci sembrava uno dei soliti allarmi ed invece eccoci qui". [102]

Numerosi boss di Cosa Nostra vengono dunque trasferiti al carcere di Pianosa dove erano giá stati avviati alcuni lavori di ristrutturazione dopo la strage di Capaci in vista di un possibile utilizzo della struttura carceraria, utilizzo che si era bloccato per una fuga di notizie e per le successive proteste di alcuni amministratori locali preoccupati per l´arrivo nel carcere di detenuti per reati di stampo mafioso. L´arrivo dei boss é testimoniato da alcuni agenti di polizia penitenziaria: "Quando sono arrivati sembravano dei cani bastonati - racconta Francesco, un agente - erano in vestaglia, la testa china, il volto scuro. Qualcuno bestemmiava". Subito, la prima protesta. Nelle celle ci sono vecchi televisori in bianco e nero. "Noi li vogliamo a colori", hanno tuonato i boss. Richiesta negata. Michele Greco ha mormorato: "Ma dove siamo, non abita nessuno qui", poi e' stato chiuso nell'unica cella singola del carcere. Ha chiesto di poter fare un telegramma. Gli hanno risposto che le cose erano cambiate: "Mi sembrava molto turbato - racconta un altro agente - un boss in ginocchio". [103]

 

 

Lunedì 20 luglio 1992:

 


 

La situazione alla procura di Palermo é molto tesa: alcuni magistrati si riuniscono per decidere se presentare le dimissioni o chiedere quelle del procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco il quale a sua volta annuncia l’intenzione di dimettersi a patto di ricevere una lettera di solidarietà da parte dei colleghi. Non arriveranno né la missiva di solidarietà né le dimissioni. Questi i commenti di alcuni magistrati palermitani:

 

Guido Lo Forte: "Le dimissioni sarebbero solo un grosso regalo a Riina. Non possiamo scrivere quest' epitaffio sulla tomba di Paolo Borsellino".

Vittorio Teresi: "La lotta alla mafia non e' piu' compito dei magistrati. Chi la fa muore e muore per nulla. Io non voglio morire per nulla".

Alfredo Morvillo, fratello della moglie di Giovanni Falcone, Francesca: "Lo so, e' triste ammetterlo ma, sino ad oggi, credo proprio che la consapevolezza che la mafia abbia vinto e' incontestabile. Non vedo assolutamente alcuna speranza perche', mancando Borsellino, allo stato non c'e' piu' alcuna persona in grado di coagulare in se' il consenso oltre che riunirci per continuare le indagini".

Ernesto Stajano: "Ci vuole un intervento delle forze di polizia e con strumenti diversi da quelli utilizzati fin qui". Giammanco si dimettera' ? – chiede il cronista del Corriere della Sera. "Non ne voglio parlare – risponde Stajano - Ma e' certo che esistono delle difficolta' anche sul piano personale per il procuratore capo che si trova a gestire una situazione d' eccezionale gravita' con una carenza obiettiva di strutture e di strumenti normativi. Non si puo' rischiare la vita in queste condizioni. Vorrei correggere quello che ho detto: questa non e' una guerra, questo e' un massacro". Sono le quattro del pomeriggio. La camera ardente e' pronta.

Pio Marconi, consigliere "laico" (Psi) del CSM, taglia corto sulle accuse contro Giammanco: "Un magistrato coraggioso, che regge l' ufficio con grande capacita' ed e' ingiustamente attaccato. Se siamo in guerra con la mafia, non possiamo delegittimare chi la combatte".

Gia', la guerra. Il sostituto Ignazio De Francisci fa il bilancio sul campo. Ed e' un bilancio triste assai: "Con la morte di Borsellino se ne e' andato il 60 per cento del potenziale della Procura palermitana". “E il quaranta per cento che rimane?”, chiede il cronista. "Arranca" risponde De Francisci. “Tanto vale andarsene, allora?”. "Qualcuno sostiene che noi dobbiamo continuare. Ma noi chi siamo?" [104]

 

Vincenzo Parisi, capo della Polizia, esprime “fiducia ed ammirazione per l’intenso e costruttivo lavoro che l’Alto magistrato (Pietro Giammanco, ndr) ha sempre svolto, guidando mirabilmente la polizia giudiziaria distrettuale”. Giovanni Galloni, vicepredidente del CSM,  dichiara: “Sono vicino a Giammanco così come a tutta la procura di Palermo. In questo momento si darebbe ragione alla mafia se di fronte ad un simile attacco proditorio si assistesse allo sfascio delle strutture dello Stato e della magistratura”.

 

Maria Falcone rilascia un’intervista durissima nei confronti del procuratore di Palermo: “Per quanto è dato sapere nulla è avvenuto sul piano delle indagini dopo l’uccisione di mio fratello. Chi non ha saputo tutelare la vita di Giovanni, di Francesca, degli agenti della scorta morti a Capaci, non è stato in grado di assicurare adeguata protezione neppure a Paolo Borsellino che non poteva non esser considerato il nuovo naturale bersaglio della mafia. In questo paese è ora che qualcuno cominci a pagare per non aver saputo assolvere ai propri compiti. Ho appreso dalla TV che il procuratore Giammanco avrebbe manifestato l’intenzione di rassegnare le dimissioni…ritengo che il proposito debba esser coltivato sino in fondo, altri magistrati debbono prendere il suo posto. Alla Procura di Palermo occorrono giudici sui quali tutti si debba esser certi e tranquilli, giudici non chiamati in causa da quei chiari appunti già pubblicati dai giornali e che Borsellino aveva detto, quasi a futura memoria, di ben conoscere.”

 

Giuseppe di Lello è altrettanto chiaro: “Lo Stato, pezzi dello Stato, hanno stretto da decenni un patto scellerato con la mafia. Non appena si è tentato di cambiare registro, non appena è arrivata la sentenza della Cassazione che ha confermato l’impalcatura del maxi-processo, non appena i boss, già scarcerati, sono tornati in cella, Cosa Nostra ha avuto una reazione selvaggia. Non poteva accettare che questo patto decennale di non belligeranza venisse disdetto da uno dei due contraenti. Ed ecco i morti, ecco Falcone, ecco Borsellino.”

 

I fratelli dell´agente di polizia Agostino Catalano ucciso nella strage di via D´Amelio rilasciano una breve intervista al Corriere della Sera in cui raccontano della vita del loro fratello:

 

"Un ragazzo d'oro che per garantire qualche lira in piu' alla propria famiglia aveva cominciato a fare le scorte, a guadagnare quella miseria di straordinario che spesso gli veniva pure dimezzato quando superava il tetto delle ore consentite". E Salvatore Catalano racconta la sua storia di dolori e sacrifici. Sposato con Maria Pace, il 23 ottobre dell'89 Agostino Catalano era rimasto vedovo. La moglie era morta per un tumore, lasciandolo con tre ragazzi, Emanuele, Emilia e Rosalinda, che oggi hanno rispettivamente 20, 17 e 12 anni. "Fu un periodo molto duro per lui - dicono quasi in coro i fratelli Salvatore, Tommaso e Giuseppe - con tre figli e una casa da mandare avanti e il lavoro di poliziotto. Ma lui continuava imperterrito, sempre buono e sereno, incoraggiando addirittura noi a resistere, perche' era lui che dava forza alla famiglia e i suoi bambini erano i nostri. Siamo una famiglia forte e unita noi Catalano e resteremo forti e uniti, come sempre". Agostino Catalano e' morto per caso. "Faceva parte della scorta di padre Sorge - continua il fratello Salvatore - ed era in ferie quando lo hanno chiamato per raggiungere un numero sufficiente per la scorta di Borsellino. E lui non ha detto no. Il 15 settembre doveva partire per il corso di sottufficiale". Per dare una madre ai suoi tre figli, Agostino Catalano circa un anno fa si era risposato con Maria Fontana. "Sembrava che la felicita' fosse ritornata in casa sua", continua Salvatore Catalano. Sempre disponibile, sempre pronto ad aiutare il prossimo, come quel dodicenne che stava annegando nel mare di Mondello appena un mese addietro e che lui aveva salvato con la respirazione bocca a bocca. "Ma non lo aveva abbandonato - racconta ancora Salvatore - e si stava prodigando per aiutarlo a superare lo choc con l' aiuto di uno psicologo suo amico". [105]

 

Sul Corriere della Sera compaiono altre brevi informazioni sugli agenti morti nella strage di via D´Amelio:

 

Era stata assegnata al nucleo scorte della questura di Palermo dopo la strage di Capaci, Emanuela Loi, 24 anni, nata e cresciuta a Sestu, a una decina di chilometri da Cagliari. E la prima donna poliziotto caduta sul fronte della lotta alla mafia. Una fine atroce, il corpo martoriato dall'esplosione che ha dilaniato il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e altri quattro agenti della scorta. A Palermo era arrivata due anni addietro. Biondina, minuta, dal carattere allegro, Emanuela Loi si era fatta subito voler bene dai suoi colleghi maschi. Il primo servizio, appena arrivata nel capoluogo dell'isola, lo aveva svolto in un commissariato. Un lavoro di "routine" per farsi le ossa, dopo aver concluso il corso a Roma per diventare agente di polizia. Quindi successivi incarichi nei piantonamenti ai detenuti agli arresti domiciliari e altri servizi di normale amministrazione. Per le sue qualita' professionali, Emanuela Loi, dopo la strage di Capaci, fu inserita nel gruppo di poliziotti di rinforzo appositamente predisposto dal ministero dell'Interno. Quando l'avevano trasferita a Palermo, Emanuela aveva detto: "Se ho scelto di fare la poliziotta non posso tirarmi indietro. So benissimo che fare l'agente di polizia in questa citta' e' piu' difficile che nelle altre, ma a me piace". Amava il suo lavoro ma non trascurava gli affetti. Emanuela era prossima al matrimonio.

Sempre per rinforzare il nucleo scorte, da Trieste fu trasferito a Palermo Walter Eddie Cosina, 31 anni, nativo di Norwood, Australia. Era arrivato a Palermo dieci giorni dopo la strage di Capaci. Non era alla sua prima esperienza: infatti gia' a Trieste faceva parte del nucleo scorte. Ferito, ormai in fin di vita, e' stato trasportato all'ospedale, ma vi e' giunto cadavere.

Il vecchio del gruppo di agenti che scortava il giudice Borsellino, per il quale le misure di sicurezza erano state rafforzate dopo le dichiarazioni del pentito Vincenzo Calcara, era Agostino Catalano, 43 anni, sposato e padre di tre figli. Raccolto agonizzante in via D'Amelio, per Catalano non c' e' stato nulla da fare. L' agente lascia due figli orfani. Aveva infatti perso la moglie nei mesi scorsi.

Gli altri agenti uccisi dalla bomba sono Claudio Traina, 27 anni, palermitano come Vincenzo Li Muli, 22 anni. Ferito, infine, e ricoverato sempre nell' ospedale di Villa Sofia, Antonio Vullo, 32 anni. L'esplosione ha provocato anche il ferimento di 23 persone, tutte residenti nei palazzi che si affacciano su via D' Amelio. A eccezione di Giacoma Garbo, 52 anni, ricoverata all' ospedale "Cervello", tutti gli altri si trovano a Villa Sofia, con prognosi dai 5 agli 8 giorni. Tra i ricoverati, Ivan Trevis, 18 anni, testimone oculare dell'attentato: "Avevo posteggiato la mia auto - racconta - quando ho visto la fiammata della bomba. Mi sono gettato a terra e cosi' mi sono salvato". [106]

 

Sul quotidiano la Repubblica:

 

Nella sua Sardegna l'aspettavano per la fine del mese. Ma l'agente di polizia Emanuela Loi, 24 anni, bionda e carina, descritta da colleghi e amici come gentile e risoluta, non tornerà più. A Sestu, il paese natale nell'hinterland di Cagliari, tornerà domani solo il suo corpo dilaniato dall'esplosione che l'ha uccisa insieme al giudice Borsellino e ai quattro colleghi. Emanuela Loi è la prima donna poliziotto morta in servizio. Nelle ultime ore i familiari hanno vissuto momenti di angoscia straziante. Il padre di Emanuela, Virgilio Loi, 67 anni, ferroviere in pensione, è sconvolto: "Non trovo più parole per esprimere quello che provo". Sul volto della madre, Berta Lai, di quattro anni più giovane del marito, non scorrono più lacrime. Le ha consumate tutte nella tremenda serata di domenica, quando ha saputo ella morte della figlia. Intorno ai genitori si sono stretti i due fratelli dell'agente assassinata. Il maggiore, Marcello, 27 anni, fa l'autista. Ha saputo dell'accaduto soltanto a qualche ora di distanza dall'attentato. Trascorreva fuori la giornata di festa ed è corso subito a casa temendo il peggio. Ha capito tutto non appena ha visto il padre e la madre. La sorella Claudia, 26 anni, lavora come parrucchiera ma aspirava anche lei a seguire le orme di Emanuela: aveva già presentato domanda per entrare in polizia. Da qualche giorno era in vacanza sui monti del Trentino. Ha telefonato a casa senza sapere nulla: "Torna subito - le ha detto la madre - a Palermo la mafia ha ucciso Emanuela". Insieme ai familiari, nella tarda mattinata, ha quindi preso posto su un aereo di linea per Palermo. Appassionatissima nel lavoro, pignola e scrupolosa, Emanuela era anche una tiratrice scelta. Arruolatasi all'età di vent'anni, dopo il diploma magistrale, era stata trasferita nel capoluogo siciliano e soltanto da un mese era al servizio scorte. I familiari le avevano detto di essere preoccupati per questo nuovo incarico, decisamente più rischioso dei precedenti. "E' il mio lavoro, non posso certo tirarmi indietro", aveva risposto Emanuela ai genitori. Poi, per allentare la tensione aveva spiegato che presto sarebbe tornata a Sestu per un periodo di ferie.

E nella camera ardente i familiari degli agenti morti con Paolo Borsellino raccontano storie di grande dolore. Ci sono i figli di Agostino Catalano, il caposcorta. In meno di tre anni sono rimasti orfani di padre e di madre.

A Palermo sono arrivati anche la mamma e la sorella di Eddie Walter Cosina.

Claudio Traina era voluto tornare nella sua Palermo a tutti i costi: aveva chiesto lui di essere assegnato alle scorte. Da qualche tempo viveva insieme ad una ragazza, Maria Petrusia dos Santos, dalla quale aveva avuto un bimbo.

Vincenzo Li Muli aveva solo 22 anni. A 19 aveva realizzato il suo sogno di entrare in polizia.[107]

 

Secondo il procuratore di Milano Francesco Saverio Borrelli c'e' un collegamento, sia pure indiretto, fra la strage di Palermo e l'inchiesta milanese Mani Pulite sulle tangenti. "Se potessimo concederci il lusso di uno spunto di ottimismo si potrebbe dire che queste stragi sono gli estremi guizzi che la Piovra esibisce, forse proprio perche' si sente tallonata. L' azione intrapresa dalla magistratura a Milano, e seguita anche in molte altre sedi giudiziarie, e' un´azione che attraverso la purificazione e la pulizia nella pubblica amministrazione puo' minacciare molto da vicino il mondo dell' affarismo mafioso". Borrelli respinge con decisione l'ipotesi contraria, e cioe' che la mafia sarebbe avvantaggiata dalla delegittimazione delle istituzioni seguita dalle manette ai politici. [108]

 

Nel pomeriggio si svolge una tesa riunione fra gli agenti delle scorte e Parisi. Vengono posti sul tavolo infiniti problemi, a partire dal perché dopo Capaci erano arrivate solo 4 auto blindate a fronte della richiesta di 20, alla ragione per cui la sollecitazione dell’auto bonifica per Borsellino era andata disattesa, al motivo per cui non c’era la zona rimozione in Via D’Amelio nonostante le scorte ne avessero segnalato la necessità.

Al termine della riunione Roberto Leone, inviato del quotidiano La Repubblica, intervista brevemente in questura il capo della Polizia Vincenzo Parisi:

 

Vincenzo Parisi (P): "C'è molta tristezza, ma anche molta determinazione. Non ho trovato negli uomini cadute di coraggio, di impegno e nemmeno di irresponsabilità".

Roberto Leone (L): “Ma la protesta di domenica notte?”

P: "L' mozione di domenica va capita. Si è stati spinti dall'onda emotiva. Purtroppo restano in piedi i problemi, molto sangue è stato versato. In meno di due mesi otto agenti, tre magistrati, tutti valorosi...".

L: “Ma davanti a questo drammatico bilancio non ha pensato nemmeno per un attimo di dimettersi?”

P: "Sarebbe troppo facile forse, o troppo comodo. Certo si può sempre essere avvicendati, ma non tocca a me valutare il mio operato".

L: “I mezzi, gli strumenti...”

P: "Abbiamo avviato in queste settimane una ricerca verso altri corpi di polizia e di Intelligence per sapere se esistono apparecchiature in grado di individuare o di rendere inoffensivi questi congegni. La risposta è stata negativa. Attentati come quelli di domenica e di Capaci sono imprevedibili".

L: “Una dichiarazione di impotenza?”

P: "No. Il problema deve essere quello di una lotta ferma. La mafia è silente quando non vengono colpiti i suoi interessi".

L: “Nell'immediato?”

P: "Ora c'è il decreto Scotti-Martelli che speriamo sia subito convertito. Certo il momento non è facile. Come ha detto il presidente Scalfaro o si esce dalla strettoia o si rischiano guai ancora peggiori". [109]

 

In un editoriale sul Corriere della Sera Vincenzo Consolo si domanda chi ha deciso la condanna a morte di Paolo Borsellino e prima ancora di Giovanni Falcone con queste parole: “Ieri Falcone, ora Borsellino, quest'uomo quasi rude, schietto. E l' infinita schiera, prima di loro, di martiri della mafia. Una strage dopo l'altra, un assassinio dopo l' altro. Con una ripetitivita' senza fine, con una prevedibilita' lampante, con condanne pubblicamente annunciate. Da quale tribunale? Questo vorremmo sapere. E vedere le facce oscene dei giudici, il loro sguardo agghiacciante, il loro ghigno belluino. Sapere chi sono questi che hanno decretato la fine, in Sicilia, in questo nostro Paese, della democrazia, della civilta' , e per quali tremendi fini. [110]

 

Il Corriere della Sera riporta che negli ultimi giorni precedenti la strage di via D´Amelio Paolo Borsellino fosse ad un passo dall´essere candidato al vertice della Procura nazionale antimafia perche' proprio in questi giorni si stavano superando le ultime difficolta'. Borsellino viene indicato come il candiato del ministro di grazia e giustizia Claudio Martelli alla guida della superprocura: scartata (dopo la risposta negativa del CSM alla riapertura dei termini per il concorso alla guida della superprocura, ndr)  la possibilita' di un ritiro spontaneo degli altri candidati (cioe' Cordova e il procuratore capo della Repubblica di Civitavecchia Antonino Lojacono) per favorire appunto la scelta di Borsellino, Martelli comincio' a pensare a un decreto legislativo da inserire nel pacchetto delle misure antimafia, il cosiddetto maxidecreto varato alla fine di giugno. Ma il governo, all'ultimo momento, congelo' tutto ritenendo piu' opportuno attendere la decisione della Corte costituzionale che si sarebbe dovuta pronunciare sul conflitto scoppiato sul tema delle nomine agli incarichi direttivi della magistratura tra il guardasigilli e Palazzo dei Marescialli. In poche parole si trattava di stabilire se il "concerto" col ministro per decidere a chi assegnare le poltrone piu' importanti della magistratura significava per il Csm ricevere dal guardasigilli un parere vincolante o soltanto un generico gradimento. Pochi giorni fa i giudici della Consulta hanno risolto la controversia con un invito alle due parti in conflitto a "realizzare un'adeguata attivita' di concertazione ispirata al principio della leale cooperazione". E che solo in un prolungato disaccordo "il ministro non puo' rifiutare di dar corso alle delibere dell'organo di autogoverno dei magistrati". Questa decisione era all'esame degli esperti del ministero di Grazia e Giustizia e a quanto sembra una strada per riproporre con successo la candidatura di Paolo Borsellino era stata trovata. Inutilmente, purtroppo. [111]

 

I partiti politici Pds e Pri annunciano di essere pronti ad approvare il decreto antimafia presentato dal governo dopo aver introdotto alcune modifiche che non intacchino lo sirito del provvedimento: "Le norme del codice di procedura penale - dice il responsabile del Pds  in commissione Giustizia del Senato, Massimo Brutti - devono essere modificate tenendo conto della esperienza dei processi di mafia, ma senza allargare a dismisura la discrezionalita' della polizia giudiziaria e dei magistrati, perche' cio' e' fonte di arbitrii e non giova alla lotta contro la mafia. Il potere della polizia giudiziaria di arrestare chi e' accusato di false informazioni  puo' dar luogo a pressioni ingiuste e a clamorosi errori. Il fermo di polizia e' inutile". Il Pds propone inoltre di estendere l'applicabilita' del reato di associazione mafiosa alle attivita' intimidatorie volte a estorcere e controllare il voto.[112]

 

In serata circolano voci di dimissioni del capo della polizia, Vincenzo Parisi, subito smentite dal Viminale.[113]

 

Il prefetto di Palermo Mario Jovine, pesantemente chiamato in causa tra altri responsabili dell´ordine pubblico dal ministro di giustizia Claudio Martelli per la mancata sorveglianza in via D´Amelio, afferma: "Non ho nulla da dichiarare. Se si ritiene che abbiamo mancato decidano loro...". Poi, pregando il cronista del Corriere della Sera di mettere via biro e taccuino, ricorda come Borsellino avesse "la buona abitudine" di non comunicare mai in anticipo i suoi spostamenti nemmeno ai ragazzi della scorta avvertiti solo in macchina, a motore acceso. L' idea di collocare in via D´Amelio un divieto di "zona rimozione" come tante ce ne sono a Palermo non ha sfiorato i vertici preposti, a cominciare dal comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica presieduto proprio da Jovine: "Dovremmo militarizzare questa citta', istituire divieti dappertutto e non e' possibile. La verita' e' che siamo in guerra, che questa e' un'azione di guerra come ce ne sono a Beirut o in Jugoslavia... Non ci fermeremo. Di Borsellino e di Falcone ce ne saranno altri ma questo non accadra' se ci spareremo addosso". [114]

 

La borsa di Milano accusa un ribasso vertiginoso: 9.500 miliardi di lire di capitalizzazione vengono bruciati in un solo giorno. "Non ho mai visto, in tutta la mia vita, una Borsa a questi livelli. Perche' anche nei momenti piu' drammatici, e' sempre stato un problema di mercato. Ma qui non e' piu' cosi'. Qui e' una questione di Paese, di ordine pubblico, di criminalita' “ dice Attilio Ventura, presidente del Comitato direttivo milanese. Assiste, come tutti, ad un'emorragia che niente sembra riuscire ad arginare. Gli investitori interni vendono quello che possono. Gli stranieri, quei pochi ancora rimasti, negano di aver "disertato per mafia". Ma le loro controparti italiane sono pronte a contraddirli, a spiegare che invece la smobilitazione avviata da settimane ieri ha registrato una sensibile accelerata.[115]

Il mercato finanziario italiano e´ giá da giorni in forte ribasso per la “guerra dei tassi d´interesse” condotta da alcune grosse banche europee ma anche in seguito agli sviluppi dell´inchiesta milanese Mani pulite che sta svelando un impressionante e pervasivo sistema di corruzione nei partiti politici italiani.

 

A Montecitorio a Roma si svolge una seduta straordinaria del Parlamento dove il ministro dell´interno Nicola Mancino riferisce sulla strage di via D´Amelio. In tribuna é presente anche il Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Ma l´aula é semivuota: non piu' di 150 i deputati presenti, meno di un quarto del totale. Ci sono tutti i leader di partito, escluso Bettino Craxi.

Il ministro Mancino ricostruisce le fasi dell´attentato. Ha parlato di "strategia di attacco terroristico e vere e proprie azioni di guerra, alle quali lo Stato deve rispondere in modo energico e fermissimo". Poi dice che la visita di Paolo Borsellino alla madre non era prevista, e quindi "non era stato possibile adottare, nella circostanza, alcuna misura preventiva di bonifica dei luoghi". “Borsellino non era un frequentatore abituale della casa della madre” – dice Mancino,[116] il quale precisa che il magistrato era superprotetto, e che la scorta era stata recentemente potenziata. Assicura che i 205 uomini della Dia (Direzione investigativa antimafia) nel giro di pochi mesi saranno decuplicati. Infine accenna a "una revisione dei margini di permissivita' , che non e' un attentato ai principi costituzionali". Il discorso appare piuttosto burocratico. Mancino non raccoglie nemmeno un applauso. Segue un acceso dibattito parlamentare:

 

A nome della Dc ha parlato Arnaldo Forlani. "La guerra aperta contro lo Stato - ha detto - comporta il rischio di una catena di recriminazioni e divisioni che puo' preludere alla disfatta dei pubblici poteri". Quindi, oltre a dotare le strutture dello Stato dei mezzi necessari per affrontare "una fase di piu' decisa e incisiva lotta al crimine organizzato", occorre "il presupposto di una comune responsabilita' tra le forze politiche che hanno contribuito alla Costituzione".

Invito raccolto da Achille Occhetto, segretario Pds: "Le rivalita' devono cedere il passo al senso di responsabilita' . Questa e' una vera guerra condotta da una forza di occupazione che controlla una parte del Paese. Noi siamo disponibili ad approvare subito il decreto antimafia. Siamo pronti ad assumerci tutte le responsabilita' , oggi dall' opposizione, domani dal governo". Per Occhetto, che ritiene "inadeguato" l'intervento di Mancino, "non servono leggi straordinarie, chi parla di pena di morte inganna l' opinione pubblica", mentre la democrazia ha i mezzi per difendersi: "Nessuna legge vieta di arrestare i latitanti, o di controllare il territorio".

Anche Giulio Di Donato parla di "guerra", di "sfida molto piu' grave di quanto fu il terrorismo". Quindi invita a utilizzare l'esercito per il controllo del territorio in Sicilia, a potenziare la magistratura e le forze dell'ordine, a tutelare i pentiti e incidere sui patrimoni dei mafiosi.

Per la Lega, Franco Rocchetta, quasi solo ("gli altri - spiega - stanno manifestando a Milano in favore dei magistrati"), si e' scagliato contro governo e partiti: "Avete protetto voi la mafia, che vi ha insegnato la tecnica del racket, e infatti Craxi e' venuto qui a celebrare l'apologia di reato... ", "Avete ridotto l' Italia a serva di lupanare". Si eccita, e "sfora" col tempo. Napolitano lo riprende, e lui protesta contro i metodi "fascisti e stalinisti", provocando l'indignata reazione di Alessandra Mussolini (Msi).

Molto critico e' anche Giorgio La Malfa, a nome del Pri: "Dopo l'uccisione di Falcone non ci risulta che siano stati compiuti molti arresti, ne' che stavolta si siano fatte retate di mafiosi". E da' ragione al sociologo Pino Arlacchi: "Non bisogna aver paura di opporre violenza a violenza".

Anche Carlo Vizzini, Psdi, e' per la linea dura: "Ci vogliono presidi militari in Sicilia, dobbiamo portare fuori dell'Isola i detenuti che comandano dal carcere. Le garanzie costituzionali le ha gia' sospese la mafia".

E all'opposto Alfredo Biondi (Pli): "Non e' vero che si risponde alla violenza con la violenza. I giudici non devono combattere, ma giudicare: condannare i colpevoli e assolvere gli innocenti". Lo applaudono anche Pannella, i Verdi e la Rete.

Francesco Rutelli, verde, propone di "applicare le leggi, prima di farne di nuove" e "congelare gli appalti, rubinetto della mafia". E invita Mancino a trasferirsi a Palermo, e Scalfaro ad andarci spesso. E vorrebbe le Camere aperte, a turno, anche d'estate. Gianfranco Fini (Msi) se la prende con Mancino: "Sei un incapace, dovresti dimetterti". E poi propone di applicare il codice militare di guerra: "Le condanne a morte - sostiene - non possono essere eseguite solo dai mafiosi".

Anche Sergio Garavini (Rifondazione) da' dell'incompetente a Mancino e parla di "compromissioni fra mafia e governo".

Carlo Palermo (Rete), ex magistrato che scampo' a un attentato, chiede le dimissioni del ministro Martelli, dell'alto commissario Finocchiaro e del prefetto Jovine. E battibecca con Napolitano che non gli vuole concedere piu' tempo e suona la campanella: "Non siamo a una partita di calcio - protesta - la morte di un collega vale piu' di 5 minuti". Pannella (che in precedenza aveva "beccato" Mancino e Di Donato) si associa. "Solo 5 minuti a noi, mentre i Vespa e i La Volpe hanno avuto ore per insultarci", tuona.[117]

 

Umberto Bossi, segretario della Lega Nord, partecipa ad una manifestazione a Milano di fronte al palazzo di giustizia in sostegno dei magistrati che stanno conducendo l´inchiesta Mani Pulite. "Le bombe di Palermo dovevano fare rumore fino a Milano – afferma il sen. Bossi - Dovevano essere un monito alla magistratura per far capire che la mafia puo' fermare quando vuole il rinnovamento che c' e' stato dopo le elezioni del 5 aprile con la vittoria della Lega, affermatasi come primo partito del Nord". Il sen. Bossi invita i suoi sostenitori a girare il battimani ai giudici, a Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e al procuratore della repubblica Francesco Saverio Borrelli da mesi impegnati nell'inchiesta sulle tangenti: "Vogliamo portare un applauso alla magistratura che sta compiendo quello che i cittadini si aspettavano da almeno quarant' anni". [118]

 

Cosimo Scirocco, operaio residente in Germania ma in vacanza nel suo paese di origine nel beneventano, non riesce a spedire un telegramma di cordoglio alla famiglia di Paolo Borsellino per l´opposizione di Michele Borrillo, direttore del locale ufficio postale:

 

"Questo telegramma non s'ha da fare, caro Cosimo Cirocco. Ne' ora ne' mai, o almeno fino a che saro' io il responsabile di questo ufficio postale", sentenzio' Michele Borrillo, 58 anni, direttore delle Poste di Molinara, un paesino del Sannio (a 30 chilometri da Benevento) con poco piu' di 2 mila abitanti dediti all'agricoltura o impiegati in qualche fabbrichetta di abbigliamento e di alluminio. E aggiunse con piglio dottorale: "Lo prevede l'articolo 18, secondo capoverso, capitolo III delle "Istruzioni sul servizio, edizione aggiornata al 1 ottobre 1985...". Il povero Cosimo Cirocco, 42 anni, da 20 emigrato a Stoccarda dove e' caporeparto alla Bosch, sposato, due figli, tornato al paesello per le ferie, di fronte a tanto scibile prima ammutoli', quindi replico', alla fine esplose, come Renzo Tramaglino di fronte a don Abbondio che parlava latinorum. La replica fu: "Un povero operaio non puo' spedire un telegramma di solidarieta' e protesta per l'uccisione di Paolo Borsellino? Ma allora - e qui Cosimo esplose - la mafia e' anche qui e lei la copre". Agitandosi, il dottor Borrillo minaccio': "E io mi riservo di denunciarla per le sue espressioni irriguardose". Poi tirando un fazzoletto da tasca, componendosi e asciugandosi il sudore, mormoro' tra se' e se': "Ma guarda che cosa doveva capitarmi dopo 32 anni di servizio e proprio il primo giorno di lavoro dopo le ferie". Era infatti il 20 luglio quando Cosimo Cirocco, di provata fede missina e italiano (all'estero) ferito nell'onore dalle stragi di mafia, aveva deciso, il giorno dopo la morte di Borsellino, di inviare un telegramma alla famiglia della vittima. La prima ricostruzione e' del dottor Borrillo: "Mandata da Cirocco, che era ancora in Germania, venne sua cognata per spedire alla sede del Msi di Roma un telegramma cosi' concepito: "Partecipo al dolore per la morte di Borsellino, ucciso con la collaborazione del governo". Non potevo accettarlo. L'articolo 18 delle nostre disposizioni recita: "Ove in un telegramma si riscontrino parole scurrili, ingiuriose, denigratorie, e quindi si ravvisino in esse estremi di reato perseguibili a querela di parte il telegramma deve essere inoltrato a destinazione solo se il mittente di cui sia stata accertata l'identita' sottoscrive il messaggio. In caso contrario deve essere accettato, ma inviato al pretore". Replica Cosimo Cirocco dalla Germania, dove e' ritornato al lavoro e dove ha scatenato un putiferio protestando presso l'associazione consolare Com. It. Es. (Comitato degli italiani all' estero), di cui fa parte: "Le cose sono andate diversamente. Il telegramma intanto diceva: "Partecipo al dolore che ha colpito la vostra famiglia nell'amico Borsellino che e' stato barbaramente trucidato dalla mafia causa anche la mancata protezione dello Stato". Di quel magistrato in Germania si parlava tanto, noi italiani lo vedevamo come una bandiera dell'onesta', lo sentivamo un amico. E' vero che prima ho mandato mia cognata e che volevo indirizzare il messaggio alla sede del Msi. Di fronte alla reazione del direttore, pero', mi sono precipitato io alla Posta, perche' quel giorno ero in campagna, non in Germania. Eppure il direttore non lo ha accettato. E voleva convincermi che lo faceva per il mio bene". Convinzione immutata nel dottor Borrillo: "Pensi - dice - a quel che sarebbe successo al povero emigrato se avessi mandato il telegramma al pretore". "Ragazzacci, che, per non saper che fare, voglion maritarsi e non si fanno carico de' travagli in che mettono un povero galantuomo", diceva don Abbondio. Gia', ma come e' venuto in mente a un povero emigrato di voler inviare certi telegrammi..? [119]

 

 

Martedì 21 luglio 1992

 

Alla cattedrale di Palermo si svolgono i funerali degli agenti di scorta. La famiglia Borsellino ha deciso di attendere l’arrivo di Fiammetta e di celebrare i funerali in forma privata. La chiesa viene presidiata da 4000 agenti fatti venire da fuori Palermo. Lo scopo è quello di evitare il ripetersi dei disordini che si sono verificati la sera di due giorni addietro di fronte alla prefettura. La tensione é alle stelle. I vertici dello Stato sono letteralmente travolti dalle persone presenti all’interno della cattedrale:


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(Fonte: antimafiamilitante)

 

Dalla cronaca del Corriere della Sera:

 

Non e' bastato l'assedio di quattromila uomini, armati e disposti a cerchi concentrici in un raggio di un chilometro intorno alla cattedrale. Non e' bastato filtrare con ossessione da lager gli ingressi in quella chiesa, lasciandola precauzionalmente semivuota. Non e' bastato neppure un "ritardo strategico di quasi venti minuti", come commenta un maresciallo, delle autorita' arrivate da Roma. Alla fine della Messa in memoria dei cinque agenti annichiliti dalla bomba di via D' Amelio, un minuto dopo l'affranta benedizione delle bare da parte del cardinale Pappalardo, esplode la rabbia degli uomini delle scorte. E, quasi che recitasse la sentenza di un processo appena concluso, uno di loro fissa lo sguardo sul capo dello Stato, sul presidente del Consiglio e sul prefetto Parisi, che gli stanno davanti, leva le braccia in alto e urla: "Li avete uccisi voi". Partono i calci, gli schiaffi, gli sputi. Contro Parisi, Amato e lo stesso Scalfaro, almeno all'inizio bersaglio forse involontario, lui. Tra l'abside e l'alta navata echeggiano cori da brivido. "Assassini". "Fuori la mafia da qui". "Venduti". Dall'altar maggiore qualcuno fa volare uno sgabello. Dai banchi vengono scagliate un paio di bottiglie d'acqua minerale. Poi tutto si chiude con la fuga precipitosa dei tre "condannati", attraverso un'uscita laterale. E il giorno della rivolta, a Palermo. Dell'insurrezione contro un governo "che e' stato sempre complice delle cosche", contro un capo della polizia "che deve lasciare il proprio posto" (ma che in serata ha dichiarato: "Non mi dimetto, sarebbe un atto di vilta' ") contro uno Stato "che lascia ammazzare i suoi uomini migliori" e che insomma e' "colpevole". Parole scritte sull'unico manifesto che un ragazzo e' riuscito a portare dentro al Duomo e che un funzionario della questura gli strappa subito di mano. Le immagini del presidente della Repubblica che incespica sulla porta mentre si pulisce i pantaloni sporcati dai calci, del segretario generale del Quirinale, Gaetano Gifuni, che si porta il fazzoletto alla bocca dove e' stato colpito da un pugno, dell'inquilino di Palazzo Chigi che si copre le orecchie per non sentire, del prefetto Parisi con la guancia arrossata per le sberle, queste immagini (sfumate con una prudente dissolvenza dagli obiettivi della tv) sono la rappresentazione della svolta aperta dalla guerra della mafia. La Sicilia e' stremata, esasperata, rabbiosa. Lo Stato, da qui, rischia ormai di apparire, assieme a Cosa Nostra, come un nuovo nemico: ottocento poliziotti delle scorte e ottomila cittadini che camminano dietro a loro si mettono a sfidare altri poliziotti e carabinieri, oltre ai politici e alle cosiddette "alte cariche". Funerali a base di incenso e di insulti, di pianti e di ultimatum, mentre si dimettono tutti. Certi giudici della procura e il sindaco l'hanno gia' fatto; il prefetto della citta' e il suo collega col rango di capo al Viminale potrebbero farlo nelle prossime ore, magari assieme al procuratore Pietro Giammanco. Per Palermo queste notizie segnano continui soprassalti, nell'attesa del primo funerale di questa settimana. Che comincia alle 15.30, quando sull'altare della cattedrale arabo-normanna si presenta, pallidissimo, il cardinale Salvatore Pappalardo. Lo accoglie un incredibile silenzio, dopo che per piu' di un ora, prima, qui dentro il gruppo degli agenti delle scorte si era fronteggiato duramente coi colleghi fatti accorrere in massa da diverse citta' d'Italia. Tanto che sono appunto in quattromila, fra carabinieri, poliziotti e finanzieri, a presidiare chiesa e centro storico, "col compito di tenerci fuori, di cacciarci via", come gridano gli amici delle vittime abbandonando l'angolo in cui sono relegati. La protesta, con spintoni e minacce, dura meno di mezz'ora, sul sagrato. Poi, all'arrivo dei carri funebri scatta il dietrofront, tornano dentro in massa e a gomitate, e si sistemano ai lati dell'altare. La Messa ha inizio e il vuoto nella fila delle autorita' viene visto come un oltraggio, dai poliziotti palermitani pronti alla rivolta. "Scalfaro, Amato e Parisi hanno paura, usano la tattica del ritardo per evitare contestazioni", e' il messaggio che corre di bocca in bocca. In realta' la missione dei rappresentanti dello Stato ha subito un paio di pesanti intoppi, che impediscono l'arrivo in orario. Il primo capita nelle strade attorno all' aeroporto: un sit-in di manifestanti, che blocca il corteo per lunghi minuti. Il secondo e' colpa del prefetto di Palermo il quale, pensando di migliorare le cose, dirotta le macchine a villa Whitaker: vuole studiare li', con Scalfaro e Amato, un percorso alternativo per superare alcuni blocchi segnalati dalla questura e la delegazione perde cosi' altro tempo finche' proprio Amato decide di ripartire comunque, lungo la strada piu' semplice e diretta, proseguendo a piedi se sara' necessario. Cosi', quando il gruppo prende finalmente posto sui banchi, l'omelia dell'arcivescovo e' alle ultime battute. Battute amare, una requisitoria religiosa, con un invito che rievoca la parabola evangelica di Lazzaro: "Dico a te, Palermo: alzati! Non adagiarti nel fatalismo! Non rassegnarti alla sconfitta!". Un lungo applauso. Scalfaro, invitato dall' ex giudice Ayala, si avvicina ai parenti delle vittime e mormora loro poche parole di solidarieta'. Agli agenti delle scorte che gli chiedono un colloquio attraverso Ayala, manda a dire: "Non oggi, non qui. Li invitero' al Quirinale". Sull'affollatissimo altare adesso compare Rosaria Costa, vedova dell'agente Schifani ammazzato con Giovanni Falcone, quella che aveva detto ai mafiosi di inginocchiarsi se volevano essere perdonati. Si aggrappa alla manica del cardinale. Gli mormora: "E dillo, che quelli devono andare all'inferno! Dillo!". "Ma tu li hai gia' perdonati, li hai invitati a pentirsi". "No, non si pentono, quelli... non si pentono". Il dialogo e' amplificato dai microfoni, e scattano altri applausi. Poi tutto si chiude con la benedizione, la musica d'organo, i pianti, le grida, la rissa.[120]

 

Il sostituto Vittorio Teresi ha qualcosa da dire riguardo alle inefficienze dell’apparato di sicurezza: “Chi dice che l’attentato a Borsellino era imprevedibile dice il falso. Non ci voleva molto a capire che Via D’Amelio era ad alto rischio, al n° 68 era stato scoperto un covo dei Madonia. Bastava questo per proteggere la zona dove viveva la madre del giudice. Non l’hanno fatto, l’hanno lasciato morire così: ecco perché chiediamo le dimissioni del ministro degli interni, del capo della polizia, del prefetto, del questore di Palermo. Erano loro a dover garantire la sorveglianza e la sicurezza di Borsellino. Hanno fallito ed adesso vanno cacciati via.” [121]

 

Fiammetta Borsellino apprende la notizia della morte del padre in serata al ritorno da un´escursione a Bali in Indonesia dove si e´ recata in viaggio insieme ad amici di famiglia: il ginecologo Alfio Lo Presti, la moglie Donatella Falzone, i figli Giorgia e Salvatore, compagni inseparabili di Fiammetta. Dall'albergo Kuta Beach Fiammetta chiama l'Italia: "Questo e' un posto meraviglioso, io mi sto divertendo moltissimo. Mamma e papa' come stanno?". Dall'altro capo del telefono una voce rotta dal pianto ha risposto: "Fiammetta, devi tornare subito. E' accaduto un fatto terribile...". Non c'e' stato bisogno di dire altro. La figlia di Borsellino ha capito. Fiammetta si e' messa in contatto con l'ambasciatore italiano a Giakarta. Il tempo di fare in fretta le valigie, poi via di corsa verso l'aeroporto di Denpasar per prendere il primo aereo. [122]

 

Il quotidiano Corriere della Sera riporta che nelle settimane precedenti il giorno della strage un residente in via D´Amelio aveva notato movimenti “strani” nel palazzo di fronte a quello della famiglia Borsellino ed aveva deciso di telefonare alla polizia:

"Ho parlato di brutti ceffi e gente equivoca", come spiega alle telecamere, senza paura di mostrare la sua faccia e scardinando sul serio la regola dell'omerta' , un signore che bisognerebbe almeno proteggere. Ignaro d'ogni rischio, costretto a vagare senza casa come altre trecento persone, accusa: "Abbiamo informato che c' era gente losca, per non dire altro, e ci rispondevano per telefono "Si' , indaghiamo, indaghiamo". Ma qui non si vedeva mai nessuno".

Il cronista del Corriere della Sera ricorda poi come proprio in quel palazzo al n°68 di via D´Amelio fosse stato scoperto nel dicembre 1989 un covo della famiglia mafiosa dei Madonia dove era stato rinvenuto fra l´altro un registro del pizzo. Ma dopo la perquisizione nessuno si era piú preoccupato di controllare l´appartamento e via D´Amelio. Infine il giornalista cita come tra i posssibili moventi dell´attentato gli ultimi colloqui tra il Paolo Borsellino e quattro collaboratori di giustizia:

Un'esecuzione micidiale forse collegata ai quattro pentiti sui quali il giudice lavorava. Uno a Caltanissetta dove era stato annunciato l'attentato contro due investigatori. Uno a Palermo con buone informazioni sulle cosche locali. Uno a Milano con un quadro sulle trame finanziarie. E uno in Germania dove Paolo Borsellino sarebbe tornato oggi, come aveva detto sabato a un suo collega senza commentare la sentenza del giudice Barreca che aveva appena assolto tre mafiosi: "Ne parleremo al ritorno. Ma adesso so tutto sulla mafia di Palma di Montechiaro. Ho capito cosa c´e' dietro l'omicidio Saetta, l'agguato al maresciallo Guazzelli e l'omicidio Livatino." [123]

 

Ignazio De Francisci, PM di Palermo, sottolinea come la sovraesposizione di Paolo Borsellino abbia potuto accelerare la fase esecutiva della strage di via D´Amelio: "Dentro di me ero preoccupato perche' era stato creato un simbolo (Borsellino, ndr). Era stato indicato, il bersaglio. Dopo la morte di Falcone, tutti a dire: adesso soltanto Borsellino ci potra' salvare. Questo accentuarsi dell'attenzione su di lui forse ha fatto precipitare i tempi... Si parla di Borsellino come l' erede di Falcone, come candidato alla Superprocura... e magari un processo in corso da anni ha la sua accelerazione finale e conclusiva". De Francisci e´ uno dei sostituti palermitani che ha deciso di presentare le dimissioni dalla procura di Palermo e rilascia un´intervista al cronista del Corriere della Sera interrogandosi sul destino della procura palermitana:

 

"S'e' gridato troppo presto alla vittoria dopo la morte di Falcone: la fiaccolata, la marcia su Palermo... Pure io m'ero illuso che fosse cambiato qualche pelo di questa citta'. E invece era soltanto un giudizio superficiale". Ignazio De Francisci e' uno dei giudici con la valigia. Uno dei sostituti della Procura che vogliono andarsene, perche' ha deciso che non ne vale piu' la pena. Ha fatto parte del pool antimafia, e' stato amico di Borsellino e di Falcone. Ad alta voce, De Francisci riflette su questo momento terribile. Le manifestazioni, le fiaccolate, le marce ci sono sempre state. "Si', solo che Falcone aveva colpito proprio perche' era Falcone. Adesso cosa vuole che dica... siamo a fine luglio, la gente va in vacanza". Non e' solo questione di vacanze. "Pero' e' un fatto che la durezza del colpo e l'obiettiva vittoria di Cosa nostra ci ha messi tutti al tappeto. E' inutile far proclami di riscossa quando abbiamo il nemico che spadroneggia". Questa di Borsellino e della scorta era una morte annunciata. "Dentro di me ero preoccupato perche' era stato creato un simbolo. Era stato indicato, il bersaglio. Dopo la morte di Falcone, tutti a dire: adesso soltanto Borsellino ci potra' salvare. Questo accentuarsi dell'attenzione su di lui forse ha fatto precipitare i tempi". E' difficile credere che l'abbiano ucciso perche' era finito sui giornali. "Io faccio solo ipotesi sulla base dell'esperienza. Magari loro, tra tanti obiettivi che hanno, si dedicano a uno perche' l'attenzione dei mass media crea...". Aspettativa? "Esatto. Si parla di Borsellino come l'erede di Falcone, come candidato alla Superprocura... e magari un processo in corso da anni ha la sua accelerazione finale e conclusiva". Condivide l' analisi che fa risalire quest'accelerazione al delitto Lima? "Come scenario complessivo, la morte di Salvo Lima e le stragi di Falcone e Borsellino possono essere viste in un quadro generale. Pero' siamo soltanto al primo fotogramma". Il fotogramma mostra che son saltati degli equilibri. O no? "E' un'ipotesi plausibile". Parliamo di questo Palazzo, di quale fine fara' questa Procura. "Me lo chiedo pure io. Ma non mi so dare nessuna risposta. E' come lo stato maggiore di un esercito in rotta. Chissa', forse faremo la stessa fine che ha fatto lo stato maggiore del nostro esercito a Caporetto: chi di qua e chi di la', chi scappa e torna a casa". Esplodono contraddizioni, malumori, contrasti. C'e' un senso d'impotenza... "Fino a ieri veniva tutto superato dal senso del dovere e dello Stato che ognuno di noi ha". O dal senso di solidarieta' personale verso qualcuno che ora non c'e' piu'? "Negli ultimi mesi, con la presenza di Borsellino c'era un sicuro punto di riferimento: l'ancora di salvezza da un lato e dall'altro un motore propulsivo. Adesso tutto questo non c'e' piu'. C'e' la stanchezza di ognuno di noi, di ognuno che fa questo mestiere e invece dei risultati vede le delusioni: sia in casa propria, nelle sentenze; sia fuori, nel mondo politico e nella societa' in genere. Ecco, questa stanchezza alla fine poi vince, perche' siamo tutt'altro che eroi: siamo degli impiegati statali come gli altri. C'e' un'unica differenza: e' che in un certo periodo ci siamo ritrovati...". A navigare su un'onda che portava da qualche parte. "Si', e' stata la presenza di alcune persone. Ci hanno fatto salire su una barca e pensavamo che la barca potesse arrivare sull'altra sponda. Avevamo una rotta e un comandante". E invece ora? "Da un lato, la barca e' sfasciata e dall'altro, tra i tanti rematori, ce ne e' qualcuno che rema al contrario". Questa faccenda delle dimissioni di voi sostituti e' il segno d'una sfiducia verso una persona, cioe' il Procuratore capo Giammanco? "In tutta la mia carriera ho sempre cercato di escludere i rapporti personali da quelli d'ufficio. Anche all'epoca del pool antimafia, quando mi ostinavo a salutare Meli nonostante lui facesse il contrario. No, da parte di coloro i quali hanno pensato di dimettersi dalla Direzione distrettuale antimafia c'e' la constatazione che non si e' piu' in grado di andare avanti. Che dove hanno fallito Falcone e Borsellino sarebbe un'utopia pensare che potremmo far qualcosa noi". Con Giammanco ci sono stati momenti di tensione molto acuta? "Io non lo vedo da trentasei ore". Non lo vede lei, non lo vede nessuno? "Qualcuno lo vede, qualcuno no. Chi si sente di andarlo a trovare, ci va. A questo punto, per chi ha dei rapporti umani una vera visione, per chi crede nell'amicizia e senza secondi fini proprio non e' facile superare queste due morti con una doccia la mattina". Che vuol dire? "Che c' e' pure chi tra noi, in questo ufficio, in questo corridoio, a poche ore dalla strage di Falcone, dopo una annoiata e distratta apparizione al suo funerale, ha ripreso la vita di tutti i giorni. Noi, parlo per me e per tanti altri colleghi, abbiamo avuto un primo segno dentro. E questo di Borsellino e' stato un secondo segno, per certi versi ancora piu' devastante del primo. Percio' andare a parlare...". Lei ha detto che con Borsellino se n'e' andato il sessanta per cento del potenziale di questa Procura e che il quaranta che rimane arranca. Allora, dove bisogna mettere le mani? "Guardi, la nostra linea offensiva, diciamo la nostra flotta, ha perso la portaerei. Ora ci sono rimaste tante cacciatorpediniere che sguazzano in un mare di mine e che salteranno a una a una". Di questo e' convinto? "O salteranno o finira' il carburante e andremo a remi". Cosa cambiera' in questa Procura? "Che andremo in ferie, che la citta' dimentichera' fra quindici giorni e noi fra venti. Che riprenderemo la routine, i soldati ritorneranno in caserma. Che ci sara' qualche lapide in piu', qualche vedova che per tre mesi non vede la pensione e qualche torneo di calcetto intitolato a questo o a quello. Che si continuera' a pagare il pizzo e i commercianti continueranno a pagarlo poi verranno a dire a me, che finiro' l'inchiesta, che non pagavano". Lei rimarra' alla procura di Palermo? "Il tempo strettamente necessario ad andarmene e chiedero' di lasciar prima". Quanti altri se ne andranno? "Non lo so. Questa e' diventata una Procura giovane e i giovani non hanno le nostre cicatrici". Per bloccare le dimissioni c'e' prima da risolvere un problema politico, piu' che giudiziario in senso stretto. "E' un problema anche di decreti, di leggi. Di timide sentenze di condanna e di scandalose sentenze di assoluzione. Di apparati dello Stato che non sai da che parte stanno". E' un problema di Cassazione... "Si', che ti rifiuti di capire perche' senno' potresti pure commettere peccati di pensiero. E' un problema generale di sensibilita' della classe di governo rispetto alla questione della mafia". Martelli ha attaccato questore e prefetto, ha detto che loro dovranno rispondere della strage. "Potrei anche risponderle che non me ne frega niente che dopo si scopra che si poteva evitare. Ciascuno si passi la mano sulla coscienza se ancora ce l'ha. Magistrati, agenti dei servizi, funzionari della prefettura e poliziotti: si guardino allo specchio la mattina se si fanno la barba, si chiedano se hanno fatto tutto quanto era nei loro poteri. Non m'interessa sapere chi deve saltare, perche' la mia vita non cambia d'un pelo se cambia il prefetto, il questore o il capo della polizia".[124]

 

Il PM di Palermo Gioacchino Natoli si reca in una localitá segreta per incontrare Gaspare Mutolo. “Posso immaginare cosa stia provando – dice Natoli rivolgendosi a Mutolo – ma non puó tirarsi indietro in questo momento, lo faccia per Borsellino, un uomo cosí buono non meritava di fare una fine del genere”. Natoli cerca di convincere Mutolo a proseguire nella sua collaborazione con la giustizia e dice che personalmente proseguirá nel suo lavoro di magistrato a qualunque costo: ”Continueró , anche se dovessi essere il prossimo ad essere ammazzato”. [125]

 

Il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, commemorando Paolo Borsellino in seno al Csm, lancia un messaggio solenne: «Nuova resistenza!». In che senso? «Questa Patria – dice − deve saper risorgere, e dipende da noi, uomini e cittadini. Resistere, resistere, resistere, perché siamo dalla parte della libertà”. Durante la prima Resistenza, ai tempi del nazifascismo – spiega − «sembrava che l’aurora non sarebbe mai spuntata, e un giorno è spuntata»; «contro il terrorismo le forze si unirono, coraggio e avanti»; oggi, nonostante le stragi e la corruzione, «la democrazia è più forte della violenza e delle azioni criminose, di chi vuole sconfiggere tutto. Siamo di fronte alla crisi più pesante, quella dei valori dell’uomo, ma non vincerà né la violenza né la ricchezza senza morale – guardate ai processi sulle tangenti – vincerà l’uomo se sarà credibile. La gente ha bisogno di credibilità. Non di infallibilità, ché quella non ce l’ha nessuno. Come si può chiedere se chi chiede non ha credibilità?». Per questo «occorre ricominciare dalla ricostruzione dei valori morali» per non deludere «le attese della gente pulita e onesta».

Lo Stato, la Patria – aggiunge Scalfaro – non possono essere rappresentati «da chi non è degno, da chi non è giudice perbene, da chi non è pulito, da chi non è cittadino operoso». D’altra parte perché sono stati uccisi Falcone e Borsellino? «Per che cosa? Per una Patria che abbia il trionfo della giustizia? O perché vinca la disgregazione, l’abbandono, il gettare la spugna? Queste parole non si riferiscono ai magistrati, ma a tutta la realtà dello Stato. Di chi è questa Patria? Solo di chi muore o anche di chi vive e deve vivere e operare? Bisogna quindi resistere. Resistere e lottare tutti insieme!».[126]

 

Il capo della Procura palermitana, Pietro Giammanco, risponde indirettamente alle critiche con un comunicato stampa: "Profondamente turbato dall'ultima efferata strage mafiosa, ho ripercorso con amarezza nella mia coscienza il doloroso cammino delle critiche che, talvolta in buona fede ma piu' spesso in malafede, mi sono state rivolte e che peraltro posso facilmente dimostrare essere infondate; mi sono chiesto comunque se fosse opportuno, nell'interesse delle istituzioni, lasciare il mio incarico. Ho riflettuto pero' sul fatto che in serena coscienza ho sempre fatto fronte senza incertezza alcuna e senza paura all'attacco della mafia. Ho altresi' riflettuto che la mia decisione non doveva essere influenzata dalle convenienze di fazioni politiche, delle quali non posso e non devo tenere conto, ma esclusivamente dagli interessi delle istituzioni nel momento piu' terribile dello scontro con la mafia. Pertanto ritengo mio inderogabile dovere non abbandonare l'azione intrapresa, ma continuarla per il raggiungimento del massimo risultato possibile". [127]

 

A Milano si svolge in mattinata una manifestazione contro la mafia per ircordare Paolo Borsellino e  gli agenti della scorta uccisi con lui. La manifestazione é organizzata dai sindacati Cisl, Cgil e Uil e vede la partecipazione di ventimila persone. In piazza San Marco prende la parola Orlando Minerva, segretario del Sindacato unitario di polizia: "Gli agenti di scorta. non sono carne da macello. Basta con le scorte fasulle a politici che le vogliono come status symbol: a Milano non esiste neppure una macchina blindata ed invito il capo della polizia Parisi ad assumersi le sue responsabilita' e qualora sia necessario ad andarsene. Abbiamo piu' volte fatto proposte e cercato un dialogo senza mai ottenere risultati o risposte. Non vogliamo essere martiri ma fare il nostro dovere. Domani, in segno di lutto tutti gli agenti addetti alle scorte porteranno il lutto". [128]

 

Con un' iniziativa senza precedenti il Senato accademico dell'Universita' degli Studi di Palermo minaccia le dimissioni in massa se governo e Parlamento, cosi' come le altre istituzioni dello Stato, non cambiano registro sul fronte antimafia. I presidi delle 11 facolta' di Palermo, con il rettore Ignazio Melisenda Giambertoni in testa, hanno deciso di non tacere piu' dopo quanto accaduto il 23 maggio a Capaci e domenica 19 luglio in via Mariano D'Amelio. Per due giorni si riuniscono e hanno discusso a Palazzo Steri, sede del rettorato. Alla fine approvano in mattinata un documento in cui, sostanzialmente, chiedono le dimissioni di chi, occupando posti di responsabilita' , non ha fatto nulla per evitare che due magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nonche' gli uomini delle loro scorte fossero uccisi da Cosa nostra. E a proposito della strage di via D' Amelio il Senato accademico "ritiene questo ennesimo eccidio un segnale tragico della volonta' del sistema di potere politico-mafioso di riappropriarsi del protagonismo affaristico e clientelare della "nuova mafia", attraverso una sfida, che pretende di essere definitiva, allo Stato repubblicano, ai suoi principi e ai suoi servitori... Di fronte a tanta affermazione di volonta' omicida il Senato accademico dell'Universita' di Palermo giudica ancora troppo debole e deludente l' azione dello Stato, attendista nell' atteggiamento del Parlamento fermo all'esame del decreto legge approvato dal Consiglio dei ministri sull'onda dell'assassinio di Falcone, di sua moglie e della loro scorta, nonche' omissiva nell'azione di governo, ondeggiante tra i rigorismi retorici dei ministri di turno e i lassismi incomprensibili, quando talora non conniventi, degli apparati periferici dello Stato". Il senato accademico ritiene "indifferibile una immediata assunzione di responsabilita' a tutti i livelli e per ciascuna delle competenze in qualche modo coinvolte, anche fino alle dimissioni o destituzioni dei vertici preposti all'ordine pubblico e all' amministrazione della giustizia, compresi i ministri interessati. É questo un segnale forte e chiaro di inversione di tendenza nel confronto, ormai di tipo bellico, con la mafia, che solo puo' restituire prestigio e dignita' allo Stato e infondere alle giovani generazioni la rinnovata speranza nella capacita' delle istituzioni di assicurare loro un vivere civile conforme ai valori di liberta' e democrazia... Il senato accademico ritiene l'assunzione di responsabilita' un elemento discriminante per il futuro sviluppo delle relazioni politico-culturali all'interno del sistema rappresentativo della societa' civile palermitana. In mancanza il senato accademico ritiene di non potersi consentire ulteriormente la continuazione di una convivenza, ormai insopportabile, con gli attuali vertici politico-istituzionali preposti all'ordine pubblico e all'amministrazione della giustizia, fino a giungere alla rinuncia del proprio mandato... Governo e Parlamento devono definire urgentemente un quadro coerente di misure che incidano effettivamente sugli stati patrimoniali e finanziari delle organizzazioni mafiose e dei loro partner politico-affaristici, nonche' sull'intreccio, ormai chiaro e strettissimo, tra sistema economico e sistema di potere mafioso, tra sistema politico-amministrativo di gestione del denaro e della cosa pubblica e creazione del consenso mafioso-clientelare". [129]

 

In mattinata il sindaco di Palermo Aldo Rizzo annuncia le dimissioni con un comunicato stampa: "Dinanzi alla gravissima tragedia che vive Palermo occorre richiamare con forza ciascuno alle proprie responsabilita' . Per quanto mi concerne ritengo doveroso rassegnare le mie dimissioni e aprire un ampio dibattito cittadino". Il sindaco spiega questa decisione come "un atto di solidarieta'”  verso la magistratura e le forze di polizia e aggiunge di volere corrispondere in questo modo "alla grande e composta rivolta morale della citta' ". In serata Rizzo annuncia di ritirare le dimissioni:  "Il capo dello Stato mi ha pregato di rimanere al mio posto".

L' iniziale decisione di dimettersi Rizzo l'aveva maturata lunedi' notte dopo un assalto notturno al palazzo delle Aquile che, in alcuni momenti, aveva assunto il carattere di una vera e propria "presa della Bastiglia". Un migliaio di persone avevano cinto d'assedio il municipio, presidiato all'interno dagli esponenti dell'opposizione. I consiglieri della Rete, dell'Msi, di Citta' per l´uomo ed Ernesta Morabito di "Insieme per Palermo", infatti, avevano occupato l'aula del consiglio in segno di protesta contro il sindaco. La manifestazione era stata decisa in seguito all'improvvisa "chiusura" del municipio. Lo stesso Rizzo, qualche ora prima, aveva invitato al palazzo delle Aquile i cittadini per manifestare dopo la strage mafiosa. Successivamente il sindaco aveva pero' negato l'autorizzazione ad accedere in municipio, "per motivi di sicurezza". A presidiare il municipio erano cosi' rimasti Letizia Battaglia e Alessandra Siragusa, della Rete, mentre gli altri consiglieri s'erano diretti nell'atrio della biblioteca per partecipare a un dibattito. Intorno alla mezzanotte i rappresentanti dell'opposizione erano tornati a palazzo delle Aquile insieme con un migliaio di persone ma avevano trovato i portoni sbarrati. I consiglieri erano entrati in municipio senza problemi; un centinaio di dimostranti avevano invece superato lo sbarramento entrando da una finestra, con una scala. All'1.20, accolto da un'ovazione, era arrivato Leoluca Orlando, alla sua prima apparizione pubblica dopo le minacce dei giorni scorsi. Un'ora piu' tardi i manifestanti avevano lasciato il municipio. Il corteo aveva attraversato a notte fonda la citta' per raggiungere la camera ardente nel palazzo di Giustizia. L'ultimo saluto alle vittime della strage di via D´Amelio.[130]

 

In un´intervista allo speciale del TG1 Linea Notte il ministro dell' Interno, Nicola Mancino, afferma che una talpa avrebbe potuto controllare gli spostamenti di Paolo Borsellino nei giorni precedenti la strage: "Quando si e' a corto di notizie sulle modalita' di preparazione dell' attentato, ogni ipotesi puo' accreditarsi, prendere corpo... Io so questo: la vedova del giudice Borsellino ha detto a Martelli, ad Ando' e a me la notte che siamo andati a renderle visita che il marito il giorno precedente doveva andare a casa della mamma per assisterla in una visita medica. Questa visita non c'e' stata; c´e´ stata invece una telefonata del medico che ha chiesto di posticipare al giorno successivo la visita. Non so quale strumento telefonico sia stato utilizzato, faccio l'ipotesi di un cellulare. Questo cellulare puo' avere trasmesso la comunicazione, perche' e' facile l'intercettazione di un cellulare". Nel corso dell' intervista, Mancino affronta i temi della lotta alla mafia, della Superprocura, della Dia e delle scorte. In merito alla Superprocura dice di augurarsi "che non si facciano piu' nomi, soprattutto quando essi vengono fatti dalla parte politica".[131]

 

Vengono riaperti i termini per il concorso a capo della Direzione nazionale antimafia per mezzo di un emendamento specifico che compare nelle modifiche predisposte dal governo al maxidecreto varato dopo la strage di Capaci. L´emendamento indica che alla direzione e' preposto "un magistrato... scelto tra coloro che hanno svolto anche non continuativamente, per un periodo non inferiore a sei anni, funzioni di Pubblico ministero o Giudice istruttore; sulla base di specifiche attitudini, capacita' organizzative ed esperienze nella trattazione di procedimenti relativi alla criminalita' organizzata". In attesa che si compia tutto l'iter del concorso (bando, selezione dei nomi, controllo dei requisiti), il Procuratore generale della Cassazione Vittorio Sgroj dovra' scegliere un magistrato da "applicare" alla Dna.

Le modifiche alla struttura di vertice della Dna vengono discusse durante un incontro in mattinata sui problemi dell'ordine pubblico tenutosi al Quirinale tra il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, il presidente del consiglio Giuliano Amato, il ministro degli interni Nicola Mancino, il ministro della giustizia Claudio Martelli, il ministro della difesa Salvo Ando' ed il vicepresidente del Csm Galloni. Il vicepresidente del Csm, Giovanni Galloni, manifesta ancora una volta le sue riserve e prima di pronunciarsi si reca a Palazzo dei Marescialli, riunisce il Comitato di presidenza, poi telefona al ministro di giustizia Martelli per comunicare la risposta positiva.[132]

 

 

Mercoledì 22 luglio 1992

 

In un servizio del GR3 RAI a cura di Arcangelo Ferri vengono riportate le testimonianze di un agente del nucleo scorte di Palermo e di Vincenzo Parisi in merito all´incontro avuto dal magistrato con il capo della polizia venerdí 17 luglio a Roma. Tema dell´incontro fu il rafforzamento della scorta di Borsellino:

 

Speciale RAINEWS24 del 19 luglio 2007

 

Un agente del nucleo scorte di Palermo (A): “Venerdí (17 luglio, ndr) Borsellino e´andato a Roma ed ha parlato con il capo della pollizia, con Parisi, e gli ha detto che degli agenti di Palermo, comprendendo che lui era in pericolo immediato di vita, avevano dato la loro professionalitá e disponibilitá 24 ore su 24 con compiti di super-scorta e desideravano soltanto essere armati ed avere il via per l´operazione. Parisi non ha detto nulla di questo e sta ignorando questa richiesta di Borsellino che aveva chiesto “Fatemi lavorare con questi ragazzi”... Capivano (i ragazzi, ndr) che era (Borsellino, ndr) in grosso pericolo ed i ragazzi che lavoravano soltanto alla scorta ordinaria non erano capaci a proteggerlo, perché si protegge una persona con tanti altri mezzi, non soltanto accompagnandolo. Bisogna avere una copertura totale sull´obiettivo militare, non soltanto lavorando con la scorta con la macchina.

Arcangelo Ferri (F): “E quanti erano che hanno chiesto questo?”

A: “Dieci agenti”.

F: “Ci sono anche i morti fra questi?”

A: “No, non ci sono i morti. Sono tutti ragazzi vivi che possono testimoniare perché adesso qualcuno deve pagare ed é giunto il momento di pagare. Perché non si puó uccidere altra gente, perché noi a Palermo abbiamo un questore ed un prefetto che non sanno fare il loro lavoro”.

F: “Che risposta é stata data a questi ragazzi?”

A: “Vedremo”.

 

Intervista di Arcangelo Ferri al capo della polizia Vincenzo Parisi:

Arcangelo Ferri (F): “Prefetto Parisi, é vero quanto afferma questo agente?”

Vincenzo Parisi (P): “Ma. Guardi, io devo dire che la circostanza secondo me é inesatta. Deve esserci stato un malinteso.  Io ho visto venerdí il giudice Borsellino ma non mi ha assolutamente accennato a questo particolare, proprio niente. Anzi non ha nemmeno parlato particolarmente della sua sicurezza, non ha affrontato questo tema. Era consapevole del pericolo che affrontava molto serenamente, rendendosi anche conto della relativa affidabilitá di qualunque dispositivo di sicurezza. Nessun dispositivo di sicurezza assicura in totale, garantisce in totale la certezza di poter sfuggire ad attentati. L´unica cosa di cui era preoccupato era di rincorrere le ore ed i minuti per le sue indagini importantissime”.

F: “Scriveva il giudice Falcone che si muore perché si cade nella routine, si violano le norme che dovrebbero essere invece sempre strettamente osservate”.

P: “Il giudice Borsellino ha fatto il meglio che si potesse fare. Certamente é uno degli uomini che restano dentro quando uno ha avuto il piacere di conoscerli, di sui ci si innamora. E quindi parlare di questo é assolutamente... la scorta lavorava con molto impegno. Naturalmente fatti di quel genere non sono facilmente prevedibili a meno che non giunga la cosiddetta soffiata dall´ambiente che ti faccia prevenire l´attentato con i mezzi giusti al momento giusto”.[133]

 

Otto sostituti della direzione distrettuale antimafia di Palermo rassegnano le loro dimissioni con una lettera consegnata la sera prima al procuratore Giammanco e resa nota in mattinata. Roberto Scarpinato, Vittorio Teresi, Ignazio De Francisci, Teresa Principato, Nino Napoli, Nino Ingroia, Giovanni Ilarda ed Alfredo Morvillo scrivono: “Siamo disposti a rischiare, a morire, ma solo a condizione di sentirci partecipi di uno sforzo collettivo destinato, sia pure gradualmente, a raggiungere risultati concreti. E’ necessario che la procura di Palermo recuperi quell’unità di intenti, quello spirito di collaborazione che oggi appaiono gravemente compromessi. E lo dimostrano l’esistenza di divergenze, se non di spaccature, divenute ormai financo di dominio pubblico dopo la strage di Capaci, acuite dopo l’attentato di Via D’Amelio. Divergenze e spaccature che solo una guida autorevole ed indiscussa potrebbe sanare”. La lettera chiama poi in causa “i vertici politico-istituzionali sempre pronti a coprire responsabilità ed inefficienze, ad illudere la pubblica opinione con leggi-manifesto e solenni dichiarazioni d’intenti sistematicamente disattese.” [134]

 

Alle ore 15 il ministero dell´interno dirama una nota in cui si afferma che il  ministro dell' Interno "ha dato incarico al capo della Polizia, Vincenzo Parisi, di individuare la responsabilita' di chi non e' stato in grado, ieri a Palermo, di impedire che prevedibili atti di intemperanza della folla coinvolgessero anche il capo dello Stato e il governo, e di adottare i conseguenti, necessari provvedimenti" che vengono annuciati verso le 18 con un altro comunicato: "Su proposta del capo della Polizia Parisi, il ministro Mancino ha disposto con decorrenza immediata la nomina del questore di Salerno, Matteo Cinque, a questore di Palermo e il trasferimento dell'ex questore di Palermo, Vito Plantone, all' ufficio centrale ispettivo a Roma, al dipartimento di Pubblica Sicurezza del Viminale". Il questore Plantone riceve la solidarietá dei funzionari della squadra mobile di Palermo: "Non potremo mai dimenticare l' affetto, la serenita' e la forza che ci ha saputo trasmettere nei momenti piu' difficili”. [135]

La decisione del ministro Mancino di rimuovere il questore Plantone arriva dopo una riunione del ministro con il capo della polizia Parisi sul quale il giorno precedente erano girate insistentemente voci di dimissioni alle quali Parisi aveva cosí replicato: "Sono evidentemente una persona scomoda perche' lavoro bene e perche' do il mio contributo serio alla lotta al crimine... Non sono l'uomo della resa. Tutti gli atti recessivi e di abbandono dei posti, di ritiro dal campo sono una soddisfazione in piu' per la mafia. In ogni caso saro' sempre pronto ad andarmene". Il capo della Polizia aveva anche dato la sua versione degli incidenti alla cattedrale di Palermo il giorno precedente: gli autori della contestazione "non erano agenti di polizia. Contrariamente a quanto si dice, il capo dello Stato e il capo del governo non hanno ricevuto contestazioni. Molti erano agitati, alcuni sobillati e certamente manovrati perche' vi fosse una delegittimazione dell'autorita', soprattutto di quella del capo della Polizia". La stessa versione degli eventi é stata fornita dal questore Plantone: "L' intera cerimonia si e' svolta senza alcuna turbativa... non vi e' stato alcun segno di contestazione neppur minima ma soltanto segni di comprensibile commozione... nessuna protesta verso il capo dello Stato ne' verso il presidente del Consiglio... molti erano agitati, alcuni sobillati e in qualche modo manovrati... da certi infiltrati". [136]

Al termine dell´incontro tra il ministro degli interni Mancino ed il prefetto Parisi viene emesso un comunicato in cui si spiega che il responsabile del Viminale, d'intesa col presidente del Consiglio, "ha espresso al capo della Polizia, prefetto Parisi, la piena fiducia del governo e lo ha invitato a continuare nell'esercizio delle sue alte funzioni". E si da' anche una notizia: "Negli ultimi giorni e martedi' sera al rientro da Palermo, il prefetto Parisi aveva messo a disposizione del ministro dell'Interno e del governo il suo incarico". Si specifica dunque che il capo della polizia Parisi non aveva mai dato le sue dimissioni ma solo “messo a disposizione” il suo incarico.[137]

 

Il quotidiano Il Popolo esprime piena solidarietà a Vincenzo Parisi, uomo coraggioso ed avveduto.

 

Anche la poltrona del prefetto di Palermo Mario Jovine appare alquanto traballante. Jovine preferisce non parlare con i giornalisti ma li chiama in causa indirettamente con un messaggio della sua segretaria: "Parlera' solo se lo dimettono da Roma. E, state tranquilli, in quel caso a cercarvi sara' lui in persona". [138]

 

Giammanco rifiuta di incontrare i giornalisti che lo attendono da ore nell’anticamera della procura. Invia come sostituto l’aggiunto Aliquò che legge un breve comunicato in cui il procuratore conferma di voler restare al suo posto. Poco dopo Giammanco si allontana utilizzando un’uscita secondaria del Palazzo di Giustizia.

 

Il presidente del consiglio Giuliano Amato ed il ministro della giustizia Claudio Martelli criticano pesantemente alcuni servizi giornalistici che hanno diffuso immagini del carcere di Pianosa. Il ministro Martelli entra in polemica in particolare con il TG1 diretto da Bruno Vespa che lunedi´ 20 luglio aveva diffuso in prima serata alcune immagini del carcere di Pianosa ripreso da un elicottero dei carabinieri. Martelli invia una lettera di protesta al comandante generale dell´arma dei carabinieri Antonino Viesti ed il dipartimento dell´amministrazione penitenziaria avvia un´indagine “volta ad accertare le eventuali responsabilitá di dipendenti i quali hanno consentito senza autorizzazione l´accesso all´isola ed al penitenziario di alcuni giornalisti”.[139]

 

Frino Restivo, avvocato palermitano e presidente uscente della camera dei penalisti italiani, rilascia un´intervista al Corriere della Sera in cui critica pesantemente i provvedimenti antimafia del governo: "Come i nazisti con gli ebrei. Per carita' , so bene quanto profonde siano le differenze. Ma l'idea di quel marchio che le nuove norme vorrebbero apporre su chi viene indagato per reati ipoteticamente collegati alla mafia recupera i principi dei nazisti. Insomma: non puoi appiccicare un'etichetta precostituita prima ancora di cominciare un'indagine. Senno' stravolgi tutte le regole. E quando cominciano a saltare le regole e' in pericolo la stessa democrazia". Restivo, giá legale di fiducia di una trentina di imputati del maxi-processo tra cui Francesco Madonia, critica il fatto che il processo penale per imputati di reati di stampo mafioso venga avviato con regole diverse da quelle per imputati di altri reati: “Qui sono in gioco alcuni principi vitali. Martelli ci dice: va bene, prendiamo in considerazione le vostre obiezioni, le nuove norme sono valide solo per i mafiosi. No, no. Non puoi stabilire a priori, se uno e' mafioso o no. Non puoi mettergli il marchio preventivo". “E' stato gia' fatto con i terroristi” osserva il cronista del Corriere. "Si' – ribatte Restivo - ma era una situazione diversa. Erano loro che si dichiaravano tali. Qui nessuno si dichiara mafioso. E allora, su quali basi puoi decidere di applicare con lui delle regole diverse? Perche' e' siciliano? Qui si vorrebbe instaurare un sistema in cui l' inchiesta su un individuo denunciato per un reato di stampo mafioso viene condotta con regole diverse prima ancora che sia stabilito se quell' individuo e' mafioso o no. E' un'idea perversa, che viola l' articolo 27 della costituzione sulla presunzione di innocenza". Restivo non approva l´ampliamento dei poteri di polizia giudiziaria previsto dal provvedimento del governo: “Io dico: dateci pure un pubblico ministero sceriffo, e dategli tutto il potere di cui ha bisogno. Ma sotto il controllo di un giudice che sia davvero estraneo, separato, imparziale. Che vigili sul rispetto delle regole". “Magari, se giudici come Carnevale..” - commenta il cronista. "Lasci stare Carnevale. Lo hanno crocefisso. E invece lui ha solo onorato la magistratura applicando la legge" – ribatte Restivo. “Ma lei crede davvero che sarebbe possibile battere la mafia con le regole che sono in vigore oggi?" - chiede infine il giornalista. “Si'. Certo che si potrebbe. Tutto sta nel capire se vogliono davvero batterla"- chiude Restivo.[140]

 

Pablo Escobar, uno dei piu´ importanti boss del traffico di droga a livello mondiale e recluso nel carcere colombiano di Envigado (20 chilometri a sudest di Medellin), evade dal penitenziario. Il superboss della droga, che per ordine del presidente Gaviria doveva essere trasferito in un'installazione militare, si era asserragliato in un tunnel all'interno del carcere "di massima sicurezza" assieme al fratello Roberto e ad altri 13 detenuti che dovevano essere trasferiti con lui. Escobar e i suoi complici nella notte di martedi' si erano impadroniti delle armi dei loro guardiani e avevano preso in ostaggio il viceministro della Giustizia Eduardo Mendoza e il direttore della prigione, colonnello Hernando Navas Rubio, che erano andati a sovrintendere all'operazione di trasferimento. I due ostaggi erano stati liberati ieri grazie all'intervento di forze speciali dell'esercito. Nell'attacco notturno due persone sono morte e quattro sono rimaste ferite. L'esercito, su richiesta del ministero della Giustizia, aveva assunto la sorveglianza della prigione. La prigione di Envigado, situata in una regione montuosa del dipartimento di Antioquia, e' una vecchia fattoria usata in passato dai narcotrafficanti. L'anno scorso, quando accetto' di consegnarsi alla giustizia insieme a 14 dei suoi uomini, Escobar pose come condizione di non venir trasferito altrove. E dal carcere aveva continuato a dirigere i suoi traffici: comunicava liberamente con l'esterno e riceveva visite dei suoi uomini, noti pregiudicati.[141]

 

A Palermo un gruppo di donne comincia un digiuno di protesta e rivolge un appello al Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro in cui si chiedono le dimissioni del procuratore Giammanco, del prefetto Jovine e dell'alto commissario antimafia Finocchiaro.[142]

 

 

Giovedí 23 luglio 1992

 

Fiammetta Borsellino atterra nella notte all´aereoporto di Francoforte di ritorno da Giakarta in Indonesia. Poi si imbarca su un aereo messo a disposizione dalla presidenza del consiglio e rientra a Palermo alle cinque di mattina.

 

Paolo Alfano, pericoloso latitante affiliato a Cosa Nostra, riesce a fuggire mentre scatta un blitz per catturarlo a Palermo. Non si nascondeva lontano dalla Sicilia: si trovava con i genitori, la moglie e il figlio nella sua casa, una villetta sul litorale palermitano. Il blitz della polizia scatta dopo una segnalazione anonima ma quando gli uomini del capo della mobile Arnaldo La Barbera fanno irruzione nello stabile il latitante si é giá dato alla fuga.[143]

 

Il Secolo XIX dá notizia dell´informativa del Ros dei carabinieri di Milano del 16 luglio 1992 in cui si affermava che Paolo Borsellino ed Antonio di Pietro potevano essere gli obiettivi di un attentato. Curiosamente la notizia su queste minacce filtra sulla stampa in un modo alquanto strano: viene infatti pubblicata sul Secolo XIX insieme ad altre due notizie false: un presunto incontro di Falcone e Di Pietro prima della strage di Capaci (incontro subito smentito dallo stesso Di Pietro e dal Procuratore Borrelli) ed alcune indiscrezioni sulla possibile collaborazione del boss Tanino Fidanzati. Anche questa notizia si rileverà un falso, mentre il rapporto dei ROS verrà confermato.

 

Il Corriere della Sera dá la notizia che gli investigatori che stanno lavorando sulla strage di Via D´Amelio hanno potuto identificare l´autobomba utilizzata per il delitto grazie ad un frammento di lamiera recante il numero di telaio: si tratta di una Fiat 126 il cui furto sarebbe stato denunciato una decina di giorni addietro. Inoltre il quotidiano riporta che la valigietta in pelle marrone di Paolo Borsellino é stata trovata pressoché intatta sul divano posteriore della “Croma” blindata. All´interno sarebbero stati trovati vari documenti con l´intestazione “Procura di Palermo”, una agenda telefonica ed un pro-memoria su di un siciliano arrestato a Mannheim, in Germania, che Borsellino aveva gia' ascoltato qualche settimana addietro.[144]

 

L´Osservatore Romano pubblica un´intervista di Massimo Carrara a Manfredi, figlio di Paolo Borsellino, che verrá rilanciata dal Corriere della Sera il giorno successivo. Nell´articolo de L´Osservatore l´autore dell´intervista afferma che il magistrato era vicino all´individuazione degli assassini di Giovanni Falcone: "Ad alcuni amici aveva confidato (Paolo Borsellino, ndr), pochi giorni prima di cadere nell'agguato di via d'Amelio: "Se Dio mi aiuta, forse non sono lontano dagli assassini di Giovanni". Manfredi Borsellino parla di "morte annunciata”. Dice infatti al giornalista de L´Osservatore: "Del resto, la morte di mio padre e' stata forse quella piu' annunciata. Era nel mirino, molto esposto. Troppe interviste, troppe chiacchiere sulla sua ipotetica successione a Falcone come candidato alla Superprocura... Negli ultimi tempi  sembra che mio padre fosse costretto a esporsi ancor piu' di quanto non facesse prima. Troppa pubblicita' per lui che, piuttosto schivo, avrebbe voluto far parlare solo i fatti". Manfredi si sofferma poi sulla profonda fede cristiana che il padre ha trasmesso alla famiglia: "Forse lei si stupira' nel vederci cosi' apparentemente calmi ma noi siamo cristiani e sappiamo bene che la morte e' soltanto un passaggio della nostra esistenza. E questa convinzione che ci ha dato e ci da' la forza di affrontare il vuoto della disperazione. Mio padre e' caduto per i valori in cui credeva fermamente, e che ci ha trasmesso. Se sei coerente con la tua fede, la morte per gli ideali che professi non puo' che essere un ritorno alla vita... L' unica cosa sicura e' che mio padre e' in Paradiso. Io non spero, sono certo della giustizia divina... Quanto alla giustizia terrena, non ci saranno persone uguali a Paolo Borsellino. Pero' mi auguro che ve ne siano di simili". E a proposito di funerali, dice Manfredi: "Il giorno di Falcone papa' rimase profondamente scosso dal chiasso, dalle urla, dall'atmosfera nella quale si celebrava un rito per dei defunti. Mio padre dovra' essere sepolto con la dignita' e la serenita' che lui ha sempre avuto e che ci ha insegnato". Chi era Paolo Borsellino per il suo Manfredi? "Oltre a una grande umanita' , aveva la capacita' di immedesimarsi nell' interlocutore, anche di un mafioso, riusciva a capire, a interpretare, a comunicare. Aveva il polso della Sicilia, conosceva per esperienza diretta le situazioni locali... Mio padre e' stato per noi una persona meravigliosa, un uomo sano, splendido e squisito, in famiglia e ovunque". [145]

 

Il procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco si mette in malattia e non si presenta in ufficio. Il magistrato sarebbe affetto da coliche ed attacchi di ulcera.[146]

 

Il Csm avvia un' indagine conoscitiva affidata al "gruppo di lavoro per i provvedimenti di competenza del Csm sulle regioni ad alto tasso di criminalita' organizzata", cioe' il vecchio comitato antimafia, per cercare di fare chiarezza sulla situazione degli uffici giudiziari palermitani. Entro il 4 agosto, l'organismo dovra' riferire le sue conclusioni alla prima commissione che valutera' se aprire o meno un'inchiesta vera e propria. Ad uno ad uno, dal Procuratore generale della Corte d'appello Bruno Siclari, al Procuratore capo Pietro Giammanco fino ai sostituti, tutti saranno ascoltati a Palazzo dei Merescialli tra martedì e giovedì della prossima settimana. C'e' un esposto che formalmente motiva l'apertura dell'indagine, una paginetta di resoconto, inviato al comitato di presidenza del Csm, il 3 luglio scorso, dal consigliere "verde" Antonio Condorelli. In allegato, le fotocopie di due articoli di giornale con stralci dei diari del magistrato assassinato a Capaci. Falcone spiegava perche' aveva abbandonato Palermo: per i contrasti con il Procuratore Giammanco di cui era il vice.[147]

 

Al senato inizia in mattinata la discussione sul decreto antimafia sul quale il governo ha deciso di chiedere la fiducia. In aula interviene il ministro di grazia e giustizia Claudio Martelli: "Cattureremo i latitanti, processeremo mandanti ed esecutori, smaschereremo i complici, puniremo i collusi e i corrotti, proteggeremo i testimoni, premieremo i pentiti e manterremo gli irriducibili in carceri dure e afflittive senza sconti, senza attenuazioni di pena. Sequestremo le ricchezze dei mafiosi, scopriremo i loro conti cifrati e i santuari del riciclaggio, spegneremo le aspettative di potere, di ricchezza, di impunita violenza”... lo Stato "non lascera' altra speranza che la diserzione, la fuga, la resa dell'esercito mafioso per tutto il tempo necessario finche' non si inginocchiera´, non confessera' i suoi delitti e non chiedera' perdono alle sue vittime... chiediamo a Palermo e alla Sicilia di stringersi intorno ai suoi eroi e ai suoi martiri, ai poveri agenti massacrati, ai giudici Falcone e Borsellino, al loro esempio, alla prova del loro coraggio. Chiediamo di scuotere inerzia e incuria dei pubblici poteri, di scuotere lo Stato, ma soprattutto di ribellarsi al cancro che e' dentro la loro societa', di non farsi intimidire e prostituire dalla paura e anche nella paura di chiamare lo Stato, di farsi aiutare e proteggere, di dire, di gridare il nome e il cognome di chi ricatta, di chi minaccia, di chi uccide, di chi corrompe, di chi traffica... La vita pubblica non e' fatta di scatti di carriera, di sinecure, di privilegi, di immobili garanzie, la vita e la responsabilita' pubblica esigono qualcosa di piu' della responsabilita' individuale cui e' tenuto il cittadino. Il funzionario pubblico, il servitore dello Stato e' responsabile verso la gente e della gente, responsabile delle liberta' e della sicurezza di tutti". Successivamente interviene in aula iil ministro degli interni Nicola Mancino che sembra voler rispondere a Martelli: "Non generalizziamo pero' le accuse coinvolgendo tutti, ministri da poco in carica e gia' patentati di incapacita', governo nella sua collegialita', capo della polizia e via via tutti i vertici dell'ordine pubblico: cosi' comportandoci, faremo solo il gioco della mafia, oggi piu' che mai attenta a dividere, ad approfondire il solco fra i poteri statali".

Sempre in giornata il governo boccia, per le violente reazioni critiche da esso suscitate, un emendamento al decreto antimafia che era stato proposto dal senatore Psi Franco Castiglione e approvato in mattinata dalla commissione Giustizia del Senato: esso mirava a punire severamente (con pene fino a tre anni di reclusione) la violazione del segreto istruttorio mediante la pubblicazione di notizie relative a procedimenti e inchieste.[148]

 

 

Venerdì 24 luglio 1992

 

Si svolgono in forma privata i funerali di Paolo Borsellino presso la chiesa di Santa Maria di Marillac a Palermo. Gli unici rappresentanti delle Istituzioni ai quali la famiglia estende l´invito a partecipare alla funzione sono il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, il ministro della giustizia Claudio Martelli, il capo della polizia Vincenzo Parisi ed il segretario del Msi Gianfranco Fini. Il funerale si chiude con la preghiera laica di Antonino Caponnetto:

 

Queste sono le parole di un vecchio ex magistrato che e' venuto nello spazio di due mesi due volte a Palermo con il cuore a pezzi a portare l'ultimo saluto ai suoi figli, fratelli e amici con i quali ho diviso anni di lavoro di sacrificio di gioia, anche di amarezza. Soltanto poche parole per un ricordo, per un doveroso atto di contrizione che poi vi diro' e per una preghiera laica ma fervente.

Il ricordo e' per l'amico Paolo, per la sua generosita', per la sua umanita', per il coraggio con cui ha affrontato la vita e con cui e' andato incontro alla morte annunciata, per la sua radicata fede cattolica, per il suo amore immenso portato alla famiglia e agli amici tutti. Era un dono naturale che Paolo aveva, di spargere attorno a se' amore. Mi ricordo ancora il suo appassionato e incessante lavoro, divenuto frenetico negli ultimi tempi, quasi che egli sentisse incombere la fine.

Ognuno di noi e non solo lo Stato gli e' debitore; ad ognuno di noi egli ha donato qualcosa di prezioso e di raro che tutti conserveremo in fondo al cuore, e a me in particolare mancheranno terribilmente quelle sue telefonate che invariabilmente concludeva con le parole: "Ti voglio bene Antonio" ed io replicavo "Anche io ti voglio bene Paolo".

C'e' un altro peso che ancora mi opprime ed e' il rimorso per quell'attimo di sconforto e di debolezza da cui sono stato colto dopo avere posato l'ultimo bacio sul viso ormai gelido, ma ancora sereno, di Paolo. Nessuno di noi, e io meno di chiunque altro, puo' dire che ormai tutto e' finito.

Pensavo in quel momento di desistere dalla lotta contro la delinquenza mafiosa, mi sembrava che con la morte dell'amico fraterno tutto fosse finito. Ma in un momento simile, in un momento come questo coltivare un pensiero del genere, e me ne sono subito convinto, equivale a tradire la memoria di Paolo come pure quella di Giovanni e di Francesca.

In questi pochi giorni di dolore trascorsi a Palermo che io vi confesso non vorrei lasciare piu', ho sentito in gran parte della popolazione la voglia di liberarsi da questa barbara e sanguinosa oppressione che ne cancella i diritti piu' elementari e ne vanifica la speranza di rinascita. E da qui nasce la mia preghiera dicevo laica ma fervente e la rivolgo a te, presidente, che da tanto tempo mi onori della tua amicizia, che e' stata sempre ricambiata con ammirazione infinita. La gente di Palermo e dell'intera Sicilia, ti ama presidente, ti rispetta, e soprattutto ha fiducia nella tua saggezza e nella tua fermezza. Paolo e' morto servendo lo Stato in cui credeva cosi' come prima di lui Giovanni e Francesca. Ma ora questo stesso Stato che essi hanno servito fino al sacrificio, deve dimostrare di essere veramente presente in tutte le sue articolazioni, sia con la sua forza sia con i suoi servizi. E' giunto il tempo, mi sembra, delle grandi decisioni e delle scelte di fondo, non e' piu' l'ora delle collusioni degli attendismi dei compromessi e delle furberie, e dovranno essere, presidente, dovranno essere uomini credibili, onesti, dai politici ai magistrati, a gestire con le tue illuminate direttive questa fase necessaria di rinascita morale: e' questo a mio avviso il primo e fondamentale problema preliminare ad una vera e decisa lotta alla barbarie mafiosa. Io ho apprezzato le tue parole, noi tutti le abbiamo apprezzate, le tue parole molto ferme al Csm dove hai parlato di una nuova rinascita che e' quella che noi tutti aspettiamo, e laddove anche con la fermezza che ti conosco hai giustamente condannato, censurato, quegli errori che hanno condotto martedi' pomeriggio a disordini che altrimenti non sarebbero accaduti perche' nessuno voleva che accadessero.

Solo cosi' attraverso questa rigenerazione collettiva, questa rinascita morale, non resteranno inutili i sacrifici di Giovanni, di Francesca, di Paolo e di otto agenti di servizio. Anche a quegli agenti che hanno seguito i loro protetti fino alla morte va il nostro pensiero, la nostra riconoscenza, il nostro tributo di ammirazione. Tra i tanti fiori che ho visto in questi giorni lasciati da persone che spesso non firmavano nemmeno il biglietto come e' stato in questo caso, ho visto un bellissimo lilium, splendido fiore il lilium, e sotto c'erano queste poche parole senza firma: "Un solo grande fiore per un solo grande uomo solo". Mi ha colpito, presidente, questa frase che mi e' rimasta nel cuore e credo che mi rimarra' per sempre.

Ma io vorrei dire a questo grande uomo, diletto amico, che non e' solo, che accanto a lui batte il cuore di tutta Palermo, batte il cuore dei familiari, degli amici, di tutta la Nazione. Caro Paolo, la lotta che hai sostenuto fino al sacrificio dovra' diventare e diventera' la lotta di ciascuno di noi, questa e' una promessa che ti faccio solenne come un giuramento.[149]

 

Il senato approva definitivamente il testo del decreto antimafia presentato dal governo. Il testo del provvedimento, modificato, e' approvato con 163 voti favorevoli e 106 contrari. Sul piano politico va registrato il "si" del Pri, che rimarca, pero', come il consenso sia al provvedimento e non al governo. I parlamentari del Pds, invece, non se la sono sentita di votare "si" con la sola eccezione del senatore Greco. Ecco i punti salienti:

 

1) TEMPI DELLE INDAGINI. Quando si procede per i piu' gravi delitti di criminalita' organizzata (ma anche per alcuni gravi delitti comuni) il termine normale delle indagini e' aumentato ad un anno, e la durata complessiva delle stesse puo' estendersi sino a due anni in forza di successive proroghe, che nel caso dei delitti di mafia vengono autorizzate dal giudice senza contraddittorio. In tali procedimenti, inoltre, non opera la sospensione feriale dei termini relativi alle indagini preliminari.

2) INTERCETTAZIONI AMBIENTALI. Sempre nei procedimenti di criminalita' organizzata le intercettazioni domiciliari di dialoghi tra persone presenti sono ammesse anche al di fuori della flagranza della attivita' delittuosa, e le medesime intercettazioni possono essere altresi' disposte al solo scopo di agevolare le ricerche dei latitanti, quando si tratti di delitti di mafia.

3) ARRESTI E PERQUISIZIONI. E' stabilito l'obbligo dell'arresto in flagranza in tutte le ipotesi di associazione di tipo mafioso (con notevoli riflessi anche sulle regole di utilizzabilita' delle intercettazioni telefoniche), ed e' stato inoltre ripristinato il potere degli organi di polizia di procedere a perquisizioni di interi edifici o blocchi di edifici, quando si tratti di sequestrarvi armi od esplosivi, ovvero di ricercarvi latitanti od evasi in relazione a delitti di mafia.

4) INFILTRAZIONI DI POLIZIA. Al fine di favorire la possibilita' di infiltrazioni nelle organizzazioni criminali, e' esclusa la punibilita' degli ufficiali di polizia che, per esigenze investigative, si intromettano in attivita' di ricettazione di armi, di riciclaggio ovvero di reimpiego di denaro o di altri beni di provenienza illecita, ed in ipotesi del genere e' previsto il differimento dei provvedimenti di sequestro fino alla conclusione delle indagini.

5) PROVE DI ALTRI PROCEDIMENTI. E' di regola consentita l'acquisizione delle prove (oltreche' delle sentenze irrevocabili) provenienti da altri procedimenti, salvo il diritto delle parti di ottenere una nuova assunzione della stessa prova, se utili e rilevanti; ma nei procedimenti per delitti di mafia il nuovo esame dei testimoni o dei coimputati "pentiti" e' ammesso solo quando sia ritenuto dal giudice "assolutamente necessario". Lo scopo e' quello di evitare il pericolo della intimidazione o, comunque, della usura di tali fonti di prova, come era stato ripetutamente sottolineato anche da Giovanni Falcone e da Paolo Borsellino.

6) DICHIARAZIONI RESE AL PM. Le dichiarazioni rese dai testimoni alla polizia o al Pubblico ministero, ma non confermate in dibattimento, nemmeno a seguito di contestazioni, possono valere come prova soltanto se corroborate da altri elementi probatori di riscontro. Esse, invece, acquistano di per se' valore di prova piena quando il giudice (come accade spesso nei processi di criminalita' organizzata) si convinca che il testimone e' stato successivamente intimidito con violenze o minacce, o che altre analoghe situazioni ne hanno compromesso la genuinita'.

7) ESAMI A DISTANZA. Quando occorra esaminare dei collaboratori della giustizia sottoposti a misure di protezione, in apporto ai processi per i piu' gravi delitti, e' previsto che la loro audizione dibattimentale possa svolgersi a distanza, nei luoghi dove si trovano, a mezzo di collegamento audiovisivo. E lo stesso vale anche per le persone gia' esaminate in altri procedimenti, allorche' ne sia stato disposto un nuovo esame.[150]

 

Il governo dá il via all’operazione Vespri Siciliani con la quale 7000 militari dell’esercito sbarcano in Sicilia per proteggere obiettivi a rischio ed alleggerire le forze dell’ordine dai controlli di routine. I soldati saranno scelti tra corpi specializzati come la "Folgore", la "Friuli" e la "Aosta", ma soprattutto saranno dotati delle prerogative di agenti di pubblica sicurezza. I militari, in sostanza, non potranno compiere indagini. Sara', invece, confermato e rafforzato, cosi' come da tempo proposto dal ministro della difesa, Salvo' Ando, il compito di affiancare le forze dell'ordine nel controllo del territorio.[151]

Il Corriere della Sera rilancia la notizia data dal Secolo XIX il giorno precedente su un´informativa del 16 luglio 1992 del Ros dei carabinieri di Milano su un possibile attentato ai danni di Paolo Borsellino e Antonio di Pietro ed aggiunge alcuni particolari:

 

Borsellino e Di Pietro: due giudici diversi, due strategie diverse. Due strade che, alla fine, potevano confluire su un solo obiettivo: Cosa Nostra. Dopo la morte di Falcone, Paolo Borsellino era l'ultima memoria storica dell'antimafia: e, che andasse o no alla Superprocura, restava uno degli avversari principali dell'onorata societa'. Antonio Di Pietro, invece, e' partito dalla corruzione, dagli affari fra politici e imprenditori. Poi, pero', potrebbe aver toccato una parte del sistema molto vicina agli interessi mafiosi. Forse era arrivato agli investimenti al Nord del denaro sporco di droga e di sangue. Due nemici, insomma. E Cosa Nostra ha deciso di eliminarli entrambi. Cosi' dice un'informativa dei carabinieri del Ros (Raggruppamento operativo speciale) di Milano. Un'informativa datata 16 luglio e fondata su indiscrezioni raccolte nel mondo della malavita comune. Quanto siano attendibili queste indiscrezioni, nessuno puo' dirlo. Ma sta di fatto che tre giorni dopo, il 19 luglio, Borsellino e' stato massacrato insieme con la sua scorta. E il documento che il Ros aveva prontamente inviato alle Procure di Palermo e di Milano e' diventato terribilmente credibile. Anche Di Pietro, dunque, e' nel mirino della mafia? L' informativa dei carabinieri e' stata tirata fuori ieri da un cronista del quotidiano genovese Il Secolo XIX, Manlio Di Salvo, e il procuratore capo di Milano Francesco Saverio Borrelli non ha smentito lo scoop, di fatto confermandolo. L'informativa dunque c'e', anche se Borrelli ha voluto contestare alcune interpretazioni del Secolo XIX. L'informativa c'e' e racconta, in quattro paginette, che Borsellino e Di Pietro stanno arrivando entrambi, sia pure per strade diverse, all'alta mafia. Il giudice milanese sarebbe sul punto di svelare i rapporti fra alcuni politici e Cosa Nostra al Nord. Si parla di un'azienda gestita a Milano da giovani siciliani imparentati con Toto' Riina. E di un politico, sia pure di basso profilo, legato pero' a un big. Si accenna anche alla famiglia Fidanzati. Nomi grossi. Toto' Riina, latitante da un paio di decenni, e' uno dei due luogotenenti storici di Luciano Liggio. L'altro e' Bernardo Provenzano, anche lui latitante, anche lui - come Riina - di Corleone. Secondo tutti i grandi pentiti - Antonino Calderone, Salvatore Contorno, Francesco Marino Mannoia, Tommaso Buscetta - Riina e Provenzano sono i veri reggenti di Cosa Nostra dall'inizio degli anni Ottanta. Dopo lo sterminio dei clan Inzerillo e Bontade, i due luogotenenti di Liggio hanno trasformato in dittatura il governo della Cupola, che fino ad allora era stato contrassegnato - se si puo' usare un termine del genere - da una certa democrazia: nel senso che ogni "famiglia" aveva un suo rappresentante in grado di partecipare alle grandi decisioni. All'inizio degli anni Ottanta si verifica un fatto unico nella storia di Cosa Nostra: una famiglia e' presente nella Cupola con ben due rappresentanti, che sono appunto Riina e Provenzano. Anche Fidanzati e' un marchio doc. Il capofamiglia, Gaetano Fidanzati, e' stato il boss dell' Arenella di Palermo, la zona sotto la cui "giurisdizione" cade anche l'Addaura, dove Cosa Nostra organizzo' nell' 89 il primo attentato contro Falcone. Don Tanino, condannato a tre anni di reclusione in Argentina e a dodici al maxi-processo di Palermo, era detenuto a Buenos Aires fino a poco tempo fa. Quattro giorni dopo la morte di Falcone ha firmato una rinuncia al ricorso contro l'estradizione: in pratica, ha accettato la galera pur di tornare in Italia. Perche'? Qualcuno ha ipotizzato un suo pentimento. Ma sembra fuori strada. Nei giorni scorsi Fidanzati e' venuto in Italia per testimoniare al processo "Fior di loto", una storia di narcotraffico e riciclaggio: ma ai giudici ha offerto solo una serie di "non so" e "non ricordo". E alla fine dell'udienza si e' lamentato per lo strettissimo isolamento in cui e' stato tenuto: sperava di poter comunicare con amici e parenti. Cosa c'entri il clan Fidanzati nella storia del possibile attentato a Di Pietro non e' ben chiaro. Ma nell'informativa si fa riferimento alla scoperta, nel giugno scorso, in provincia di Bergamo, di una raffineria di cocaina gestita proprio dai Fidanzati. Un'inchiesta in cui Di Pietro non e' intervenuto. Ma puo' darsi che il giudice anti-tangenti si sia imbattuto in qualche collegamento. Dall'informativa non si capisce chi, all'interno di Cosa Nostra, avrebbe deciso la morte di Di Pietro. Sembra difficile attribuire la paternita' della condanna al clan Fidanzati, che in questo momento si trova, praticamente al completo, in galera. Il procuratore Borrelli ha fatto girare nel pomeriggio un comunicato con cui non smentisce l'esistenza dell'informativa e i timori per Di Pietro, ma nega due particolari di scarso rilievo ("Di Pietro non ha incontrato Falcone e non ha mai indagato su Fidanzati") e assicura che non c'e' "alcun legame tra l' inchiesta in corso e fatti di mafia". Ma lunedi' proprio Borrelli, parlando della strage di Palermo, aveva detto che "l'azione intrapresa dalla magistratura a Milano, attraverso la purificazione e la pulizia nella pubblica amministrazione, puo' minacciare molto da vicino il mondo dell'affarismo mafioso". La tensione, a palazzo, e' palpabile. Lo stesso comunicato di Borrelli ha avuto un parto travagliato: Di Pietro ne aveva preparato un altro, che il procuratore capo ha bocciato. Cosa voleva far sapere il giudice anti-tangenti? Il clima e' pesante. I magistrati cercano una talpa perche' temono che da palazzo escano notizie che scottano: informazioni sugli arresti da eseguire o sui movimenti dei giudici? Si e' partiti da una mazzetta da sette milioni, ora siamo al tritolo.[152]

 

Dopo che la stampa ha dato notizia del rapporto riservato, interviene da Roma il colonnello Subranni, comandante dei Ros, per spiegare che per quel che riguarda il PM Antonio Di Pietro l'informativa "non e' considerata allarmante". In un comunicato diffuso attraverso l'agenzia Ansa, i vertici del reparto speciale dell'Arma fanno sapere: "Le notizie raccolte non da un pentito, come alcuni giornali hanno riportato, ma da un informatore, a Milano, erano estremamente generiche. Non si indicava ne' come, ne' dove, ne' quando gli attentati avrebbero potuto essere fatti. Per quel che riguarda la minaccia al giudice milanese, l'informatore riferiva, piu' che fatti, un'analisi in base alla quale l'inchiesta sulle tangenti rappresentava un danno per gli interessi di Cosa Nostra, poiche' ha indotto un rallentamento in determinate attivita' economiche. Sulla base di informazioni di quel tipo non sono possibili altre precauzioni che non verificare l'adeguatezza della protezione fornita a persone che, nel caso dei due giudici, erano considerate anche prima in pericolo".[153]

 

Sempre il Corriere della Sera rilancia una notizia data dal quotidiano svizzero Le Matin secondo cui il magistrato elevetico Carla Del Ponte sarebbe stato oggetto di pesanti minacce da parte di Cosa Nostra:

 

Anche Carla Dal Ponte, procuratrice del Canton Ticino, e' nel mirino. Ma non per la vicenda delle tangenti, nella quale collabora con Di Pietro. La giudice sarebbe stata minacciata da Cosa Nostra. Lo rivela il quotidiano svizzero "Le Matin", secondo il quale le minacce proverrebbero dal clan Madonia, che controlla il traffico di droga colombiana in Europa. Le minacce sarebbero collegate all'indagine che la Dal Ponte sta svolgendo su Giuseppe Lottusi, il cassiere della mafia e del cartello di Medellin. Secondo il giornale, Lottusi, attualmente detenuto a Milano, controllava a Chiasso, nel Canton Ticino, la societa' Fimo per riciclare il denaro sporco proveniente da Palermo. Il punto debole della mafia sarebbe infatti proprio il riciclaggio e, secondo il quotidiano svizzero, la voce che Lottusi avrebbe confessato ha seminato il panico nelle file di Cosa Nostra. E questo, aggiunge "Le Matin", giustifica il timore di Carla Dal Ponte di recarsi in Italia. Le minacce sono state confermate dal procuratore generale Piergiorgio Mordasini che ha dichiarato: "Le intimidazioni non ci fermeranno".[154]

 

Ancora il Corriere della Sera rilancia alcune dichiarazioni rilasciate da Manfredi Borsellino al quotidiano La Stampa in merito a fughe di notizie riguardanti l´attivita´ investigativa del padre, Paolo Borsellino: troppa gente sapeva, e scriveva quello che non doveva sapere o scrivere, "chi le ha date queste notizie ai giornali, come sono uscite? Chi e' stato?" [155]

 

Vito Ciacimino si mostra in serata a passeggio per le vie del centro di Roma: in un impeccabile vestito blu, accompagnato da una signora di circa quarant' anni, dopo una breve passeggiata nell'affollata piazza Navona, Vito Ciancimino qualche minuto dopo la mezzanotte ha deciso di concedersi un gelato. Pensava di passare inosservato. Ma quando ha raggiunto uno dei bar che si affacciano sulla Piazza e' stato riconosciuto. Qualche minuto di sorpresa e di imbarazzo. Poi, da un tavolo all'altro, e' corso l'interrogativo: "Ma come, e' libero?". Prima un borbottio generale, poi frasi di insofferenza e battute ad alta voce. Infine, da un tavolo affollato di giovani, si e' levata una scandalizzata protesta, seguita dall´immediato abbandono del tavolo. Don Vito, imperturbabile, ha ordinato la consumazione, senza dar peso a quello che succedeva attorno a lui. Cosi' vuole la legge. L' ex sindaco di Palermo e' in attesa del giudizio della Cassazione. [156]

 

Ignazio Sanna, 37 anni, metronotte dell'istituto privato di vigilanza "Citta' di Palermo", viene arrestato per favoreggiamento. Sarebbe caduto in numerose contraddizioni, mostrandosi reticente sulle "sequenze" dell'eccidio di via D´Amelio. Attraverso le telecamere a circuito chiuso Sanna avrebbe potuto osservare gli artificieri della mafia al lavoro. Uno degli occhi elettronici che controllano l'esterno e' infatti puntato su via d'Amelio. Ma non basta: un testimone ha raccontato di aver visto, subito dopo l'esplosione, un uomo con una pistola in mano che fuggiva proprio davanti allo scivolo posteriore dell'esattoria comunale. Invece il metronotte ha continuato a ripetere di non aver visto nulla. La sua posizione e' ora al vaglio del Gip, che dovra' decidere entro dopodomani se convalidare l'arresto.[157]

 

 

Sabato 25 luglio 1992

Il Corriere della Sera pubblica un´intervista al capo dell´ufficio Istruzione negli anni ottanta, Antonino Caponnetto che dá la notizia della scomparsa dalla borsa di Paolo Borsellino dell´agenda rossa dalla quale il magistrato non si separava mai:

 

Andrea Purgatori (P): “Cosa ne pensa Antonino Caponnetto della decisione degli otto sostituti procuratori che si sono dimessi dalla Direzione antimafia?”

Antonino Caponnetto (C): "Un passo avanti rispetto a quello che pensavo. La sera prima ero andato a cena con una collega: le avevo esposto la situazione in termini ancora piu' preoccupanti. Lo stesso De Francisci, uno di loro, si era confidato parecchie volte piangendo con me. Era distrutto, combattuto, preoccupato. Non sapeva che decisione prendere. E invece stamattina gli ho visto negli occhi che s'era come liberato d'un peso. Proprio non speravo che si coagulasse questo primo gruppo, questo primo nucleo con la voglia di cambiare qualcosa".

P: “La prossima settimana andranno tutti e otto a Roma, per essere ascoltati dal Comitato antimafia del Csm.”

C: Io so che alcuni hanno cose molto delicate da riferire. Lo dicevo stamane anche al presidente Scalfaro. Perche' non ci dimentichiamo che e' anche il presidente del Consiglio superiore della magistratura e questo mi da' un senso di fiducia. Certo, le esperienze passate non inducono all'ottimismo, ma credo che anche all'interno del Consiglio voglia cambiare qualcosa. Spero proprio che il Csm non perda quest'altra occasione storica. Ne ha gia' perse tante...".

P: “Quali per esempio?”

C: "Basta risalire al 20 gennaio 1988. Quella notte in cui per succedermi alla guida dell'Ufficio istruzione fu scelto Meli anziche' Falcone. Quella e' una vera colpa storica".

P: “E poi?”

C: "Quando esaminarono il contrasto tra Meli e Falcone e diedero, come si dice, un colpo al cerchio e uno alla botte. Eludendo le aspettative di Falcone, che era un candido e pensava di vedere il Csm schierato al suo fianco".

P: “Cosa accadde?”

C: "Che dopo quella serie di delusioni, Falcone fini' di lottare. Li' si apri' una pagina all'interno della Procura, che Falcone non ha mai voluto amplificare. Mi disse: "Nino, ci sono stati troppi scandali e questo Palazzo di Giustizia non ne potrebbe sopportare un altro". E fu sempre questo senso di fedelta' alle istituzioni che lo indusse a firmare quella requisitoria diciamo riduttiva nel processo sui delitti eccellenti".

P: “In che senso riduttiva?”

C: "In particolare, lui era contrario a chiudere l'inchiesta sul delitto di Pio La Torre: avrebbe voluto dar piu' spazio alle parti civili ma gli fu negato. Ne prese atto con amarezza. Quando arrivo' la requisitoria sul suo tavolo, senti' che se avesse rifiutato di firmarla il Palazzo di Giustizia non avrebbe mai resistito allo scandalo: dopo la talpa, dopo il corvo... Allora, contro i suoi convincimenti, firmo' una requisitoria che non condivideva. Un atto che a un profano potrebbe sembrare almeno strano e che invece rappresento' il punto piu' alto e sublime della sua fedelta' allo Stato. Ma immediatamente dopo lascio' la Procura".

P: “Come era cominciata l'avventura del pool, il suo arrivo a Palermo nel 1983?”

C: "Con una telefonata che Giovanni mi fece a Firenze, all' inizio di novembre. Ero stato nominato a capo dell'Ufficio istruzione ma non m'ero trasferito. Mi disse: "Nino, vieni subito. C'e' bisogno di te". C' era il processo contro i 162 che languiva, i fascicoli marcivano. Dunque, arrivai: non conoscevo nessuno. Giovanni mi disse: "Senti, non voglio influenzarti nelle scelte. Ti chiedo solo di ripescare Paolo Borsellino". Di Paolo non sapevo assolutamente nulla. Solo che dopo l'indagine sull'omicidio di Boris Giuliano era stato messo da parte. Lo presi. Presi anche Di Lello, di cui avevo letto molti interventi, e Guarnotta".

P: “In che modo decise di lavorare?”

C: "Senza concentrare i rischi su una sola persona e cercando di avere una visione globale del fenomeno mafioso. Questa fu la decisione vincente. E per qualche anno riuscimmo a lavorare tutti in uno stato di grazia difficilmente ripetibile nella Procura attuale. E comunque non in queste condizioni".

P: “Dov' e' piu' fragile la mafia, dove sta la sua debolezza, dove va colpita?”

C: "Nella sua consistenza finanziaria. Finche' non saranno capaci di farlo, la mafia continuera' ad esistere".

P: “C' e' anche questa connivenza con la politica. Ci sono politici della mafia che siedono in Parlamento?”

C: "Non credo abbia dei suoi uomini in Parlamento. Con la politica ha sempre preferito un rapporto collaterale".

P: “Che cos' ha toccato che non doveva toccare Borsellino in questi cinquanta giorni tra la morte di Falcone e la sua?”

C: "Non lo so, non ne accennava mai. Mi ripeteva sempre: "Nino, di queste cose al telefono non parlo". Solo una decina di giorni fa, tornando dalla Germania, mi disse: "Sono proprio soddisfatto. Su ho fatto un grosso lavoro, che poi ho completato a Roma". Ecco, me lo disse con la stessa gioia d' un ragazzino".

P: “Eppure qualcosa ha fatto precipitare tutto, ha accelerato la sua esecuzione”.

C: "Per forza. Ma non so cosa".

P: “Tuttavia c' e' chi sa "cosa"”.

C: "Certo che c' e' chi sa".

P: “Allora c' e' da sperare che il lavoro fatto da Borsellino sia al sicuro.”

C: "Lo spero. Per ora l'Agnese lamenta la sparizione dalla borsa della agenda di Paolo, che a lei e' particolarmente cara. Un'agenda sopra cui c'era tutto l'indirizzario telefonico, anche quello di famiglia. Paolo non se ne distaccava mai, se la teneva con se' in modo quasi ossessivo, al punto che il maresciallo Canale scherzando diceva che ci andava perfino al gabinetto".

P: “L'agenda era in una borsa che non e' andata distrutta nell' esplosione?”

C: "La borsa c' e' e manca solo l' agenda. E fino a ieri sera ancora non l'avevano ritrovata".[158]

 

Sempre il Corriere della Sera scrive che gli investigatori avrebbero individuato tre possibili "postazioni" da dove sarebbe partito, via radio, l'impulso alla carica di esplosivo utilizzata per la strage di via D´Amelio. La prima potrebbe essere il giardino che chiude via D'Amelio, in prossimita' del numero civico 19 dove abitano la sorella e la madre del magistrato; la seconda e' stata localizzata sul tetto di un edificio in costruzione, ad alcune centinaia di metri di distanza; infine si ipotizza come base d'osservazione il monte Pellegrino, nei pressi del castello Utveggio. La visione dall'alto consente di controllare il teatro della strage. La distanza tra l'innesco e il radiocomando, circa un chilometro, sarebbe stata superata grazie a un amplificatore di frequenza, trovato subito dopo la strage.

Il Corriere riporta poi di una misteriosa "segnalazione" giunta a Borsellino qualche giorno prima della strage. Una donna gli comunico' un "messaggio" da parte di un amico "sensitivo": "Agguato, procuratore e sue sentinelle, Agrigento, spari". La signora, madre di uno degli studenti travolti da un'auto di scorta a Borsellino nel 1985, invito' il giudice a stare attento. Il magistrato informo' Giammanco e la procura di Agrigento.[159]

 

Vito Plantone, ex-questore di Palermo rimosso dalla carica ufficialte a causa dei moti in chiesa il giorno dei funerali della scorta di Paolo Borsellino e “promoso” a vicecapo della Criminalpol nazionale, rilascia un´intervista al Corriere della Sera in cui afferma di aver fatto tutto il possibile per la protezione di Paolo Borsellino e degli agenti della scorta:

 

"Ma io non sono colpevole di niente" confida il dottor Plantone mentre si gode le prime ferie a Noci, paese natale nella Murgia barese, dopo due anni di lavoro senza sosta, in un colloquio amichevole che sarebbe dovuto restare privato. Neppure di scarsa sorveglianza e prevenzione? "Il dottor Borsellino per me era un amico, oltre che una persona da proteggere. E l'abbiamo superprotetto. I contatti erano quotidiani, concordavamo ogni passo, esaudivamo ogni suo desiderio in un battibaleno. Ricordo quando gli "coprimmo" le spalle nel senso letterale della parola: non si sentiva sicuro in ufficio, lo preoccupava la finestra dietro la poltrona. La blindammo subito. E un capannone sospetto dietro casa sua, a fianco del garage: lo abbattemmo perche' non gli dava affidamento. E le centinaia di inquilini del suo palazzo controllati uno per uno...". Ma non avete "bonificato" via D' Amelio... "E perche' non tutte le altre strade che frequentava? Il giudice sapeva che era impossibile una protezione assoluta pur avendo doppia scorta. A lui premeva che fosse sicura la zona in cui abitava, e quella lo era. Il sistema possibile di prevenzione era quello che lui adottava: decideva le destinazioni per strada, facendo mettere la freccia all'autista. Il pomeriggio di quella domenica, lasciando la casa dell'onorevole Tricoli, alla scorta disse che si andava a Palermo, solo all' ultimo fece sapere che la meta era la casa materna, che visitava abbastanza di rado (tanto che la signora scherzosamente lo rimproverava) e sempre di mattina, dopo la messa. Dal che e' facile dedurre come gli assassini lo stessero curando da tempo o aspettando fin dal mattino. I killer di Falcone non sono forse rimasti appostati dal giorno precedente sull' autostrada?" E come mai non avete i rivelatori di esplosivo? "Semplicemente perche' di efficaci non ce ne sono. Parisi ha disposto ricerche in tutto il mondo, ma senza esito. Ha interessato perfino il Cnr...". E la "non saggezza" nel disporre il servizio in chiesa? "Un'osservazione che non riguarda me. D'altra parte il sindacato di polizia ha parlato chiaro. Io ero col mio "capo", Parisi, a proteggere il presidente Scalfaro, che era stato seriamente minacciato". Ma allora, perche' ? "Un giornalista siciliano, Lucio Galluzzo, mi ha espresso la sua solidarieta' con un questa frase: beato il popolo che non ha bisogno di eroi e lo Stato di capri espiatori. Io sono stato l' agnello sacrificale. Qualcuno doveva pagare. Forse ha ragione Cossiga... Ma cosi' va il mondo. Sono un servitore dello Stato, senza tessere ne' padrini, che va dove viene mandato. Mi dispiacerebbe solo che si pensasse che sono stato spostato per incapacita' ". Nessuna colpa, allora? "L' unica colpa e' quella di aver fatto la guerra alla mafia vincente: i Vernengo, i Madonia... Una guerra che ha scatenato la reazione sanguinaria che stiamo pagando". [160]

 

La situazione a Palermo é molto tesa. In mattinata scatta un allarme bomba sotto l´abitazione del PM Vittorio Teresi: gli artificieri, davanti ad una auto Orion con fili a vista sotto il volante, fanno esplodere una minicarica per scardinare il bagagliaio. Un boato che allarma la citta' e il proprietario, un fotografo uscito dalla sua bottega a fianco incredulo: "E' mia. Che avete combinato?" [161]

 

Nell´ambito delle indagini sulla strage vengono arrestati due giovani, uno in possesso di un'arma e un meccanico che nascondeva numerose targhe d'auto. Quest'ultimo potrebbe avere avuto un ruolo nella strage perche' sulla 126 imbottita di tritolo e' stata trovata la targa di un'auto rubata sabato sera. Significa che, davanti alla portineria della strage, fino a domenica mattina doveva essere parcheggiata una macchina diversa da rimuovere poco prima del "via libera" con uno spostamento dell' autobomba, effettuato in un raggio ristretto alle vicinanze di via D'Amelio. [162]

 

Permangono i dubbi sulla sorte dell´agenda personale di Paolo Borsellino che non e´ stata ritrovata nella borsa del magistrato: a sera una Tv attribuisce alla famiglia la notizia del ritrovamento, ma in Questura non si retrocede dal "no comment".[163]

 

Una telefonata anonima giunge nella notte al centralino del quotidiano La Sicilia preannunciando un attentato contro il carcere di massima sicurezza di Pianosa dove sono stati trasferiti nei giorni scorsi numerosi imputati in processi di mafia. Un uomo, dall' accento marcatamente catanese, dice che un quantitativo di esplosivo (tritolo combinato con T4) sarebbe stato inviato a Pianosa dal porto di Brindisi o dall'isola d'Elba. L'anonimo aggiunge di essere a conoscenza del piano in quanto appartenente al gruppo che starebbe organizzando l'attentato, e di volerlo rivelare perche' "ora c'e' la politica di mezzo". Il contenuto delle telefonata e' stato riferito alla Questura che pero' non ha espresso valutazioni sull'attendibilita' della segnalazione.[164]

 

 

Domenica 26 luglio 1992

 

Si uccide a Roma la testimone di giustizia Rita Atria. La ragazza aveva deciso di collaborare con la Giustizia rivolgendosi proprio a Paolo Borsellino, dal quale aveva ricevuto un grande aiuto anche dal punto di vista umano. Rita non riesce a trovare la forza per fare fronte alla notizia della morte del magistrato. Gli uomini dell' Alto commissariato per la lotta alla mafia che avevano il compito di proteggerla consegnano alla magistratura romana il biglietto che la ragazza ha lasciato: "Sono rimasta sconvolta dall'uccisione del procuratore Borsellino, adesso non c' e' piu' chi mi protegge, sono avvilita, non ce la faccio piu' ". [165]

 

L´ex segretario della Dc Flaminio Piccoli scrive in un articolo per il quotidiano Popolo che "Oggi Di Pietro corre seri pericoli. Dopo Falcone e Borsellino, lo Stato deve tutelarlo al massimo perche', se un altro dei grandi esploratori del crimine senza volto venisse eliminato, saremmo giunti all'ultimo delitto di confine fra la democrazia, la distruzione del sistema democratico e la nascita di un nuovo totalitarismo... La mafia si colloca a livelli alti e altissimi, nei settori dello Stato e delle imprese, anche nel Nord e all'estero". Se anche Di Pietro cadesse vittima delle forze criminali, osserva Piccoli, "si tratterebbe di un'altra pozza di sangue, di un delitto Matteotti, del bersaglio piu' alto che si avverte, nelle pieghe degli eventi, come quello che vuol colpire definitivamente la democrazia dei partiti popolari; come quello cui mira chi vuole servirsi, oggi, delle piazze: leghisti, fascisti, gruppi di una certa sinistra radicale, in vista di un golpe...". Ad allarmare Piccoli sono le recenti sortite dei leghisti in Slovacchia e a proposito della Sicilia. "Siamo al punto di rottura dell' unita' nazionale". Anche il presidente dei senatori dc ed ex ministro degli Interni Antonio Gava, in un articolo sul Mattino, afferma che "in Sicilia si combatte oggi una guerra che non e' solo in difesa della Patria una e indivisibile, ma di una concezione umana... L'attuale e' un momento peggiore rispetto a quello del terrorismo. Le Brigate Rosse non avevano la potenza di fuoco e di danaro di Cosa Nostra". [166]

 

Sebastiano Bongiorno, unico Gip del tribunale di Caltanissetta, denuncia lo stato penoso in cui sono lasciati gli uffici giudiziari nisseni in un´intervista al Corriere della Sera:

 

Su col morale: non c'e' il calamaio. Per scatenare la guerra senza quartiere contro la Mafia il giudice per le indagini preliminari Sebastiano Bongiorno puo' contare su modernissime penne biro, marca Bic, che gli permettono di sveltire il lavoro superando le lentezze borboniche del pennino e del tampone. E perfino di una macchina per scrivere elettrica. Certo, anche se lo ha chiesto 4 anni fa non ha il computer, tranne quello da cui al pomeriggio spodesta suo figlio, a casa. Non ha i floppy disk dove inserire le informazioni che man mano gli vengono fornite. Non ha un collegamento diretto via cavo con le banche dati italiane o statunitensi. Ma gli hanno assicurato che non si deve preoccupare. Un po' alla volta i mezzi tecnici arriveranno anche qui, in questo ufficio al VI piano del Palazzo di giustizia. E' solo questione di settimane. Massimo di mesi. La burocrazia... Ogni tanto, lo assale lo sconforto: "Vorrei tacere. Lavorare e tacere. Ma e' una situazione ridicola. Assurda. Insostenibile. Dico: e' o non e' , il nostro, l'ufficio giudiziario in questo momento piu' delicato d'Italia e probabilmente d'Europa? Bene: sono solo. Prima che se ne andasse una collega eravamo in due, stando alla pianta organica dovremmo essere 3 e ci sarebbe lavoro almeno per 4. Eppure sono solo. E guardi un po' come sono costretto a lavorare". Ridacchia amaro e accenna con la testa ai tavoli stracolmi di fascicoli, agli armadi che traboccano di carte, agli angoli del pavimento coperti da pile di dossier: "Mi pare di essere Bartleby, lo scrivano di Melville". Un piccolo travet che affoga tra i flutti di un polveroso mare cartaceo. Eccolo, il ponte di comando della lotta alla Piovra. Il cuore delle inchieste su tutti i delitti che hanno insanguinato le toghe siciliane degli ultimi 10 anni. L'uccisione di Rocco Chinnici, consigliere istruttore a Palermo. Di Ciaccio Montalto, sostituto procuratore a Trapani. Di Antonino Saetta, presidente della I sezione della Corte d'assise d'appello palermitana. Di Rosario Livatino, giudice del tribunale di Agrigento. Della donna e dei due bambini trapanesi morti nell'attentato dinamitardo contro Carlo Palermo. Da qui e' partita la caccia ai killer di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo (la cui appartenenza al tribunale di Palermo ha fatto scattare la competenza nissena) e dei tre uomini della scorta dilaniati nella strage del 23 maggio. Da qui, infine, quella agli assassini di Borsellino e dei 5 agenti. Indagini difficilissime. Rischiose. Da togliere il sonno. E da impegnare a tempo pieno una squadra di magistrati al gran completo. E proprio questo e' il punto. Costretti ad arrossire davanti alle denunce seguite all'eccidio di Capaci, quando salto' fuori che la importantissima procura nissena mancava di 3 sostituti procuratori su 6 e che dei tre a disposizione solo uno era abilitato alle inchieste antimafia, il Csm e il ministero di Giustizia hanno si' tappato la falla. Ma ne hanno lasciata spalancata un'altra. Non meno sconcertante e pericolosa. Dopo aver inviato in tutta fretta a Caltanissetta i sostituti procuratori catanesi Giuseppe Petralia e Paolo Giordano e quello messinese Pietro Vaccara, che si erano generosamente offerti, Roma sembra infatti essersi dimenticata dell'ufficio dei giudici per le indagini preliminari. Il quale, se non potesse contare su Sebastiano Bongiorno (rimasto al suo posto - nonostante fosse sul piede di partenza - in nome del dovere e dell' amicizia che lo legava a Falcone), non avrebbe oggi un solo titolare in grado di autorizzare un'intercettazione telefonica o la sistemazione di una microspia. Auguri. Per il momento la situazione e' gravissima, ma non disperata. Le inchieste sulle due stragi palermitane non sono ancora arrivate a quel punto di svolta in cui il Gip, sulla base delle nuove regole, assume una funzione dominante. Ma quando arrivera'? "Non so. E' assurdo lavorare cosi' - risponde Bongiorno - Per affrontare inchieste come quella sul delitto Falcone non basta leggere le migliaia di pagine dell'indagine. Occorre studiare gli antefatti: le uccisioni di Chinnici o di Dalla Chiesa, il ruolo dei corleonesi, le testimonianze dei pentiti... Insomma: certe inchieste non si possono piu' fare a mano. Ci vuole la protesi: il computer. Anche se poi magari mi farebbero mancare il tecnico...". Prima ancora, pero', servono gli uomini: "Ci vuole uno staff di magistrati. Forte. Unito. Compatto. Insomma, io non mi posso neanche prendere il lusso di avere un raffreddore. Possibile?". E prima ancora la volonta' di dare una risposta non solo giudiziaria: "Una risposta globale". In fretta: "La mafia ha il vantaggio del bianco negli scacchi. Muove per prima. Questo e' il punto: partiamo sempre con uno scarto di svantaggio". Duro da recuperare, senza strumenti nuovi: "La Sicilia sta reagendo come mai era accaduto prima. Dico io: datecela la legge sui pentiti. Datecela, se volete fare la guerra alla mafia. Ogni momento che passa puo' essere un' occasione perduta".[167]

 

Il Corriere della Sera rilancia un articolo uscito sul settimanale tedesco Bild am Sonntag in cui il capo dell'ufficio criminale del Bka, Hans Ludwig Zachert, assicura che Borsellino aveva interrogato a Mannheim i presunti assassini accusati della strage di San Silvestro, quando nel "Bar Duemila" di Palma di Montechiaro fu sterminata la famiglia Allegro (5 morti):

 

La "pista tedesca" porta alla spietata mafia di Palma di Montechiaro, al viaggio che Paolo Borsellino fece ai primi di luglio a Mannheim per interrogare 4 presunti assassini dei quali la polizia tedesca ieri ha rivelato i nomi anche se questo forse non sara' molto gradito a chi in Sicilia avrebbe bisogno di indagare senza scoprire le carte, perche' qui si e' ad un passo dalla verita' sui grandi delitti di una provincia malata come quella di Agrigento. E' in questa terra di potenti lobbies e sanguinari clan che si era concentrata l'attenzione di Borsellino convinto di potere trovare in Germania la spiegazione dei massacri di due colleghi, Saetta e Livatino, del maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli e delle altre stragi che hanno puntellato la guerra combattuta fra i paesi di Sciascia e Pirandello. Punto debole delle cosche, il tedesco Heico Shinna, un trafficante di cocaina che dopo il suo arresto si e' pentito consentendo di aggiornare la mappa delle famiglie e, secondo una voce non confermata, di avere anche una traccia per individuare una "talpa" nell'apparato investigativo. Sul settimanale tedesco Bild am Sonntag il capo dell'ufficio criminale del Bka, Hans Ludwig Zachert, assicura che Borsellino aveva interrogato a Mannheim i presunti assassini accusati della strage di San Silvestro, quando nel "Bar Duemila" di Palma di Montechiaro fu sterminata la famiglia Allegro (5 morti). Quattro nomi, solo uno dei quali noto per diverse storie di mafia, quello di Gioacchino Schembri. Inediti gli altri: Gaspare e Ignazio Incardona e Gioacchino Calafato. Tutti legati alle rivelazioni di Shinna, il tedesco con il quale i siciliani si erano confidati troppo, lo "straniero" che alcune settimane fa aveva portato all'arresto di Gaetano Puzzangaro, 23 anni, un assassino che a Palma chiamano "la mosca", indicato in un primo momento come uno dei killer di Livatino, ma poi uscito di scena anche perche' il supertestimone Pietro Ivano Nava aveva riconosciuto solo Paolo Amico e Domenico Pace. Sono questi gli uomini che Borsellino avrebbe dovuto interrogare partendo per la Germania lunedi'.[168]

 

Alcune centinaia di cittadini partecipano a Palermo ad una "marcia della speranza" dalla parrocchia di Don Orione, quartiere Montepellegrino, sino al luogo dell'attentato a Paolo Borsellino e agli uomini della scorta. Il corteo si muove in silenzio alle ore 16.57, la stessa ora della strage, e dopo aver percorso un chilometro, depone un fiore in via D'Amelio. Il parroco Salvatore Caione recita lo stesso augurio che Borsellino pronuncio' in occasione del trigesimo dell'attentato a Falcone alla fiaccolata degli scout.[169]

 

L´onorevole Enzo Leone, 52 anni, socialista, ex-assessore alla Presidenza della Regione siciliana, viene tratto in arresto nella mattinata a casa sua a Castelvetrano (Trapani) per un ordine di custodia cautelare. Reato ipotizzato, l'abuso in atti d'ufficio. L'indagine fa riferimento ad una pioggia di finanziamenti nei confronti di cooperative giovanili "fantasma". Con Leone sono stati arrestati anche i suoi piu' stretti collaboratori: l'avvocato Giacomo Hopps, consulente legale dell'assessore; il funzionario regionale Vincenzo Conigliaro, gia' componente del comitato che esaminava i progetti delle cooperative; l'ex consigliere comunale del Psi di Castelvetrano Rosario Allegra. Quest'ultimo e' accusato di istigazione alla corruzione. Avrebbe cercato di convincere un dirigente della Regione che aveva denunciato tutto a fare marcia indietro in cambio di una "mazzetta". Leone era stato inquisito anche da Paolo Borsellino, allora Procuratore a Marsala, in un'inchiesta sulla compravendita di voti.[170]

 

Il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro parla a Osso di Croveo, piccolo paese della val D´Ossola in Piemonte, sotto il tendone della chiesa all'aperto del "Treno dei bambini", trentacinque vagoni ferroviari che sono la colonia estiva dei frati cappuccini di Domodossola: "Al tramonto di domenica scorsa l'Italia e' stata insanguinata un'altra volta. Ho detto l Italia, non la Sicilia... Quella esplosione e' per tutta l'Italia, quei morti sono di tutta l'Italia. E se qualcuno pensasse che si possono risolvere i problemi stracciando brandelli di patria, non ci sarebbe piu' nemmeno la patria". Scalfaro non lo nomina mai, ma deve avere in mente il leghista Gianfranco Miglio che nei giorni scorsi aveva proposto di lasciare la Sicilia al suo destino. "Con nell' animo le lacrime e il sangue che ho raccolto fino a venerdi' e mescolandolo all'ondata di serenita' e di pace di questa terra – dice Scalfaro - vorrei che ognuno sentisse che questo e' il patrimonio comune per poter risorgere... l'impegno dell'onesta' incomincia da me, dipende da voi amministratori, dai parlamentari, da tutti coloro che hanno una responsabilita' nel mondo economico e finanziario. O si risorge insieme o, lo diro' ancora una volta, guai a noi". [171]

 

 

 

Lunedí 27 luglio 1992

 

Viene ucciso a Catania in un agguato di stampo mafioso Giovanni Lizzio, capo della speciale sezione anti estorsioni della squadra mobile. É il primo delitto eccellente che avviene a Catania dopo l'uccisione del giornalista Pippo Fava, avvenuto nel gennaio del 1984.

 

Il Corriere della Sera intervista Giusi Agnello, dirigente del commissariato di Palma di Montechiaro (Agrigento), che sabato ha ricevuto l'ordine di trasferirsi entro 48 ore a Roma, alla Dia, senza che nessuno pensasse alla sostituzione. Il commissario aveva lavorato a Palma per due anni e mezzo ed aveva collaborato con Paolo Borsellino all´Operazione “Gattopardo”: "In tre mesi con lui, non appena ha funzionato la Dda, la Direzione distrettuale antimafia, siamo riusciti a fare quel che non era stato possibile in due anni. Lavorando senza concorrenza, noi e i carabinieri finalmente avevamo trovato un interlocutore che, in poco tempo, ci ha consentito di mettere tanti tasselli del mosaico a posto. E' quel che stavamo facendo e che bisogna continuare a fare". [172]

 

 

Martedì 28 luglio 1992

 

Al termine di un’audizione a Roma di fronte al Csm sullo stato della giustizia palermitana il procuratore Pietro Giammanco legge una lettera con cui chiede ufficialmente di essere trasferito ad altro incarico. Durante l´audizione Giammanco sottolinea il pieno accordo che e' sempre esistito sia con Giovanni Falcone (con lui qualche piccolo screzio dovuto alla differenza di temperamento, e giudicando semplici sfoghi le accuse contenute nel suo diario), da lui difeso proprio davanti al Csm, sia con Paolo Borsellino, al quale concedeva una delega ben piu' ampia del dovuto e sul conto del quale proprio il giorno prima della strage si era espresso in termini lusinghieri, proponendolo per incarichi direttivi superiori. Giammanco rivendica la sua assoluta indipendenza dai partiti politici, esibendo le sue "medaglie antimafia" ("ho fatto perquisire immediatamente studi e abitazioni dell'europarlamentare Salvo Lima dopo la sua uccisione") e giudica "un prodotto dell' emotivita' " il documento degli otto sostituti palermitani dimissionari che definisce opportunisti e strumentalizzati politicamente.

Nello stesso giorno viene ascoltato dal CSM anche il PM palermitano Roberto Scarpinato, uno degli otto dimissionari, il quale dichiara: "Noi rinunceremo alle dimissioni solo a una condizione, che vengano assicurati i livelli di sicurezza adeguati per i magistrati e per le scorte. Occorre subito fare qualcosa, abbiamo chiesto un incontro col ministro Mancino, ma aspettiamo ancora una risposta. Comunque non si deve far credere alla gente che quello di Palermo sia un problema di faide tra magistrati. Non sono atteggiamenti personalistici. Si tratta di problemi di livello istituzionale. Qui parliamo di mafia, di vita o di morte negli uffici giudiziari". [173]

 

Il prefetto di Palermo Mario Jovine non sembra intenzionato a lasciare il proprio incarico: “Ho svolto il mio dovere con la massima professionalità. Sono a posto con la mia coscienza che è l’unica alla quale devo rispondere oltre che al governo che mi ha affidato questo compito.” [174]

 

Il Corriere della Sera pubblica un estratto della lettera scritta da Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, in risposta alle dichiarazioni del sen. Gianfranco Miglio che aveva suggerito in Parlamento di abbondonare la Sicilia ed i siciliani al loro destino: "Signor Miglio, sono il fratello di Paolo Borsellino... Ho dovuto purtroppo leggere le povere, meschine parole da lei pronunciate nel Parlamento ed ho provato vergogna e rabbia.. Provo vergogna perche' lei come me puo' farsi chiamare Italiano, rabbia per il suo vile tentativo di uccidere... anche le idee di Paolo, di Giovanni... Ho pregato Dio perche' tanti giovani in Sicilia e in Italia non siano costretti a crescere in un ambiente in cui i valori umani sono sovvertiti ... Pregare per lei, signor Miglio, mi riuscira' tanto piu' difficile... Tutto l' insegnamento che riesce a trarre dal sacrificio di Paolo, di Giovanni, e' quello di chiedere che i mafiosi e gli altri... vengano lasciati a combattersi tra loro... Si vergogni, signor Miglio, si vergogni di sedere indegnamente in Parlamento e di insegnare in una Universita' che fino a quando lei ne fara' parte non potra' piu' chiamarsi Cattolica". [175]

 

Sempre il Corriere della Sera rivela che il telefono di Rita Borsellino,sorella del giudice Paolo e residente in via D´Amelio, sarebbe stato tenuto sotto controllo dalla mafia nei giorni precedenti alla strage. La fase finale della della preparazione dell´attentato sarebbe scattata a mezzogiorno di domenica 19 luglio, dopo una telefonata via cavo in cui Paolo Borsellino preannunciava la sua visita nel pomeriggio. Gli artificieri di Cosa nostra avrebbero piazzato in via D'Amelio la Fiat 126, imbottita con 80 chili di "Sintex", tre ore prima dell'esplosione. Numerose testimonianze dei condomini concordano infatti nel fissare attorno alle ore 14 la comparsa dell'autobomba.[176]

 

Il presidente del consiglio Giuliano Amato partecipa alla trasmissione "Lezioni di mafia" ideato per il Tg2 da Giovanni Falcone in collaborazione con il direttore Alberto La Volpe, ed accusa: "Questo Stato non e' del tutto innocente e lo sappiamo. Quanta parte di Stato ha collaborato, ha lasciato che accadessero fatti, ha omesso di intervenire quando poteva intervenire, anche nei confronti della criminalita' organizzata? Sono domande, queste, che attendono risposte nella nostra storia recente". Secondo il capo del governo, il fenomeno mafioso non e' solo italiano, soprattutto per quanto riguarda il traffico della droga e forse col traffico di armi nell'ex Repubblica jugoslava. Amato non vuole pero' rientrare nella categoria dei disfattisti: "Criticare lo Stato, spronarlo a esercitare meglio le sue responsabilita' ha un senso. Lasciarsi andare al dileggio, agli atteggiamenti distruttivi, al distruggere tutto e tutti, al ritenere che chiunque sia Stato, o e' per un attimo Stato, e' per cio' stesso spregevole, questo significa stare”. [177]

 

 

Mercoledì 29 luglio 1992 

 

Enzo Scotti si dimette da Ministro degli Esteri. Ufficialmente la ragione è da ricercarsi nella decisione della DC sull’incompatibilità tra mandato parlamentare ed incarico ministeriale, in realtà si tratta di una lotta di potere tutta interna al clan democristiano. Scalfaro critica apertamente la decisione. La decisione sull´incompatibilitá tra mandati era stata presa su proposta del segretario Dc Arnaldo Forlani e la prima conseguenza era sta quella di sbarrare la strada per la nomima a ministro degli esteri di Giulio Andreotti, senatore a vita.


 

Il Ministro Martelli continua a rilasciare dichiarazioni che denotano quantomeno una scarsa conoscenza del fenomeno mafioso: “Da quando negli Stati Uniti i vertici di Cosa Nostra hanno subito duri colpi, le decisioni più importanti tornano alla cupola, al gruppo di comando siciliano.”[178]

 

Proseguono le audizioni presso il "gruppo di lavoro antimafia" del Csm dove vengono ascoltati i magistrati degli uffici giudiziari palermitani. Molto nette le dichiarazioni dei sostituti Antonio Ingroia e Vittorio Teresi: “Borsellino ci disse di non riferire a Giammanco troppi particolari sulle indagini che stavamo svolgendo perché non si fidava di lui.” [179]

Inoltre gli stessi ed altri colleghi della procura confermano una frase pronunciata da Giammanco in una riunione relativa alle misure di sicurezza per i magistrati palermitani. Riguardo al sostituto Di Lello che al pomeriggio si muoveva da solo con la macchina della moglie per mancanza di personale e mezzi, Giammanco aveva affermato: “Di Lello? Sta assittato supra ‘na cartedda ‘e munnizza“ (sta seduto su un mucchio di spazzatura), espressione palermitana rivolta a chi si vuole dare delle arie ed una certa importanza senza ragione.

Altri magistrati ascoltati dal CSM rilasciano brevi dichiarazioni al termine delle audizioni: "Non mi pare che le cose siano cambiate con la domanda di trasferimento presentata dal procuratore – dice il pm Giovanni Ilarda, uno degli otto giudici dimissionari - non ci sono divergenze all'interno del nostro gruppo. Personalmente non ho elementi per esprimere giudizi negativi su Giammanco al quale riconosco doti organizzative eccezionali. Nel nostro documento non parlavamo tanto di Giammanco, quanto delle inefficienze e dei problemi che esistono nei nostri uffici giudiziari. Il problema vero e' quello dell'improvvisazione con cui viene fatto tutto. Non possiamo fare a meno di constatare comunque che divergenze profonde esistono non solo tra i magistrati di Palermo ma in tutta la societa' italiana come abbiamo potuto constatare di fronte alla rabbia e al dolore della gente". Per un altro dei sostituti ascoltati, Lorenzo Matassa, e' necessario che "una volta placati i clamori non ci si dimentichi di Palermo. Abbiamo bisogno di soluzioni definitive e concrete". [180]

Il Plenum del Csm dovrá essere convocato entro la metá di agosto per la decisione finale sugli uffici giudiziari palermitani dopo aver esaminato le conclusioni del “gruppo antimafia”. Tuttavia gli umori di alcuni membri del Csm rivelano giá i diversi punti di vista presenti all´interno dell´organo di autogoverno della magistratura: da una parte la corrente piu' conservatrice che vorrebbe Pietro Giammanco al suo posto, dall'altra il movimento Magistratura democratica piu' propenso ad un cambiamento che rappresenti una svolta per la guida della Procura piu' esposta d'Italia. "Ricomporre la situazione negli uffici giudiziari di Palermo e' possibile; occorre adottare una soluzione che eviti l'impressione che lo Stato sia occupato piu' nelle beghe interne che nelle lotte esterne", ha commentato uno dei consiglieri del gruppo di lavoro antimafia. Carlo de Gregori, per quanto riguarda la richiesta di trasferimento presentata da Giammanco, afferma: “La pratica passa ora alla terza commissione, quella dei trasferimenti, che e' stata convocata, ma bisogna pero' risolvere prima alcuni problemi. Giammanco infatti e' a Palermo da soli due anni mentre per chiedere il trasferimento ce ne vogliono quattro". In questo caso se il Csm dovesse decidere di rimuovere il capo della Procura non resterebbe che la strada, dura, del trasferimento d'ufficio in base al principio della incompatibilita' d'ambiente. [181]

 

Il Corriere della Sera rilancia un´intervista rilasciata dall´ex presidente del consiglio Giulio Andreotti al settimanale "Famiglia Cristiana". Andreotti ricorda un rapporto "ottimo" con Giovanni Falcone e difende la sua "gestione": abbiamo sciolto i consigli comunali sospetti, abbiamo raggiunto accordi internazionali per il controllo del riciclaggio del denaro sporco, rammenta. Poi, una frase: "Sulla mafia non si sa tutto, perche' se no, sarebbe gia' stata vinta". Andreotti ammette che il momento e' difficile, eppure sottolinea: "Guai se ci lasciassimo prendere dai cavilli e dalla paura, bisogna stare attenti perche' certe misure eccezionali sono una sconfitta dello Stato democratico". L'ex presidente del Consiglio - dopo aver ricordato che l' Italia dovrebbe combattere la mafia accentuando le indagini con quegli stessi servizi segreti - "che abbiamo fatto di tutto per smantellare in quanto ritenuti inaffidabili" - spezza una lancia in favore della cultura di governo della Democrazia cristiana. Respinge infatti come "falsa e ipocrita" l'accusa "che la colpa di tutto risiede nel fatto che il ministero degli Interni e' sempre stato in mano alla Dc". A chi gli chiede il perche' dell'omicidio Lima, Andreotti risponde: "Quello che so e' che aveva dato preziosi consigli per il decreto sulla proroga dei termini di carcerazione dei boss". Andreotti difende la memoria del suo vecchio amico Salvo Lima: "Dopo la sua fine si e' visto che Lima non aveva tutto quello che si poteva supporre che avesse non dico un mafioso, ma un "fiancheggiatore", come si e' arrivati a dire che fosse". [182]

 

Il senatore della Lega Gianfranco Miglio risponde al giornalista Giulio Anselmi e a Salvatore Borsellino con una lettera sul Corriere della Sera:

Caro Direttore, il 26 luglio scorso Giulio Anselmi mi ha attribuito la "proposta insensata di abbandonare la Sicilia e i siciliani". Scelgo, nel coro vociante dei miei contestatori, la sua obiezione per rispondere anche a tutte le altre. Conoscendo la storia dei siciliani, ho sempre pensato che essi siano stati "incorporati" contro natura, prima nel Regno di Napoli, e poi nel Regno Sabaudo. Sono sempre stato convinto che la Sicilia costituisca il fulcro spontaneo di un aggregato politico centro-mediterraneo di straordinaria potenzialita' e vitalita'. Se la geopolitica non e' una frottola fu un gravissimo errore negare ai siciliani la indipendenza che chiedevano nel 1945: gli italiani avrebbero oggi nel Sud un polo attivo di politica estera quale non sono mai riusciti a procurarsi nei centocinquant'anni di storia unitaria. E naturalmente anche i problemi interni dell'isola avrebbero preso una piega diversa: la nascita di una vera classe politica padrona del suo destino (e non mantenuta dalle benevolenze e dalle collusioni della dirigenza romana) avrebbe consentito di impostare i rapporti con i diversi strati della societa', e quindi anche con la mafia, in un modo ben diverso da quello disperato in cui li vediamo oggi gestiti. Soprattutto sarebbe scomparso quel dualismo fra Stato continentale dominante e regione colonizzata che dura da quando la monarchia militare conquisto' l'isola e vinse nel Sud la sanguinosa guerra civile dei primi anni Sessanta. Ma davvero si crede che anche i siciliani estranei alla esperienza mafiosa tollereranno di essere "civilizzati" e "messi in riga" dai funzionari e dai militari inviati e comandati da Roma? Non si vede che alla radice di queste pretese "soluzioni" c'e', come presupposto, una totale svalutazione del popolo siciliano e della sua dignita'? Le mie idee sulla Sicilia io ho gia' avuto modo di esprimerle in un paio di interviste rese alcuni mesi fa a due quotidiani dell'isola: e ne ho avuto, come eco, soltanto delle telefonate molto favorevoli. Percio' credo di ravvisare, all'origine della canea che si e' scatenata, soltanto gli interessi di quella classe politica siciliana che prende i voti sull'isola e li gode nei palazzi romani. Io non conosco (e non intendo conoscere) il fratello del compianto giudice Borsellino: a giudicare da come scrive (e da come non riesce a padroneggiare i suoi del resto comprensibili risentimenti) deve fruire di un livello culturale piuttosto basso. Comunque voglio rassicurarlo: da un mese (per essere ancora piu' libero) ho sciolto anche l'ultimo legame che mi univa all'Universita' Cattolica. Per quanto concerne invece il titolo che legittima la mia presenza in Parlamento, esso non dipende dal benestare di nessun "signor Borsellino" ma dai quarantatremila comaschi e dai ventimila milanesi che, il 5 aprile, con doppia investitura, mi hanno inviato in Senato. La cosa buffa pero' e' che, per le mie idee su quanto si dovrebbe fare in Sicilia, io non ho nemmeno il merito dell' originalita': perche' esse si trovano, in un articolo (Cosa loro) scritto da Indro Montanelli sul "Giornale" il 4 settembre 1991: si vada a fare il confronto. Io ho sempre avuto simpatia per una parte dei siciliani, e non credo affatto che, in prospettiva storica, il vincolo mafioso sia stato sempre e soltanto un fatto criminale. Prima che l'anno si chiuda verra' pubblicata una preziosa ricerca, con la quale un mio allievo ha studiato la mafia come fenomeno politico. Non dunque i rapporti della mafia con la politica, ma la mafia come struttura in se' politica. Se si vuol venire a capo dei problemi piu' gravi, bisogna abbandonare le escandescenze e usare la ragione. E finirla di strumentalizzare anche il sangue degli assassinati.

Gianfranco Miglio [183]

 

 

Giovedí 30 luglio 1992

Maria Falcone viene ascoltata dal Csm riguardo al contenuto dei diari di suo fratello ed al clima di isolamento che egli aveva vissuto prima di chiedere il trasferimento a Roma. Maria Falcone conferma che Giammanco ostacolava pesantemente il lavoro di Giovanni Falcone tanto da sottrargli anche atti d’indagine dei quali era titolare in quanto componente del coordinamento antimafia della procura.

 

Il Corriere della Sera riporta parte di una lettera del rettore dell´Universitá Cattolica di Milano Adriano Bausola che ha manifestato a Salvatore Borsellino tutta la sua indignazione per le frasi pronunciate recentemente in Parlamento dal sen. della Lega Gianfranco Miglio. Nello stesso tempo, pero', il rettore dell'ateneo precisa che il senatore della Lega "ha lasciato da quattro anni l'attivita' di insegnamento istituzionale nell'Universita' Cattolica per raggiunti limiti di eta' e che attualmente si e' posto in pensione. La sua militanza leghista ha preso corpo precisamente in quest'ultimo scorcio temporale. Cioe' dopo essere passato fuori ruolo... Le opinioni di Miglio impegnano solo la sua persona. L'orientamento del nostro ateneo e' molto diverso. L'istituzione si riconosce nei principi e valori dell'unita' nazionale e della solidarieta' civile cui ha dato voce il piu' autorevole dei nostri laureati: il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro". [184]

 

Il Corriere della Sera pubblica un´intervista al funzionario al vertice del servizio di protezione della Polizia di Stato per i collaboratori di giustizia. Il funzionario spiega il momento di difficoltá che alcuni collaboratori stanno vivendo dopo la morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino:

 

Funzionario (P): "I pentiti hanno bisogno di un nuovo magistrato che sia un amico comprensivo e un confessore disponibile, non soltanto un notaio che registra le dichiarazioni. E' questo il miracolo che Falcone e Borsellino erano riusciti a fare. Grazie a loro viviamo una stagione d' oro. C' e' tanta gente che e' nata dentro la mafia e che non ne puo' piu' della mafia. Bisogna tendere una mano e facilitare il passaggio verso la civilta' . Ma i pentiti vogliono d' altra parte un uomo, uomini integerrimi, autorevoli, con carisma, in grado di promettere e mantenere, di interrogare e non partire per le ferie, di verbalizzare e non passare le carte agli avvocati dei mafiosi".

Felice Cavallaro (FC): “Dopo Falcone, dopo Borsellino ha registrato uno sconforto generalizzato?”

P: "I miei pentiti hanno reagito male. Tanto male. Erano stati loro a "scegliere" Falcone e Borsellino. C´e' sicuramente un grande sconforto ma comprensibile".

FC: “Che cosa dice loro per superare questa fase?”

P: "Che bisogna andare avanti. E si va avanti. Nessuno infatti ha deciso di ritrattare, di ritirarsi. Ma bisogna stare vicino a queste persone perche' non mollino".

FC: “Sara' piu' difficile avere nuovi pentiti?”

P: "E' quel che temevo. E invece abbiamo segnali opposti. Ma c'e' bisogno di un magistrato disponibile non solo per raccogliere le dichiarazioni del pentito ma anche per vivere con lui i suoi momenti di tristezza. Gestire un collaboratore non significa riempire i verbali come un notaio. Significa soprattutto sapere rinunciare ad un pomeriggio di interrogatorio se il pentito si mette a piangere preso da dubbi e tormenti".

FC: “Qual era il metodo di Falcone e Borsellino per conquistare la fiducia dei pentiti?”

P: "Grazie alla loro esperienza coglievano la dignita', lo spessore umano di queste persone che non vogliono ne' l'elemosina, ne' essere trattate come strumento di un disegno. Vivono un dramma interiore immenso. Vogliono liberarsi di informazioni che hanno, dissociandosi indipendentemente dal pentimento che e' un'altra cosa. Chi per vendetta, chi perche' teme di essere ucciso, chi per crisi mistica o altro, al di la' della motivazione, queste persone nel momento in cui decidono di dissociarsi finiscono per strapparsi la pelle, per sradicarsi dalla loro cultura, dal loro mondo. E non e' facile. Da soli non possono farcela".

FC: “Chi puo' aiutarli?”

P: "Occorre l'aiuto di un esperto, soprattutto di chi conosce le possibili parabole con momenti di caduta di tensione, con ricorrenti stati di apprensione. Deve saper vivere con loro senza derogare a nessuna delle sue funzioni, cercando di rispettare il silenzio, di cogliere il momento di sconforto, di restare vicino senza insistere utilizzando l'attimo in cui la persona e' pronta ad aprirsi, a dichiarare".

FC: “Chi puo' sostituire Falcone e Borsellino?”

P: "Dei giudici con il garbo giusto, che sappiano fare la battuta al momento opportuno o che sappiano allontanarsi magari con la scusa di prendere un caffe' quando il pentito ha bisogno di solitudine... Ci sono anche i giudici che vanno di fretta, che pensano all'aereo da riprendere... Non tutti lo sanno fare. Ci vuole un po' di carattere e tanta esperienza".

FC: “Come fa un pentito a "scegliere" il "suo" magistrato?”

P: "Molto dipende dal carisma che il giudice s' e' guadagnato con una presenza su giornali e Tv. E' facile fraintendere ma io mi riferisco al concreto impegno antimafia che puo' venire fuori attraverso articoli ed interviste su operazioni, blitz, arresti. E' un elemento che conta moltissimo. Non dimentichero' mai i primi interrogatori di Calderone. Quando gli dicevo che stavano arrivando da Palermo con un aereo speciale Falcone, il giudice Natoli e il procuratore capo per sentirlo, sorpreso, chiedeva: "Possibile che si muovano queste personalita'? Pure Falcone e il procuratore per me? Allora quello che dico vi pare davvero importante? Non pensavo di valere tanto". Funzione, grado, notorieta' sono elementi importanti. O, almeno, possono trasformarsi nella chiave che apre una porta".

FC: “Lei ha chiesto a qualche pentito perche' ha scelto Falcone o Borsellino?”

P: "Lo chiedo spesso. Mi rispondono che sicuramente non sono magistrati "avvicinati". Hanno paura di essere trattati con superficialita' o di mettere la loro vita nelle mani di persone "avvicinabili", influenzabili, di giudici che dopo l'interrogatorio spiattellano quel che hanno sentito". [185]

 

 

Venerdì 31 luglio 1992

 

Il governo cambia i vertici dei servizi segreti. Al SISDE Angelo Finocchiaro, giá Alto commissario "per il coordinamento della lotta alla delinquenza mafiosa", succede ad Alessandro Voci, al SISMI Cesare Pucci sostituisce Luigi Ramponi. Il prefetto di Palermo Mario Iovine viene trasferito con le stesse funzioni a Firenze. Prima di lasciare il suo posto Iovine rilascia una breve dichiarazione alla stampa: “Nessuno segnalò la pericolosità di Via D’Amelio. Io ho la coscienza a posto, ho fatto tutto il possibile per proteggere i magistrati, ma Palermo è diventata come Beirut. Dico che nulla è stato tralasciato, siamo stati sopraffatti da eventi di tipo bellico.” [186]

L’affermazione riguardo alla mancata segnalazione della pericolosità di Via D’Amelio è palesemente falsa.[187] In un’altra nota Iovine afferma: ”Spero solo che questo movimento di prefetti non venga interpretato da nessuno come un mio allontanamento per colpa. Spero di lasciare un buon ricordo nei cittadini palermitani per i cinque anni in cui ho svolto qui la mia attività, prima da questore e poi da prefetto. Credo di aver agito sempre secondo coscienza al meglio delle mie possibilità, con professionalià e zelo.” [188]

 

Si svolgono a Partanna in provincia di Trapani i funerali di Rita Atria, confidente di Paolo Borsellino suicidatasi pochi giorni dopo la strage di via D´Amelio. I funerali si svolgono al cimitero di Partanna dove altre donne sono giunte da ogni parte d´Italia per testimoniare la propria solidarietá a Rita, ripudiata dalla madre dopo la scelta di collaborare con la magistratura. Al rito é presente Anna Maria, la sorella di Rita, insieme al marito, un sottufficiale dell'Esercito con cui vive in Lombardia. Quando dalle sacre scritture il vecchio parroco di Partanna, don Russo, sceglie per il rito funebre solo i salmi che parlano del peccato anziche' dell'innocenza, una ragazza romana lo interrompe e lo corregge: "Rita non ha peccato. Rita ha parlato. Mai piu' lasceremo una donna sola". Michela Buscemi, la donna che a Palermo ha accusato gli assassini del fratello rompendo con il resto della famiglia, compresa la madre, urla in dialetto: "Rita eri picciridda ma facisti cosi granni (Rita eri una bambina ma hai fatto cose grandi)". La grande fotografa Letizia Battaglia, le donne di Bologna e Roma, una ragazza inglese che le accompagna restano incredule quando un altro prete, don Ajello, lancia uno sprezzante vaderetro: "Siete avvoltoi!". E loro: "Semmai, siamo colombe, padre". Le Istituzioni sono rappresentate dal sindaco di Partanna Antonio Passalacqua che definisce benefattore l´ex-sindaco dc Enzo Culicchia, eletto in Parlamento ma indicato anche da Rita Atria come possibile mandante dell'omicidio di un vice sindaco. Passalacqua ricorda Rita come "una giovane che ha il coraggio di togliersi la vita dopo avere avuto il coraggio di parlare, di cercare la verita'. " [189]

 

Sul Corriere della Sera compare una lettera di risposta di Scianna Ferdinando, Redaelli Giulio, Sciardelli Franco all´editoriale di Corrado Stajano del 20 luglio:

 

Sul "Corriere" di lunedi' 20, Corrado Stajano conclude un suo articolo sulla strage di Palermo con questa frase: "Paolo Borsellino era uno dei "professionisti dell'antimafia", come lo aveva definito Sciascia, uno di quelli che facevano carriera con le inchieste di mafia. Che carriera, che splendida carriera". Giuseppe D'Avanzo, giornalista, se non ricordiamo male, tra i piu' pertinacemente attivi dalla parte dell'ingiustizia ai tempi dell'affare Tortora, scrive sulla "Repubblica" del 21 che "Paolo Borsellino fu definito professionista dell'antimafia da un Leonardo Sciascia male informato, peggio istigato da quelli che Borsellino riteneva ancora amici fraterni". Affermazioni assolutamente non vere come puo' verificare chiunque voglia rileggere quel famoso articolo apparso sul "Corriere" e ora ripubblicato in un libro postumo che non a caso si intitola "A futura memoria". Ha anche un sottotitolo di lucido pessimismo quel libro: "Se la memoria avra' un futuro". Ed evidentemente non ce l'ha se gente come D'Avanzo e Stajano puo' mentire con tanta premeditata spudoratezza. Premeditata e non solitaria, ne' sorprendente. Ci sono persone e giornali, infatti, che non riescono ancora a digerire le ferite che le molte verita' di Sciascia hanno inferto a quanti la verita' non hanno mai amato. E oggi, fidando appunto nella orchestrata perdita di memoria, tentano, con stillicidio di menzogne e travisamenti, di operare meschine vendette. Fra le tante altre cose illuminanti e' anche possibile leggere in quel libro quanto Sciascia scriveva gia' il 20 febbraio 1983 a proposito di una certa evoluzione della mafia che nemmeno il generale Dalla Chiesa aveva capito: "Non aveva capito, insomma, la mafia nella sua trasformazione in "multinazionale del crimine", in un certo senso omologabile al terrorismo e senza piu' regole di convivenza e connivenza col potere statale e col costume, la tradizione e il modo di essere siciliani". Ma dov' e' oggi uno Sciascia per analizzare fatti e misfatti di questo paese che i D'Avanzo, Stajano e compagni non riusciranno a capire nemmeno con i soliti dieci anni di ritardo?

Ferdinando Scianna, Giulio Redaelli, Franco Sciardelli

 

Alla lettera risponde Corrado Stajano:

 

Che malinconia! Il non aver dubbi, il non voler riconoscere neppure davanti a quei cadaveri straziati che la polemica di Sciascia sui professionisti dell'antimafia fu sbagliata e sommamente ingiusta. Falcone e Borsellino si portarono dentro fino alla fine il peso di quelle rovinose accuse ("Nulla vale piu', in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso"). Dopo l'assassinio di Falcone, Paolo Borsellino ne parlo' in pubblico a Palermo durante la presentazione della rivista "MicroMega": disse che il suo amico Giovanni Falcone aveva cominciato a morire proprio dopo quell' articolo di Leonardo Sciascia uscito il 10 gennaio 1987.

Corrado Stajano [190]





[1] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 142

[2] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 145

[3] La Trattativa, pag. 178

[4] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 146

[5]  L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 148

[6]  Falcone Borsellino, Mistero di Stato, pag. 90

[7] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 148

[8] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 141

[9] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 151

[10] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 151

[11] Guglielmo Sasinini, „Quel giudice dovevo ucciderlo io“, Famiglia ristiana n° 32, 05-08-1992

[12] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 153

[13] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 152

[14] Corriere della Sera, 05-07-1992

[15] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 157

[16] Corriere della Sera, 05-07-1992

[17] Corriere della Sera, 22-07-1992

[18] Corriere della Sera, 21-07-1992

[19]  La Repubblica, 7/7/1992

[20] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 161

[21]  L’Unità, 8/7/1992

[22] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 166

[23] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 167

[24] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 168

[25] Corriere della Sera, 08-07-1992

[26] Corriere della Sera, 09-07-1992

[27] Corriere della Sera, 09-07-1992

[28] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 170

[29] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 172

[30] Corriere della Sera, 09-07-1992

[31] Corriere della Sera, 10-07-1992

[32] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 173

[33] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 173

[34] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 174

[35] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 175

[36] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 176

[37] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 176

[38] Corriere della Sera, 12-07-1992

[39] Corriere della Sera, 12-07-1992

[40] Corriere della Sera, 26-07-1992

[41]  L’Europa dei Padrini, Fabrizio Calvi, Mondadori 1993, pag. 261 e  La Repubblica, 22/7/1992

[42] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 176

[43] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 177

[44] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 177

[45]  L’Europa dei Padrini, pag. 164

[46] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 179

[47] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 180

[48] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 181

[49]  Falcone Borsellino, Mistero di Stato, pag. 75

[50] Falcone Borsellino - Mistero di Stato, pag. 20

[51] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 181

[52] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 182

[53]U Baruni di Partanna Mondello”, Valeria Scafetta, Editori Riuniti, 2003, pag. 65

[54] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 183

[55] Corriere della Sera, 17-07-1992

[56] Corriere della Sera, 16-07-1992

[57] Arcangelo Ferri, Rai GR3 22-07-1992 e RAINEWS24 19-07-2007

[58] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 184

[59] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 184

[60] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 184

[61] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 185

[62] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 186

[63] Marco Bettini, “Pentito. Una storia di mafia”, Marco Bettini, Bollati Boringhieri, pag. 219, 1994

[64] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 189

[65] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 190

[66] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 191

[67] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 191

[68] Enzo Biagi, “Falcone mio fratello, cosí timido”, intervista a Maria Falcone, Corriere della Sera, 18-07-1992

[70] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 193

[71] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 194

[72] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 195

[73] Paolo Borsellino, Antonella Ferrera, La Storia in giallo, RAI Radio Tre, 22-03-2008

[74] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 197

[75] Corriere della Sera, 20-07-1992

[76] Corriere della Sera, 20-07-1992

[77] Corriere della Sera, 20-07-1992

[78] Corriere della Sera, 20-07-1992

[80] Corriere della Sera, 20-07-1992

[81] Corriere della Sera, 20-07-1992

[82] Corriere della Sera, 20-07-1992

[83] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 198

[84] Corriere della Sera, 20-07-1992

[85] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 199

[86] Corriere della Sera, 20-07-1992

[88] Corriere della Sera, 20-07-1992

[89] Corriere della Sera, 20-07-1992

[90] Corriere della Sera, 20-07-1992

[91] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 200

[92] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 201

[93] Corriere della Sera, 20-07-1992

[94] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 201

[95] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 201

[97] Il gioco grande, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Editori Riuniti, 2006

[98] L´Agenda rossa di Paolo Borsellino, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 2007, pag. 202

[99] Corriere della Sera, 21-07-1992

[100] Corriere della Sera, 20-07-1992

[101] Corriere della Sera, 23-07-1992

[102] Corriere della Sera, 21-07-1992

[103]  Corriere della Sera, 23-07-1992

[104] Corriere della Sera, 21-07-1992

[105] Corriere della Sera, 21-07-1992

[106] „Emanuela, poliziotta quasi sposa“, Giorgio Petta, Corriere della Sera, 20-07-1992

[107] „Storia di Emanuela, morta in divisa a 24 anni“, Pier Giorgio Pinna, La Repubblica, 21-07-1992

[108]  Corriere della Sera, 21-07-1992

[109]  La Repubblica, 21-07-1992

[110]Le facce di quei giudici”, Vincenzo Consolo, Corriere della Sera, 20-07-1992

[111] Corriere della Sera, 20-07-1992

[112] Corriere della Sera, 21-07-1992

[113] Corriere della Sera, 21-07-1992

[114] Corriere della Sera, 21-07-1992

[115] Corriere della Sera, 21-07-1992

[116] La Repubblica, 21-07-1992

[117]  Corriere della Sera, 21-07-1992

[118]  Corriere della Sera, 21-07-1992

[119] Corriere della Sera, “Le poste censurano le condoglianze di un operaio per la morte di Paolo Borsellino”, Costantino Muscau, 02-09-1992

[120]  Corriere della Sera, Marzio Breda, 22-07-1992

[121]  La Repubblica, 22/7/1992

[122]  Corriere della Sera, 23/07/1992

[123]  Corriere della Sera, 22/7/1992

[124]  Corriere della Sera, 22-07-1992

[125]U Baruni di Partanna Mondello”, Valeria Scafetta, Editori Riuniti, 2003, pag. 31

[126]  Enzo Guidotto,La lotta alla mafia una seconda Resistenza, Patria Indipendente, Marzo 2008

[127]  Corriere della Sera, 22-07-1992

[128]  Corriere della Sera, 22-07-1992

[129]  Corriere della Sera, 22-07-1992

[130]  Corriere della Sera, 22-07-1992

[131]  Corriere della Sera, 22-07-1992

[132]  Corriere della Sera, 22-07-1992

[133]  Arcangelo Ferri, Rai GR3 22-07-1992 e RAINEWS24 19-07-2007

[134]  La Repubblica, 23/7/1992

[135]  Corriere della Sera, 23-07-1992

[136]  Corriere della Sera, 23-07-1992

[137]  Corriere della Sera, 23-07-1992

[138]  Corriere della Sera, 23-07-1992

[139]  Corriere della Sera, 23-07-1992

[140]  Corriere della Sera, 23-07-1992

[141]  Corriere della Sera, 23-07-1992

[142]  Corriere della Sera, 27-07-1992

[143]  Corriere della Sera, 24-07-1992

[144]  Corriere della Sera, 23-07-1992

[145]Stava per scoprire i killer di Giovanni”, Paolo Conti, Corriere della Sera, 24-07-1992

[146] Corriere della Sera, 25-07-1992

[147] Corriere della Sera, 24-07-1992

[148] Corriere della Sera, 24-07-1992

[150] Corriere della Sera, Regole speciali ma giustizia piu' efficiente, Vittorio Grevi, 27-07-1992

[151] Corriere della Sera, 25-07-1992

[152] Michele Brambilla e Goffredo Buccini, Corriere della Sera, 24-07-1992

[153] Corriere della Sera, 25-07-1992

[154] Corriere della Sera, 24-07-1992

[155] Corriere della Sera, 24-07-1992

[156] Corriere della Sera, 25-07-1992

[157] Corriere della Sera, 25-07-1992

[158]  Corriere della Sera, 25-07-1992

[159]  Corriere della Sera, 25-07-1992

[160] Corriere della Sera, 26-07-1992

[161] Corriere della Sera, 26-07-1992

[162] Corriere della Sera, 26-07-1992

[163] Corriere della Sera, 26-07-1992

[164] Corriere della Sera, 27-07-1992

[165] Corriere della Sera, 28-07-1992

[166] Corriere della Sera, 26-07-1992

[167] Gian Antonio Stella, “Solo, con carta e penna, in prima linea contro i killer”, Corriere della Sera, 26-07-1992

[168]  Corriere della Sera, 26-07-1992

[169]  Corriere della Sera, 27-07-1992

[170]  Corriere della Sera, 27-07-1992

[171]  Corriere della Sera, 27-07-1992

[172]  Corriere della Sera, 27-07-1992

[173]  Corriere della Sera, 29-07-1992

[174] L’Unità, 28/7/1992

[175] Corriere della Sera, 28-07-1992

[176] Corriere della Sera, 28-07-1992

[177] Corriere della Sera, 29-07-1992

[178] La Repubblica, 30/7/1992

[179] La Repubblica, 1/8/1992

[180] Corriere della Sera, 30-07-1992

[181] Corriere della Sera, 30-07-1992

[182] Corriere della Sera, 29-07-1992

[183]  Corriere della Sera, 29-07-1992

[184]  Corriere della Sera, 30-07-1992

[185] Corriere della Sera, “Vi racconto la disperazione dei pentiti”, Felice Cavallaro, 30-07-1992

[186] La Repubblica, 1/8/1992

[187] Falcone Borsellino - Mistero di Stato, pag.30

[188] Agenzia Ansa, 31/7/1992

[189] Corriere della Sera, 01-08-1992

[190] Corriere della Sera, 31-07-1992

 

 
23 maggio - 19 luglio 1992: 57 giorni (parte 2) PDF Stampa E-mail
Rubriche - I Mandanti Occulti
Scritto da Marco Bertelli   
Lunedì 02 Giugno 2008 20:12


Un giorno tra giugno e luglio 1992

Giancarlo Caselli, presidente di corte d´assise a Torino, viene avvicinato durante una manifestazione pubblica da un ufficiale delle forze dell´ordine che si fa latore di un messaggio da parte di Paolo Borsellino il quale chiede a Caselli di “aspettare ad andare in pensione perché c´é ancora molto lavoro da fare” [1].

 

Lunedì 1 giugno 1992

 

Il collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara invia una serie di lettere al procuratore Giammanco, all’aggiunto Borsellino, ai sostituti Lo Voi e Natoli ed al presidente della corte di assise Pasquale Barreca in cui ritratta tutte le accuse fatte ai mandanti dell’omicidio Lipari.

 

Alla sera qualcuno suona al campanello della casa di Borsellino in via Cilea a Palermo. E’ una processione di carabinieri e poliziotti che vogliono chiedere al giudice una “raccomandazione” per essere annessi alla sua scorta. Ad aprire la porta di casa è Lucia, mentre Borsellino è ancora al lavoro in ufficio. Lucia fa accomodare tutti in salotto. Quando il giudice torna a casa ha però una reazione inaspettata: vede questi estranei in casa, chiama i famigliari nella stanza più lontana e comincia a gridare contro di loro perché colpevoli di aver fatto entrare queste persone, non sopporta di vedere gente in casa, è stanchissimo. Solo dopo qualche minuto i famigliari riescono a spiegargli il perché di quella inconsueta visita. Borsellino fa in tempo a bloccare il gruppo che, capita l’antifona, sta per andarsene. Il giudice chiede scusa e dà l’appuntamento per l’indomani in procura: “Parliamone lì ragazzi”, acconsente.

[2]

 

Martedì 2 giugno 1992

All´indomani della strage di Capaci, per Borsellino e´ scattato il piano di protezione. In prefettura si studiano le abitudini del Magistrato e si scopre che durante la settimana ha tre appuntamenti fissi: il Palazzo di giustizia, la chiesa di Santa Luisa di Marillac e la visita all´anziana madre. Viene rafforzata la vigilanza in via Cilea, davanti all´abitazione di Borsellino, dov´e´ impossibilie posteggiare, cosi´ come davanti alla chiesa. Al magistrato viene assegnata un´altro auto di scorta. Ma gli agenti di scorta sollecitano invano l´istituzione di una zona rimozione in via D´Amelio, dove il magistrato va spesso a trovare la madre. In quella strada, un budello chiuso tra due palazzi, restano parcheggiate tre file di auto: ai bordi dei due marciapiedi e  persino al centro della carreggiata.
E quella mattina di giugno, affacciata al balcone del quarto piano di via Mariano D´Amelio, dove abita con la figlia Rita, Maria Lepanto, l´anziana madre del giudice Borsellino, si accorge di movimenti sospetti di "gente strana" nel giardino adiacente al palazzo, oltre un muro di cinta non molto alto. Con una telefonata avverte il figlio Paolo che invita la polizia a dare un´occhiata. All´alba del giorno dopo arriva sul posto una squadra di agenti guidati dal capo della mobile Arnaldo La Barbera. Scoprono alcuni cunicoli nascosti sotto il manto stradale con tracce di presenze recenti.
L´allarme in via D´Amelio e´ costante, i famigliari di Borsellino, nei giorni successivi all´attentato di Capaci, vivono in tensione, sono preoccupati, stanno all´erta. Ricorda Rita Borsellino: "Subito dopo la strage Falcone, io stessa avevo avvertito le forze dell´ordine della presenza in via D´Amelio di una macchina abbandonata, con i finestrini abbassati; dovetti segnalarlo due o tre volte prima che venisse un carro attrezzi a portarla via.
[3]

La terza commissione del CSM accetta la disponibilità offerta dai due magistrati Carmelo Petralia e Francesco Paolo Giordano di affiancare il procuratore di Caltanissetta Celesti ed il sostituto Polino che stanno indagando su Capaci.

 

Mercoledì 3 giugno 1992

Antonino Caponnetto ricorda al Piccolo Teatro di Milano l’amico Falcone e punta il dito contro Corrado Carnevale: “Quante volte Carnevale ha cancellato il nostro lavoro.  Io, lo confesso, ho pianto quando una sezione non carnevalesca ha riportato almeno una parte del maxi-processo nel suo alveo originario, già impoverito in appello. Ma a quanto pare, soltanto per Carnevale la mafia non esiste. E ora aspetto soltanto che mi quereli, sono vecchio, ho diritto anch’io a qualche attimo di divertimento.” [4]

Con l´eco del tritolo di Capaci ancora nelle orecchie, il CSM si spacca sulla riapertura dei termini del concorso a superprocuratore. Ma prima di affronatre la questione,magistrati e laici si scambiano accuse roventi sulla precedente bocciatura a superprocuratore di Falcone, e sulla scelta di Agostino Cordova. Una scelta che il governo chiede adesso di mettere in discussione. Due sostanzialmente gli schieramenti: i togati garantisti, contrari alla riapertura, accusati di non aver voluto Falcone perche´ "troppo vicino ai centri di potere." Ed i laici, pronti a sostenere le scelte del governo. Al termine del dibattito, che si esaurisce solo a tarda sera, il plenum, per mancanza del numero legale, rinvia ogni decisione. [5]

 

Giovedi´ 4 giugno 1992


Dopo l´uccisione dell´eurodeputato Salvo Lima, per "capire", per esplorare le informazioni di coloro che all´interno di Cosa Nostra hanno vissuto per anni, la Procura della repubblica di Palermo decide di interrogare negli Stati Uniti i pentiti Tommaso Buscetta e Francesco Marino Mannoia. Giammanco decide che due sostituti procuratori, i cui nomi non vengono resi noti, partiranno alla volta degli USA, dove Buscetta e Mannoia sono sotto regime di protezione da parte delle autorita´ federali. La decisione assunta in procura, finalizzata non soltanto ad un tentativo di lettura del delitto "dall´interno" del sistema di relazioni di Cosa Nostra, ma anche alla ricognizione di come questo sistema si rapporti con la politica, si concretizza dopo la strage di Capaci. Ma poi subisce uno stop improvviso. Borsellino si propone a Giammanco per effettuare personalmente la rogatoria. L´obiettivo e´ superare le reticenze di don Masino sui rapporti tra mafia e politica. Il procuratore di Palermo inizialmente esita: Borsellino, formalmente, ha solo la competenza per indagare sulla mafia di Trapani ed Agrigento. Ma l´aggiunto insiste: e´ convinto che don Msino ha da raccontare molte cose utili sull´uccisione del proconsole di Andreotti in Sicilia. Poi, ad un tratto, Giammanco cede: una mattina di inizio giugno chiama Borsellino, e lo autorizza alla partenza. Lui e´ stupito di aver ottenuto la possibilita´ di partecipare alla rogatoria. Prenota il volo per le prime pre del pomeriggio dell´indomani, fissa la camera in albergo, si prepara per il viaggio. La sera, a casa, riempie una valigia, appronta una serie di appunti, legge, si documenta. Il giorno dopo, pero´, si ferma tutto. Borsellino torna a casa all´ora di pranzo e chiede ad Agnese: "Che si mangia?" Lei resta interdetta: "Ma come? Stai per partire e vuoi sederti a tavola?" E lui, laconico: "Non parto piu´". Non dice nient´altro, non fornisce spiegazioni. "Mio marito - ricorda Agnese - si sedette a tavola, e guardando il TG che dava gia´ la notizia della sua partenza per gli Stati Uniti, sorrise amareggiato". La rogatoria negli USA per sentire Buscetta si fara´ molti mesi piu´ tardi, quando Borsellino sara´ gia´ morto, Giammanco non sara´ piu´ procuratore, e a Palermo si sara´ insediato ormai Giancarlo Caselli. Ancora una volta, l´intuizione di Borsellino si rileverá esatta: le nuove dichiarazioni di don Masino verranno considerate “esplosive” ed apriranno uno squarcio sul connubio mafia-politica, dando roigine all´inchiesta giudiziaria su Giulio Andreotti.
[6]

Il plenum del CSM boccia definitivamente a larga maggioranza la proposta del ministro dela giustizia Martelli di riaprire i termini per il concorso alla guida della superprocura nazionale antimafia.[7] L´unica strada aperta per il governo rimane quella di un decreto ad hoc che riapra i termini.

 

Venerdi´ 5 giugno 1992 

Sono giorni plumbei, Borsellino li trascorre con il cuore in pena, sempre alla ricerca di tracce che possano portarlo sulla pista piu´ vicina alla verita´ della strage di Capaci. Eppure, di tanto in tanto, qualcosa lo conforta, ed e´ la sensazione che la gente di Sicilia sia dalla sua parte, dalla parte dei giudici onesti, dalla parte di chi cerca, disperatamente, di salvare il paese dalla deriva del terrore, di restituirlo alla legalita´. Racconita Ingroia che uan sera, durante una cena a Terrasini, organizzata dai carabinieri, il calore delle gente lo raggiunge in pieno.
"Si parlava di Falcone, delle indagini su Capaci, dei nuovi equilibri dentro Cosa Nostra. Terminiamo di cenare, ed il proprietario del locale si avvicina a Paolo, gli sussurra in un orecchio che il cuoco vorrebbe conoscerlo, nulla di piu´. Paolo mi sembra imbarazzato dalla insolita richiesta, ma dice di si´. Si alza, va incontro al cuoco, un uomo anziano, dal viso buono. Appena gli stringe la mano, questi si mette a piangere come un bambino. Paolo resta pietrificato per pochi secondi. Poi, commosso, lo abbraccia. I due escono dal ristorante, cominciano a passeggiare parlando fitto fitto, come vecchi amici, in palermitano stretto. "Sai Antonio", mi racconta in auto mentre rientriamo a Palermo, "stavo per mettermi a piangere anch´io. Ha voluto dirmi che i palermitani onesti, i padri di famiglia, sono al nostro fianco." Quella cena con i carabinieri, Borsellino, la ricordera´ per sempre. La chiamera´ "la cena degli onesti".
[8]

Il Pds si schiera a favore della proposta del ministro Claudio Martelli di riaprire i termini per il concorso a capo della Dna ed appoggia la candidatura di Paolo Borsellino: “la candidatura di Paolo Borsellino alla guida della Superprocura é seria e potrá diventare attuale se si riapriranno i termini del concorso”. [9]

Durante un´operazione condotta dalla squadra mobile di Milano vengono arrestati nel capoluogo lombardo Vesna Turk e Brisa Basic, 25 e 23 anni, di Belgrado, incensurati e Wilson Palokaj, un albanese di 25 anni con precedenti penali. Nell´abitazione dei tre vengono sequestrati due pani di esplosivo al plastico ed una bomba anticarro, mentre nell´autovettura del Palokaj vengono recuperati 25 candelotti di dinamite. Sempre nell´abitazione viene rinvenuta una piantina in cui sono evidenziati sette luoghi della cittá: tre stazioni ferroviarie (la Centrale, Porta Garibaldi e Porta Vittoria), Piazza Duomo, le sedi della Sip in via Melchiorre Gioia e in via Gallarate, il carcere di San Vittore. Gli inquirenti si mostrano molto cauti nell´avanzare ipotesi e nell´accreditare una voce circolata poco dopo l´operazione secondo la quale uno dei possibili obiettivi avrebbe potuto essere il PM Antonio Di Pietro, che in quei giorni frequentava assiduamente il carcere di San Vittore per condurre degli interrogatori. Fra gli atri documenti sequestrati gli investigatori rinvengono anche un numero telefonico che porta ad una "famiglia" corleonese con base a Milano. Un sottufficiale delle forze dell´ordine si lascia scappare: "Un circolino su piazza Duomo, tre sulle stazioni... Luoghi privilegiati da chi ha in mente una strage". [10]

 

Sabato 6 giugno 1992

Un rogo distrugge a Palermo un capannone del cantiere navale di proprietá dell´ingegner Alberto Cambiano, cognato di Giovanni Falcone. Non si esclude la matrice dolosa dell´incendio. “Non sono per nulla turbato anche se é inquietante questa coincidenza con la morte di mio cognato – afferma l´ing. Cambiano – non é una cosa grave l´incendio. Al danno delle cose si puó provvedere. Alla vita perduta da mio cognato, purtroppo, no. Per i danni si finisce di lavorare un po´ di piú e si ripara ogni cosa, tanto piú se l´assicurazione ti dá una mano. Ma per le vite perdute non si puó far nulla. Quando ieri mi hanno interrogato in questura, sono passato davanti alla lapide delle vittime della mafia e del proprio dovere. Ragazzi che conoscevo, che erano amici di Giovanni, che venivano con lui in cantiere, a casa mia in campagna, con i quali avevo finito per diventare amico. Mi ha dato fastidio leggere quei nomi perché non si sta facendo nulla per impedire che ci siano altri morti. É questa la ragione della mia rabbia. A cosa serve fare sacrifici? Ma serve poi a qualcosa? Non sono un politico, faccio l´imprenditore, ragiono con un metro delle cose da fare e da realizzare senza indugi; invece per varare la legge Rognoni-Le Torre sono morti lo stesso Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa; per entrare nelle banche é morto Rocco Chinnici, ora per pensare di mandare i boss su un´isola ed approvare leggi piú efficienti c´é voluta la morte di mio cognato. É come scoprire l´acqua calda. Ma fa rabbia vedere sempre uno Stato sulla difensiva, mai all´attacco. Lo chiedevo sempre a Giovanni: “Tu te stai chiuso in bunker mentre gli altri stanno fuori. Dovreste passare all´attacco. Sono gli altri che devono difendersi, non voi.” Io sono deluso, anche se stavolta mi sembra che la gente abbia capito che bisogna voltare pagina”. [11]

 

Domenica 7 giugno 1992

Ai funerali di Falcone, di Francesca Morvillo e dei tre uomini della scorta c´é stato un grande assente: il presidente del consiglio Giulio Andreotti. Lo fa notare il deputato del Pri Giuseppe Ayala, ex pm di Palermo, nel corso di una cerimonia di commemorazione di Falcone, organizzata a Milano. Il senatore Claudio Vitalone, sottosegretario agli esteri, non perde tempo e lo attacca: “Ayala ha inspiegabilmente dimenticato che proprio quel giorno il presidente Andreotti era impegnato davanti al parlamento per rispondere alle interrogazioni di tutti i gruppi politici sul criminale agguato. Ma quel che piú addolora e sorprende é che proprio Ayala, nell´odiosa sortita, abbia mostrato di dimenticare quanto l´opera di Falcone sia stata sostenuta, incoraggiata e valorizzata dal governo Andreotti che a essa ha legato numerosissime iniziative per la lotta alla criminalité mafiosa, affidando a Falcone nel medesimo ambito compiti e responsabilitá di primario rilievo anche sul piano internazionale.” [12]

 

Sempre il sottosegratario Vitalone, ex magistrato della procura di Roma ed ex vicepresidente della commissione antimafia, si autocandida a sorpresa alla guida della Superprocura. In un´intervista al settimanale Panorama dichiara: “Per dirla tutta la Superprocura l´ho inventata io una decina di anni fa. In un disegno di legge dell´aprile 1981 sulle misure penali e processuali relative al terrosrismo, teorizzavo giá la necessitá e l´urgenza di un unico ufficio giudiziario per dare nuovo impulso e miglior coordinamento all´azione degli organi di polizia. Oggi si tratta di mafia e non di terrorismo ma il principio ispiratore é lo stesso.” [13]

 

Nella notte un attentato intimidatorio viene compiuto contro gli uffici di polizia del quartiere San Lorenzo, il "regno" della famiglia Madonia. Una Citroen "Dyane" rubata poco prima nei pressi della Fiera del Mediterraneo viene incendiata all'ingresso del commissariato. Qualche secondo dopo una telefonata al 113 chiarisce ulteriormente il significato di quell'avvertimento incendiario: "Se non la finite vi diamo pugni in testa". Gli investigatori sembrano escludere che Cosa Nostra sia l´autrice dell´attentato e puntano l´attenzione verso la piccola criminalitá dello Zen di Palermo, ma la tensione resta comunque alta.[14]

 

 

Lunedì 8 giugno 1992

 

La Prima Sezione della Corte di Cassazione presieduta da Carnevale annulla i mandati di cattura per Mario Battaglini e Francesco La Ruffa affermando che l’articolo 416-bis non è applicabile nel caso un cui sia accertato solo uno scambio di voti fra mafia e politica senza che questo si sia tradotto in un concreto aiuto dei politici per le cosche.

 

Il Consiglio dei ministri approva il Decreto antimafia Scotti-Martelli:

- Il tempo massimo delle indagini preliminari viene portato ad un anno (prolungabile di altri 12 mesi per le inchieste più complesse) per i delitti di mafia ed i reati connessi.

-  Vengono inasprite le pene per chi si rende colpevole di falsa testimonianza di fronte alla AG.

- Vengono introdotte le norme di attuazione di una legge sui pentiti del gennaio 1992 sulla protezione di chi abbandona l'organizzazione criminale. Altre norme del decreto-legge consentono di evitare, salvo che sia assolutamente necessario, ripetute audizioni dello stesso testimone nei vari processi collegati. Saranno acquisiti i verbali di testimoni ascoltati all' estero e quelli di altri procedimenti.

- Vengono limitati i permessi per i detenuti di mafia.

- La polizia giudiziaria deve riferire senza ritardo all’AG una notizia di reato acquisita e non più entro 48 ore, può accogliere successivamente altri elementi utili alle indagini anche senza l’autorizzazione del PM.

- Non sarà più necessario dimostrare in ogni processo di mafia l’esistenza dell’associazione criminale Cosa Nostra in quanto ci si potrà rifare a sentenze già passate in giudicato che abbiano riconosciuto tale organizzazione.

- Viene introdotto nell´ordinamento penitenziario l´articolo 41bis, il regime di carcere duro riservato ai detenuti per reati di mafia: "Quando ricorrano gravi motivi di ordine e di sicurezza pubblica anche a richiesta del ministro degli interni, il ministro di grazia e giustizia ha altresi´ la facolta´ di sospendere, in tutto od in parte, nei confronti dei detenuti per taluno dei delitti di cui al comma 1 dell´articolo 416 bis, l´applicazione delle regole di trattamento e degli istituti previsti dalla presente legge che possano porsi in concreto contrasto con le esigenze di ordine e di sicurezza."  Ma non solo. Il testo limita notevolmente i diritti dei detenuti protagonisti di atti eversivi. A parte i collaboratori di giustizia, tutti gli altri potranno ottenere i benefici "solo se non vi sono elementi tali da far ritenere la sussistenza di collegamenti con la criminalita´ organizzata o eversiva." Esclusa ovviamente qualsiasi possibilita´ di concessione delle misure "quando il procuratore nazionale antimafia od il procuratore distrettuale comunica, d´iniziativa o su segnalazione del comitato provinciale per l´ordine e la sicurezza pubblica, l´attualita´ di collegamenti con la criminalita´ organizzata."

Dopo aver elencato alcune nuove disposizioni in materia di colloqui a fini investigativi con detenuti di ufficiali di polizia giudiziaria, del procuratore anzionale antimafia e di funzionari dell´Alto commissariato per la lotta alla mafia, il decreto stabilisce l´aumento di duemila unitá dell´organico del Corpo di polizia penitenziaria. Con questo provvedimento, che contiene fra l´altro l´aumento di duemila unita´ dell´organico del Corpo di polizia giudiziaria, il governo pone le premesse per un duro giro di vite nelle carceri, che scattera´, tuttavia, solo dopo il sacrificio di Paolo Borsellino.[15]

 

I primi risultati concreti del decreto governativo non sono incoraggianti: complessivamente vengono ricondotti in carcere 240 soggetti che per la maggior parte godevano dell’istituto della semilibertà (52 in Calabria, 37 in Sicilia, 32 in Sardegna e 39 in Lombardia). Si tratta quasi esclusivamente di “soldati”, nessun boss di spicco compare nella lista.

 

Il decreto non contiene nulla in merito alla riapertura dei termini per il concorso a Superprocuratore nazionale antimafia, problema che verrá affrontato sotto forma di emendamento al decreto stesso quando sara' discusso in Parlamento per la conversione in legge. Nel frattempo, il 30 giugno, la Corte costituzionale affrontera' il conflitto sorto tra Csm e ministro della Giustizia e la soluzione giuridica che verra' trovata sara' utilizzata per allargare anche ad altri giudici, oltre a Cordova e Lojacono, la rosa dei candidati alla carica di Superprocuratore antimafia. Il quotidiano Corriere della Sera indica ancora Paolo Borsellino come candidato prescelto dal governo.[16]

 

Dagli USA arrivano in Italia i riconoscimenti al lavoro di Falcone. Da Washington giugne a Roma il direttore del FBI William Sessions, che incontra il ministro Martelli e poi visita l´ufficio al ministero che fu del direttore generale degli Affari penali assassinato nella strage di Capaci. Il direttore del FBI annuncia che l´amministrazione Bush senior ha deciso di dedicare a Falcone una lapide commemorativa; verra´ sistemata nello stesso ufficio di Washington dove, proprio alla presenza di Falcone, fu istituito il gruppo di cooperazione italoamericano per la lotta alla criminalita´ mafiosa.[17]

 

Si insedia a Caltanissetta il pool di magistrati che collaborera' alle indagini sulla strage di Capaci. Si tratta dei sostituti Paolo Giordano e Carmelo Petralia, provenienti dalla Procura della Repubblica di Catania, e di Pietro Vaccaro, che prestava servizio in quella di Messina: affiancheranno il collega Francesco Polino, unico sostituto rimasto a Caltanissetta, sotto le direttive del Procuratore Salvatore Celesti, titolare dell' inchiesta. Uno dei sostituti sara' inviato a Palermo per seguire da vicino gli sviluppi dell' indagine.

 

 

Martedì 9 giugno 1992

 

Paolo Borsellino e´ Roma: in mattinata va alla Dia, e poi all´alto commissariato antimafia, di pomeriggio vede il sociologo Pino Arlacchi. Alla sera, alle 19, rientra a Palermo. Qui, un gruppo di cittadini, organizza una prima resistenza civile antimafia. Nasce il comitato dei lenzuoli, un´associazione di persone che espongono alle finestre ed ai balconi di casa lenzuoli bianchi con scritte antimafia. E´ un movimento sorto spontaneamente dopo la strage di Capaci per evitare "che il tragico evento venga riassorbito nella normalita´ e nell´indifferenza". Dietro la sua organizzazione c´é  Giuliana Saladino, ex giornalista a "L´Ora" in pensione, scritttrice di libri inchiesta, spirito battagliero ed appassionato.

Il Comitato chiede che l´arcivescovo di Palermo, Salvatore Pappalardo, alle 17.58 del 23 giugno, ad un mese esatto della strage, faccia suonare a lutto le campane di tutte le chiese di Palermo; che il sindaco, in occasione del Festino, il 15 luglio, modifichi il percorso del carro della patrona con una sosta davanti al palazzo di giustizia; che il ministro delle poste disponga l´emissione di un francolbollo commemorativo; che l´Universita´ di Palermo nell´anno accademico 1992-93 organizzi un seminario sul tema "Il silenzio e la rimozione". Il comitato propone anche la realizzazione a proprie spese di tre spot contro la mafia da trasmettere alla Rai ed alla Fininvest, oltre che alle tv locali, da mandare in onda nelle fasce di ascolto dei bambini ed inventa un piccolo logo da apporre sulle magliettte e sulle automobili per ricordare la strage. [18]

 

Roberto Scarpinato, PM di Palermo, commenta con queste parole il decreto Scotti-Martelli: “Questa è una legge sporca di sangue. Non mi sembra che tutto questo segni un salto di qualità nella lotta alla mafia, sono leggi che noi chiediamo da anni. Come avevamo chiesto la legge La Torre, la legge sui pentiti dopo l’omicidio del giudice Livatino, non è che noi giudici abbiamo cominciato a riflettere su queste cose solo dopo la strage di Capaci. Ecco perché dico che queste leggi sono sporche di sangue, sono profondamente indignato…Condannare o sbattere in galera 30, 40, 50 persone significa che noi cerchiamo di svuotare il mare con un secchiello. Se davanti ad un massacro come quello di Capaci, che rappresenta il punto massimo di tensione che può raggiungere questo paese, questo è il massimo che riusciamo a produrre, allora vi dico che sono scoraggiato. Su un piatto della bilancia c’ è la vita, sull’altro piatto ci deve essere qualcosa che valga il rischio della vita, non vedo in questo pacchetto un impegno straordinario da parte dello Stato, ad esempio non vedo nulla di straordinario sulla caccia e la cattura dei grandi latitanti.” [19]

Scarpinato chiede anche la rimozione del questore di Catania che aveva inviato a Palermo il giorno successivo alla strage di Capaci una segnalazione fatta il 21 maggio su un possibile attentato dinamitardo da effettuarsi su un’autostrada siciliana. “La cosa che mi scandalizza di più” dice Scarpinato ”è che questa persona resti al suo posto, qui nessuno paga per qualcosa, ci troviamo di fronte a persone assolutamente incapaci e queste restano al loro posto”.

Cicala, presidente dell’ANM, afferma: ”E’ necessaria una sistematica trasformazione degli strumenti repressivi, non è sufficiente la frettolosa elaborazione, dopo ogni omicidio, di un pacchetto di misure da esporre in televisione.” [20]

Giuseppe Di Lello, GIP di Palermo: ”Sono provvedimenti incisivi per chi è già detenuto, ma il problema non sta qui. Ci si aspettava non solo modifiche del codice di procedura penale, ma anche qualcosa che incidesse sull’accumulazione mafiosa, sulla trasparenza…abbiamo fallito con il codice Rocco, ma torniamo proprio a quello, si accentua la repressione ma il problema non è la repressione. E dopo l’ondata repressiva quelli sono più forti di prima.” [21]

 

Ma anche il giudizio dell´intera magistratura italiana é negativo. "La positiva valutazione di singole disposizioni contenute nel recente decreto antimafia non puo´ far dimenticare le responsabilita´ di chi ha atteso una strage per assumere iniziative da tempo suggerite dagli operatori del settore" affermano Mario Cicala, Franco Ippolito e Giovannni Tamburrino, rispettivamente presidente, segretario generale e vicepresidente dell´Associazione nazionale magistrati (Anm), in un comunicato diffuso dalla stampa. Secondo la linea del sindacato dei magistrati, il "necessario presupposto di un´efficace lotta alla mafia e´ la rescissione degli intrecci tra settori politici, affari e criminalita´ organizzata." L´Anm parla sulla base "delle concrete sperienze dei magistrati impegnati in processi di criminalita´organizzata" e sottolineando che "tale giudizio e´ oggi autorevolmente ribadito dal Parlamento europeo", ricorda che l´Associazione, "sin dalle assemble seguite all´uccisione di Rosario Livatino e di Antonio Scopelliti, ha elaborato un insieme di puntuali proposte, di cui solo una parte viene oggi recepita nel decreto legge.” [22]

 

La manovalanza criminale, pero´, manifesta gia´ tutto il suo scontento. La falange armata, sigla che gia´ rivendico´ la strage di Capaci, riappare in una misteriosa intimidazione ai direttori delle carceri. Una telefonata anonima giunge alla redazione dell´ANSA di Palermo. Un uomo, con uno spiccato accento catanese, riferendosi ai provvedimenti adottati dal governo, dice: "Quelli della Falange armata, i politici, hanno ottenuto quello che volevano, noi no."
Alla domanda "Noi chi?", l´anonimo risponde: "E ora lei lo capisce; certe cose non sono state rispettate, percio´ noi non rispettermo piu´ i loro interessi."
L´anonimo aggiunge che il carcere non si doveva "toccare" e quindi rivolge una minaccia a quattro direttori di carceri. Gli investigatori non attribuiscono particolare importanza alla telefonata. E forse, stavolta, sbagliano. Le restrizioni carcerarie, quelle che non sono ancora operative e che diventeranno (ma solo piu´ avanti) la materia del 41bis, sono, da subito, lo spauracchio che gli strateghi occulti dello stragismo, in combutta con i capi di Cosa Nostra, agitano davanti agli occhi dei manovali mafiosi per manipolarli, farli infuriare e spingerli a portare avanti l´offensiva di sangue.
Ma alcuni interrogativi meritano di essere qui posti: a cosa si riferisce l´anonimo telefonista quando allude alle "cose" che "non sono state rispettate", ovvero il carcere che non si doveva "toccare"? A quale patto? Siglato tra quali interlocutori? Chi aveva promesso qualcosa? E che cosa? Chi aveva promesso che il carcere non si doveva toccare, e cioe´ che dopo la strage di Capaci non vi sarebbe stato un trattamento piu´ duro per i mafiosi detenuti? E a chi era stata fatta questa promessa?  [23]

 

Martelli sollecita il CSM a sospendere il giudice Di Pisa dopo che questi è stato condannato in primo grado come “il corvo” di Palermo. In realtà la data per la discussione del caso al CSM è già stata fissata da tempo.[24]

 

Due auto rubate con a bordo ciascuna tre individui vengono intercettate da un vigile di fronte al palazzo di giustizia di Catania. Quando il vigile si avvicina per un controllo le auto fuggono. Poco prima era entrato il magistrato Felice Lima con la scorta.

 

 

Mercoledì 10 giugno 1992

 

Il ministro degli interni Scotti dichiara: “Trovo che dire che il nostro decreto sia sporco di sangue sia un’accusa volgare e soprattutto ingiusta. Questi provvedimenti sono il completamento di una strategia inaugurata un anno e mezzo fa……Si, lo so, qualche questore e qualche prefetto vanno cambiati……ma non è possibile buttare per aria prefetti e questori ad ogni piè sospinto. Gli uomini sono importanti fino ad un certo punto se non si cambia cultura e metodo di lavoro…Avevamo l’obiettivo di portare dentro 300 persone, ci siamo riusciti per 240.” [25]

 

Il CSM archivia due procedimenti disciplinari: uno a carico di Pasquale Barreca, accusato dal ministro Martelli di aver ritardato l’applicazione del decreto “manette ai mafiosi” ed aver così favorito la fuga del boss Vernengo dall’ospedale. Un altro a carico di alcuni magistrati palermitani che si erano occupati dei cosiddetti delitti eccellenti e che, secondo la denuncia di Leoluca Orlando al presidente Cossiga, non avevano fatto abbastanza per perseguire alcuni politici.

 

 

Giovedì 11 giugno 1992

Il CSM suggerisce una depenalizzazione dei reati minori per smaltire i fascicoli che rubano tempo alle grandi inchieste. L’ANM protesta per la mancata attuazione della legge sui pentiti (approvata nel marzo 1991) e la lunga anticamera della superprocura.

 

 

Venerdì 12 giugno 1992

 

Paolo Borsellino incontra il collega Vittorio Aliquo´, anche lui procuratore aggiunto a Palermo, fuori dall´orario di lavoro, alle 20.30, e soprattutto fuori dall´ufficio: lo va a trovare a casa, per una chiaccherata a quattr´occhi. Di cosa parlano? Dice Aliquo´: "Solo di ferie. Si approssimava il periodo delle vacanze e dovevamo metterci d´accordo sui turni. Paolo mi disse: parti tu, e quando torni, vado in ferie io."
Proprio in quei giorni, intanto, ha annunciato la sua decisione di collaborare Leonardo Messina, l´ex picciotto di San Cataldo, che nei mesi successivi svelera´ ai magistrati il piano di un golpe messo a punto da una cupola di corleonesi, esponenti della massoneria deviata, e uomini dei servizi, per trasformare l´Italia, dopo il crollo dei partiti tradizionali, in una federazione di regioni asservita ai poteri criminali. I due aggiunti vengono incaricati di incontrare il detenuto per raccoglierne le dichiarazioni. Aliquo´ ricorda: "Con Paolo, quella sera, parlammo anche degli imminenti interrogatori del nuovo pentito, cercando di stilare un calendario." Borsellino segna l´incontro sulla sua agenda .[26]

 

Il Viminale apre un’inchiesta sulla gestione della questura di Catania e toglie al vice-questore Vincenzo Roca l’indagine sul mancato allarme della strage di Capaci affidandola ad un pool di investigatori provenienti da Palermo e da Roma.

 

Vincenzo Calcara conferma le sue accuse alla mafia di Castelvetrano. Descrive una seconda volta il progetto per uccidere Paolo Borsellino con un fucile di precisione o con un’autobomba sull’autostrada Trapani-Palermo. Ed aggiunge: “Le cosche non perdoneranno mai al giudice Borsellino di aver messo in ginocchio una della famiglie piú potenti di Trapani”. Calcara insiste sul pentimento e sugli incontri con il giudice Borsellino: “Ogni volta che me trovo davanti, penso: guarda un po´, proprio io dovevo ucciderlo e ricordo le parole che mi disse quando gli chiesi se non avesse paura. Rispose: é bello morire per ció in cui si crede”. [27]

 

 

Sabato 13 giugno 1992

 

Ore 17 Falcone (Cossiga) (dall´agenda grigia di Paolo Borsellino).

Agnese Borsellino non ricorda bene cosa accadde quel pomeriggio di sabato. E quando, anni dopo durante il processo Borsellino Ter, le viene chiesto di commentare l´appunto con il nome di Cossiga, ritrovato sull´agenda grigia, si limita a formulare un´ipotesi: "Quel giorno mio marito si doveva incontrare con il presidente della Repubblica Cossiga. Forse era incerto, non sapeva se si sarebbe incontrato o meno, allora l´ha messo tra parentesi."
Francesco invece quell´incontro se lo ricorda bene. Lui, che da sole tre settimane aveva smesso i panni di capo dello stato, quel pomeriggio é a Palermo per visitare, in forma strettamente privata, la tomba di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, nel cimitero di Sant´Orsola. Cossiga, accompagnato dal prefetto Mario Jovine, depone prima un mazzo di fiori sulla tomba dei due magistrati, quindi su quella dell´agente Vito Schifani. Qui si inginocchia a pregare accanto alla vedova del poliziotto ucciso, Rosaria Costa, che ad un certo punto gli dice: "Presidente preghi forte, voglio sentir cosa dice..." poi, insieme, ad alta voce, recitano il De Profundis, un Pater ed un´Ave Maria.
Cossiga si reca poi in visita a casa dei parenti di Falcone, dove lo attendono anche quelli di Francesca Morvillo. Prima di lasciare Palermo, per rientrare a Roma, l´ex presidente della Repubblica si trattiene per trenta minuti a Villa Paino, che e´ la sede della prefettura, ma anche la residenza del governo a Palermo. Li´alle 17, incontra Borsellino. I due si stringono la mano, si accomodano su un divanetto, scambiano alcune considerazioni sull´attacco stragista che ha colpito il paese. E soprattutto, sull´antimafia dopo Falcone.
"Glielo dissi chiaro e tondo - ricostruisce oggi Cossiga - e´ inutile che si agiti: lei é il successore e l´erede di Falcone. Lei e nessun altro." Borsellino, tornando a casa, segna l´appuntamento sull´agenda.[28]

 

 

Domenica 14 giugno 1992

 

Nel carcere di Sollicciano (Firenze) ha luogo una rivolta di detenuti per protestare contro l´inasprimento delle condizioni carcerarie atteso dopo l´approvazione del decreto anti-criminalitá presentato dal governo. Un agente di custodia viene sequestrato. La rivolta termina nel giro di tre ore dopo una trattativa con le forze dell´ordine.[29]

 

 

Lunedì 15 giugno 1992

 

Il boss Giovanni Zichittella cade vittima di un agguato mafioso nel centro di Marsala. Un killer a volto scoperto lo uccide con 4 colpi di pistola ed un colpo di grazia alla nuca. Poi si rivolge ai testimoni e grida: ”Avete capito? Qui comandiamo ancora noi!”.[30]

 

Il segretario regionale del SIULP siciliano Pietro Ivan Maravigna denuncia in una lettera aperta al questore di Catania l’inadeguatezza dei mezzi e lo scarso coordinamento dello Stato nella lotta alla mafia in città.

 

 

Martedì 16 giugno 1992

 

Antonino Caponnetto scrive un articolo per il periodico agrigentino Sudovest in cui rivela che la decisione di trasferire precipitosamente Falcone e Borsellino all’Asinara nel 1985 fu dovuta ad un grave ed incombente pericolo di attentato ai loro danni segnalato da una persona di assoluta fiducia e credibilità. Quella persona è un alto ufficiale dei carabinieri che, nell’estate dell’85, si precipitò nell’ufficio del Consigliere Istruttore: “Abbiamo intercettato una cartolina in partenza dall’Ucciardone - gli disse - C’è un piano della mafia per uccidere prima il giudice Paolo Borsellino, poi Giovanni Falcone.” Caponnetto non ci pensò due volte ed ordinò che i due magistrati e le loro famiglie fossero immediatamente trasferiti al sicuro, all’isola dell’Asinara. “Per lungo tempo – afferma Caponnetto – quest’episodio rimase sconosciuto ai più e quando la notizia trapelò riuscimmo a mantenere il segreto sulla drammatica motivazione di quell’improvviso trasferimento che la stampa ha sempre attribuito alla decisione dei due colleghi di appartarsi in un luogo sicuro ed isolato per meglio dedicarsi alla stesura della sentenza-ordinanza. In realtà – continua Caponnetto – avendo lasciato Palermo con la massima urgenza a poche ore dalla segnalazione ricevuta, Falcone e Borsellino non avevano alcuna possibilità di portare con sé alcuna parte dell’immenso materiale raccolto con la conseguenza che, per quindici giorni, dovettero sospendere il loro lavoro. Ogni giorno insistevano per poter tornare al lavoro, ma glielo consentimmo solo quando fummo tranquilli sul cessato pericolo. Per quel soggiorno all’Asinara – commenta amaramente Caponnetto – Falcone e Borsellino dovettero persino pagare le spese di soggiorno per loro e le loro famiglie.” [31]

Caponnetto infine scrive: “Ora, dopo la strage, mi piace ricordare l´unica occasione in cui lo vidi veramente sereno: quel pomeriggio d´estate in cui, quasi di nascosto, alla presenza dei soli testimoni, Giovanni si uní in matrimonio a Francesca.” [32]

 

In vari tribunali d´Italia inizia uno sciopero di tre giorni da parte degli avvocati penalisti che vogliono protestare contro il decreto animafia Scotti-Martelli. Non condividiamo il principio di fondo - dichiara l´avvocato Mario Casalinuovo, vicepresidente dell´unione camere penali - secondo il quale si pretende di far fronte all'incapacita' di porre in essere interventi seri e incisivi sul piano della politica criminale e dell'ordine pubblico, attraverso lo stravolgimento dei principi processuali, com'e' ora avvenuto con il recente decreto legge, cosi' alimentando, tra l'altro, l'equivoco che sia possibile sconfiggere in sede giudiziaria la criminalita' organizzata, senza tenere nel debito conto l'esigenza di iniziative di risanamento sociale e istituzionale e di un effettivo coordinamento delle forze di polizia e dell' adozione di metodi veramente scientifici di investigazione. Piu' nel dettaglio si puo' dire - prosegue Casalinuovo - che i penalisti italiani contestano tutte le norme che sconvolgono la procedura penale, riportandoci indietro nel tempo, addirittura molto piu' indietro dello stesso codice Rocco, visto che questo codice era stato mitigato e quasi generalmente riformato da una serie di leggi e leggine che lo avevano sostanzialmente gia' modificato prima della entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale. Ora si rischia di ripiombare nel Medio Evo del diritto; certo siamo in pieno clima di controriforma rispetto alla riforma del codice di procedura penale che era entrato in vigore solo da pochi anni e che non aveva ancora potuto neanche minimamente dispiegare i suoi effetti".[33]

 

 

Giovedì 18 giugno 1992

 

Giuliano Amato riceve da Scalfaro l’incarico di formare il nuovo governo.

 

Durante una conferenza con la stampa estera Scotti dichiara che “la decisione e l’organizzazione dell’attentato di Capaci non furono effettuate unicamente a Palermo, ma è stata un’operazione messa in atto dalla mafia e da organizzazioni criminali di altri paesi: non esistono molti al mondo in grado di organizzare questo tipo di attentato. Il tipo di delitto, le modalità di realizzazione, la scelta dei tempi non consentono di limitare tutto ciò ad un caso esclusivamente palermitano. Gli interessi della mafia sono troppo grandi“ (dichiarazioni riportate dall‘agenzia di stampa spagnola Efe). [34]

In serata Scotti precisa che non voleva dire che “i mandanti della strage di Capaci sono all’estero, ma solo che la mafia non può essere considerata un problema solo italiano. E’ invece un problema internazionale perché internazionali sono i rapporti di cosa nostra, i suoi interessi, le sue complicità ed operazioni di riciclaggio…le indagini non possono chiudersi soltanto a Palermo. Abbiamo il dovere di considerare qualsiasi pista ed orizzonte investigativo”.

 

Il Ministero di Grazia e Giustizia dispone, con un provvedimento del 17 giugno, l’immediato trasferimento del magistrato Alberto Di Pisa al tribunale di Messina, presso il quale dovrà prendere possesso entro il 20 giugno. Resta aperto il procedimento disciplinare del CSM per la sospensione dalle funzioni e dallo stipendio.

 

Si estende la protesta al carcere di Sollicciano (Firenze) dove domenica 14 giugno quattro detenuti avevano preso in ostaggio per tre ore un agente di custodia per protestare contro la limitazione dei benefici della legge Gozzini prevista dal decreto anti-mafia Scotti-Martelli: i 700 detenuti fiorentini iniziano uno sciopero della fame rifiutando non solo il vitto carcerario, ma anche quello "privato". E soprattutto rifiutano il lavoro: bloccate le cucine e i servizi di pulizia, la direzione e' dovuta ricorrere all' esterno per appaltare a una ditta i pasti (che devono essere garantiti) e per chiedere alla stessa di distruggerli dopo che vengono rifiutati.[35]

 

 

Venerdì 19 giugno 1992

 

Il generale dei carabinieri Antonio Subranni, comandante del ROS, invia un rapporto al comando generale dei carabinieri in cui si riporta che numerose fonti, mafiose e non, hanno parlato di una decisione di Cosa Nostra di eliminare fisicamente Paolo Borsellino. Altri possibili obiettivi sono il maresciallo Canale, il Ministro della Difesa Andò e l’ex-ministro Calogero Mannino. Il rapporto numero 541 intitolato “Minacce nei confronti di personalità ed inquirenti” afferma che nell’ultimo anno gli organi dello Stato hanno esercitato un’indiscutibile pressione sulla criminalità organizzata, sia in termini di inasprimento normativo, che in termini di positivo impegno investigativo…nelle ultime settimane abbiamo proceduto ad una analisi dei dati disponibili, con l’obiettivo di ottenere un quadro delle strategie operative di Cosa Nostra e di individuare il movente e gli esecutori di eclatanti delitti di mafia riconducibili anche ad una precisa strategia di attacco allo Stato. Il documento cita l’uccisione del maresciallo Guazzelli, di Giovanni Falcone, sua moglie Francesca e degli uomini della scorta, dell’eurodeputato Salvo Lima. Poi il rapporto prosegue delineando un panorama molto preoccupante: le informazioni raccolte sia in ambienti estranei al crimine organizzato sia all’interno di quel mondo hanno consentito di ottenere da più fonti di fiducia notizia sull’esistenza di una volontà dei vertici di Cosa Nostra di opporsi con determinazione all’offensiva dello Stato, agendo contemporaneamente su due fronti. Il primo consiste nel fare pressioni, in forme indirette, su esponenti politici per ridurre l’impegno dello Stato contro la criminalità. Il secondo invece consiste nell’eliminare fisicamente alcuni inquirenti che si sono messi in evidenza nella recente proficua attività di repressione di Cosa Nostra. Poi il rapporto prosegue mettendo in rilievo le caratteristiche dei possibili obiettivi:  gli onorevoli Calogero Mannino e Salvo Andò potrebbero essere future vittime di Cosa Nostra…il maresciallo Canale potrebbe correre pericolo per la sua incolumità poiché si è distinto in operazioni antimafia e per avere in particolare contattato alcuni esponenti di spicco della criminalità siciliana successivamente colpiti da provvedimenti della magistratura. Il Cap. Umberto Sinico correrebbe pericolo di vita per l’attività di contrasto di una delle maggiori famiglie mafiose palermitane…il Procuratore aggiunto Paolo Borsellino correrebbe seri pericoli per la sua incolumità a causa delle ultime inchieste sulla mafia trapanese che, colpita dai recenti successi investigativi, ha di molto ridotto la propria credibilità ai vertici di Cosa Nostra. Del contenuto del documento furono subito informati i diretti interessati prima ancora che fosse completato e spedito al comando generale dei carabinieri e da questo alla Procura di Palermo, alla Prefettura, alla Questura ed all’Ufficio dell’Alto Commissariato.[36] Ai due politici fu rafforzata la scorta, il Cap. Sinico ricevette l’invito di lasciare la Sicilia, il maresciallo Canale ricevette un analogo invito ma decise di restare per motivi familiari e professionali e cominciò a girare con un’auto blindata. Borsellino vide raddoppiata la sua scorta.[37]

 

 

Sabato 20 giugno 1992

 

Il questore di Catania Bonsignore trasferisce d’ufficio l’ispettore capo Maravigna dalla squadra volanti ad un commissariato periferico. Il Maravigna in qualità di segretario regionale del SIULP aveva di recente denunciato in una lettera aperta le inefficienze dei vertici della questura nel coordinamento della lotta alla mafia.

 

Giuseppe Ayala rivela durante un convegno a Genova che Falcone teneva un diario in cui aveva annotato tutto della sua recente vita professionale a Palermo: “Ho deciso quasi d’impeto, io non voglio alzare polveroni, ma non voglio neanche essere reticente. C’e’ una cosa che forse verrà fuori: Giovanni scriveva tutto. Aveva un diario puntualissimo, del quale ha messo a conoscenza – che io sappia – me ed episodicamente Paolo Borsellino. E’ una cronaca molto dettagliata del Palazzo di Giustizia di Palermo…Conoscerla, se il dischetto verrà fuori, sarebbe un ulteriore modo per rendere giustizia a Giovanni. Io non so se il dischetto è stato trovato, non ho, come è ovvio, nessuna veste per interferire nelle indagini, spero tuttavia che venga trovato e che venga letto. Io mi impegno formalmente a confermare tutte le circostanze che vi sono annotate e con me – ne abbiamo già parlato - ci sono altri magistrati di Palermo pronti a farlo. Se il diario saltasse fuori, la parola di Giovanni non resterebbe isolata perché un dovere morale ci imporrà di dire che Giovanni ha scritto la verità, che quel diario è una cronaca di storia vera, vissuta. Io spero che il dischetto salti fuori.”[38] Dal materiale sequestrato dall’autoritá giuddiziaria negli uffici e nella casa di Falcone per ora del diario non vi è ancora traccia.

 

Ma il diario purtroppo non salta fuori. Del dischetto di cui parla Ayala ha ricevuto notizie, subito dopo la strage, il magistrato titolare dell´inchiesta, Salvatore Celesti. Ma le ricerche fatte nell´ufficio di Falcone al ministero, e nelle abitazioni di Palermo e di Roma, nel corso delle perquisizioni formali, non hanno dato alcun risultato.
Tra i collehgi, le parole di Ayala provocano scetticismo: "Non ho mai sentito parlare di questo diario - afferma Gioacchino Natoli, che di Falcone fu collaboratore all´ufficio istruzione - i diari sono sempre fatti privati. Andrei molto cauto nel fare certe affermazioni. A meno che non si vogliano scambiare appunti di carattere professionale per appunti privati." E Giacomo Conte, che ha lavorato con Falcone a partire dal 1985, aggiunge: "Non sono al corrente dell´esistenza di un diario, se vi fosse potrebbe essere una validissima chiave di lettura delle drammatiche vicende cominciate con la nomina del consigliere istruttore nel 1987 e conclusesi con la strage di Capaci."
Altri, invece, confermano, aprendo uno scenario di veleni nei rapporti tra Falcone e le forze investigativer palermitane.
"Confermo le dichiarazioni del giudice Ayala sull´esistenza della memoria storica del giudice falcone in cui venivano annotate le percezioni od i segni della sua vita di magostrato e le percezioni ed i segni del malessere esistente nella citta´ di Palermo", dichiara il senatore Maurizio Calvi (Psi),  gia´ vicepresidente della commissione antimafia. "Me lo disse - precisa Calvi - lo stesso Falcone in occasione del viaggio della commissione a Vienna. Mi parlo´ dell´intreccio tra mafia, citta´ di Palermo e pezzi importanti delle istituzioni nel senso che lo stesso non si fidava in alcun modo della questura di Palermo ne´ del comando dei carabinieri di Palermo ne´ tantomeno di alcuni pazzi importanti all´interno della prefettura di Palermo."
Calvi e´ un fiume in piena: "Gia´ in quell´epoca, prima dell´importante attenatto nella sua villa al mare, il giudice Falcone presentiva sensi del suo malessere e della sua morte; di un giudice cioe´ che sarebbe saltato in aria a seguito dell´esistenza di questi intrecci. Falcone asseriva in quell´occasione che qualsiasi operazione nella citta´ di Palermo doveva avvenire all´oscuro di questi apparati e la stessa gestione del pentito Contorno avveniva al di fuori di quell´ambiente". Calvi sostiene anche che "il giudice Falcone, proprio per la delicatezza ella situazione, ogniqualvolta aveva la necessita´di assumere informazioni andava direttamente presso gli uffici della questura o dei carabinieri a ritirare personalmente fascicoli proprio perche´ non si fidava in alcun modo di questi apparati."
Il delitto Falcone "e´ potuto avvenire all´interno di questi intrecci e di questo sistema." "Sono a disposizione - conclude Calvi - per chiarire i termini di queste delicate questioni che possono parire spaccati importanti di verita´, qualora si rintracciasse questo memoriale."
E Borsellino? per ora non si sbottona: "Non conosco le dichiarazioni di Ayala nei suoi esatti termini, l´eventuale esistenza di appunti riservati di Giovanni Falcone non puo´ in senso assoluto essere oggetto di mie dichiarazioni. Se si trattasse di appunti personali solo i suoi famigliari potrebbero decidere di renderli pubblici. Se si trattasse di appunti utili alle indagini solo l´autorita´ giudiziaria procedente sarebbe arbitra della loro pubblicazione."
E a Calvi replica cosi´: " Mi auguro che Calvi e tutti quelli che sono a conoscenza di elementi utili alle indagini vadano a riferirli al procuratore della Repubblica di Caltanissetta Salvatore Celesti, invece di rilasciare dichiarazioni alla stampa." [39]

 

 

Domenica 21 giugno 1992

 

Scotti è molto indeciso se accettare l’incarico di vice-presidente del consiglio con incarico agli interni ad interim. Questa pare essere la proposta di Amato e dei colleghi DC. Ma Scotti appare indeciso. “Sono convinto, e lo vado ripetendo da mesi, che il calvario non è finito, che la mafia colpirà ancora e colpirà ancora più in alto, tanto più in alto quanto più efficace sarà l’azione dello Stato. Non tutti vogliono capirlo, c’è chi fa orecchie da mercante, chi ha la tentazione di sottovalutare il mio allarme, chi sussurra che la mia apprensione è soltanto allarmismo che nasconde voglia di potere. Bene, a questi signori io ho già detto che io non andrò più a Palermo ad accogliere insulti e monetine al loro posto. Nessuno può pensare che, dinanzi alla guerra che bisogna scatenare alla mafia, di lavarsi pilatescamente le mani. Sia ben chiaro, soltanto con un esecutivo forte, legittimato nei tempi e nei consensi può proseguire il lavoro iniziato da me e da Martelli. E’ una politica che va confermata ed una legittimazione di quella politica passa per la riconferma di entrambi.” [40]

I capitoli di questa strategia antimafia comprendono l’istituzione della DIA, della DNA, delle procure distrettuali, le disposizioni anti-riciclaggio, il provvedimento anti-racket, le norme sullo scioglimento dei consigli comunali inquinati dal malaffare, la legge sui collaboratori di giustizia, la riforma di alcuni articoli del codice penale per l’istituzione del cosiddetto doppio binario per processi di mafia ed ordinari. Molte di questi strumenti non sono però a regime: la legge sui pentiti manca di un regolamento attuativo, gli scioglimenti dell’amministrazione locale non hanno ancora toccato i grossi centri del mezzogiorno, la DIA tarda a decollare, la DNA ancora non c’è. Scotti avverte intorno a sé l’indifferenza della maggioranza che si prepara ad appoggiare il governo Amato e lancia un messaggio piuttosto ambiguo ai suoi colleghi di partito che a suo parere non lo sosterrebbero nella lotta alla criminalità organizzata.

 

 

Un giorno tra il 22 ed il 28 giugno 1992

 

Borsellino concede al giornalista Lamberto Sposini l’ultima intervista filmata della sua vita. Afferma tra le altre cose che le misure di sicurezza per lui e per la sua famiglia sono state notevolmente appesantite a causa del grave pericolo che lui corre. Nonostante tutto Borsellino conferma la sua determinazione nel proseguire il proprio lavoro, anche se ha la certezza che il prezzo da pagare sarà molto alto.

 

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Lunedì 22 giugno 1992

 

Continuano le indiscrezioni sui diari di Falcone. Sia l’Espresso che La Repubblica riportano episodi che Falcone avrebbe raccolto nel diario. Si tratta della cronaca dettagliata degli ultimi mesi di Falcone al Palazzo di Giustizia di Palermo e dei suoi contrasti con il Procuratore capo Giammanco. Il senatore socialista Maurizio Calvi, ex vicepresidente della commissione antimafia, conferma l’esistenza dei diari di Falcone. Inoltre afferma che Falcone durante un viaggio a Vienna gli parlò dell’intreccio a Palermo tra la mafia e pezzi importanti delle istituzioni, nel senso che Falcone non si sarebbe fidato in alcun modo né della questura di Palermo, né del comando dei carabinieri di Palermo, né tanto meno di alcuni personaggi importanti della prefettura di Palermo.[41] Ayala esprime forti dubbi sulle dichiarazioni di Calvi. Nella polemica interviene anche Scotti con un articolo pubblicato sul Popolo, in cui esprime “tristezza per il diffondersi di veleni allo scopo di confondere ciò che ancora non è chiaro sulla strage di Capaci, quasi ad alimentare, secondo un’antica ed abusata tradizione, immotivatamente e con cattiveria, speculazioni e polemiche sulle Istituzioni dello Stato preposte a combattere la mafia ed ogni forma di crimine organizzato. Mi chiedo a chi e a che cosa tutto questo giovi e se non sia controproducente per l’attività investigativa degli apparati di sicurezza sapere che a loro carico si nutrono sospetti e si gettano ombre in uno scenario nel quale essi si aspetterebbero fiducia, comprensione, stimoli, collaborazione per proseguire nel loro dovere alla ricerca della verità. Fa piacere leggere, secondo le testimonianze di altri, che pure sono stati legati al giudice palermitano da strettissimi e quotidiani rapporti di collaborazione, che Giovanni Falcone era soprattutto un giudice e che tutti i suoi segreti di giudice erano e sono agli atti processuali. Occorre fare come lui, assorbire con il sorriso contrasti e polemiche, ma restare fermi e convinti che occorre continuare a percorrere la strada che, proprio anche grazie a lui, è stata tracciata nella lotta al crimine mafioso e che ora occorre rendere operativa.” [42]

 

Vengono depositate le motivazioni della sentenza della Corte di Cassazione sul maxi-processo. Viene pienamente riconosciuta la struttura unitaria e verticistica di Cosa Nostra. Fra l’altro viene rigettata la richiesta dei difensori che invocavano la nullità della sentenza perché le dichiarazioni dei pentiti dovevano essere confermate da prove concrete: per la Cassazione il riscontro può anche essere costituito da dichiarazioni incrociate di più collaboratori di giustizia. I giudici della prima sezione penale della Cassazione hanno poi messo sullo stesso piano l’appartenenza e la partecipazione all’associazione per delinquere di stampo mafioso. Per la suprema corte “è l’associazione nel suo insieme che deve concretare gli estremi della fattispecie penale, bastando per il partecipe l’appartenenza, con la consapevolezza che l’associazione agisce anche grazie al suo apporto.”

 

Inizia a circolare in ambienti istituzionali palermitani una lettera anonima di otto pagine che avvelena l’aria di Palermo ponendo pesanti domande sull’attività delle forze dello stato nella lotta alla mafia in Sicilia. Il documento spiega che Lima muore per mandare un messaggio ad Andreotti mentre un  altro gruppo sta scalando i vertici della politica siciliana. Si descrivono incontri tra big della DC e boss di Cosa Nostra, si afferma che Totò Riina era contrario alla uccisione di Falcone, si mischiano molti elementi palesemente falsi a mezze verità. Il risultato è quello di ammorbare l’aria della città perché si vede che l’autore del documento è comunque qualcuno che conosce attentamente la materia della quale si parla.

 

Il Ministro Martelli rilancia la pista estera per l’indagine sulla strage di Capaci durante una visita in Sudamerica: “Cerco legami tra l’assassinio di Falcone e la mafia americana o la mafia colombiana”.[43]

 

 

Martedì 23 giugno 1992

 

Ad un mese dalla strage di Capaci si svolge a Palermo una grande manifestazione antimafia alla quale partecipano diecimila persone. Un cordone umano unisce il Palazzo di Giustizia e la casa del giudice Falcone in via Notarbartolo. Alla sera si svolge una fiaccolata per le vie della città. Borsellino parla alla parrocchia di Sant’Ernesto, ricorda l’amico Giovanni e gli anni del pool:


 (Fonte: inositolo)
 

“Falcone cominciò a lavorare in modo nuovo. E non solo nelle tecniche d’indagine. Ma anche consapevole che il lavoro dei magistrati e degli inquirenti doveva entrare sulla stessa lunghezza d’onda del sentire di ognuno. La lotta alla mafia (primo problema da risolvere nella nostra terra, bellissima e disgraziata) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolgesse tutti, che tutti abituasse a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità, e quindi della complicità.” [44]

 


 

Il procuratore di Caltanissetta Celesti afferma che non c’è alcun mistero relativo al diario di Falcone, ma tra le carte ed il materiale sequestrato non compare ancora nulla che sia riconducibile alle dichiarazioni di Ayala, Borsellino, Guarnotta, La Licata e Lodato. Anche nella borsa che il giudice aveva con sé al momento della strage questo diario o meglio qualche sua traccia non sono stati trovati. Fra l’altro la borsa di Falcone è stata consegnata alla procura di Caltanissetta solo il 27 maggio dopo le proteste del procuratore Celesti. La borsa era in mano alla magistratura palermitana ed il giudice che per primo ne aveva esaminato il contenuto era stato Alberto Di Pisa insieme al collega Giuseppe Pignatone e a personale della DIGOS, stando a quanto riferito dal Di Pisa stesso.[45]

 

Aldo Rizzo, già giudice, parlamentare del PDS e vicesindaco della giunta Orlando nel 1987, si prepara a presiedere la nuova giunta comunale di Palermo. Si tratta di un pentapartito con Dc, Psi, Pli, Psdi e Pri. La candidatura di Rizzo era stata fatta da Calogero Mannino. La Rete di Orlando si oppone nettamente. Il PDS ed i movimenti dicono pure di no ma si preparano ad una “opposizione costruttiva”.

 

Prosegue l´inchiesta condotta dal PM Francesco Messina della procura di Trapani sulle attivitá condotte tra il 1987 ed 1989 dal “Centro Scorpione”, una delle 5 sezioni operative della VII divisione del Sismi, la stessa da cui dipendeva "Gladio". Punto di partenza dell' inchiesta, la "base" trapanese del "Centro Scorpione", un appartamento al terzo piano di una palazzina al civico 123 della via Virgilio a  Trapani. Responsabile dell' ufficio Vincenzo Li Causi, 40 anni. L' uomo, con moglie e due figli, abito' nell' appartamento per un paio di anni. Poi, all' improvviso, come era arrivato, se ne ando' . Il magistrato ha a disposizione anche notizie relative ad un piccolo aereo da turismo che in quei due anni avrebbe "battuto" la zona Nord-occidentale della provincia di Trapani, in particolar modo l'area di San Vito Lo Capo. Ma della presenza del velivolo cosi' come di Li Causi non esiste alcuna documentazione: l'uomo sembra volatilizzato nel nulla se si eccettua la copia fotostatica di una tessera ferroviaria rilasciata dalla presidenza del Consiglio. L' aspetto piu' misterioro della vicenda riguarda comunque il "Piper", al punto che si sospetta che potesse avere addirittura la sua base tra le montagne di San Vito Lo Capo, dove sarebbe stato ricavato un piccolo aereoporto. Ma anche di questo, finora, non e' stata trovata prova.[46]

 

 

Mercoledì 24 giugno 1992

 

Il Sole 24 Ore pubblica un articolo a firma di Liana Milella in cui viene riportato il contenuto di alcune pagine del diario di Falcone.  Il magistrato gliele consegnò personalmente intorno alla metà di luglio del 1991. Viene citata tutta una serie di episodi che testimoniano le difficoltà che Giammanco aveva creato a Falcone nello svolgimento delle indagini all’interno della procura di Palermo. Sono riportati fatti accaduti tra la fine del 1990 e l’inizio del 1991 (Falcone si trasferisce a Roma nel mese di marzo 1991):

 

Primi di dicembre 1990: si è lamentato col maggiore Inzolia di non essere stato avvertito del contrasto fra PS e CC a Corleone su Riina.

 

7 dicembre 1990: ha preteso che Rosario Priore gli telefonasse per incontrarsi con me e gli ha chiesto di venire a Palermo anziché andare io da lui.

Si è rifiutato di telefonare a Giudiceandrea (Roma) per la Gladio, prendendo pretesto dal fatto che il procedimento non era stato assegnato ancora ad alcun sostituto.

 

10 dicembre 1990: sollecitato la definizione di indagini riguardanti la regione al capitano De Donno (procedimento affidato ad Enza Sabatino), assumendo che altrimenti la Regione avrebbe perso finanziamenti. Ovviamente qualche uomo politico gli ha fatto questa sollecitazione ed è altrettanto ovvio che egli prevede un’archiviazione e che solleciti l’ufficiale dei CC in tale previsione.

 

13 dicembre 1990: nella riunione del pool per la requisitoria Mattarella, mi invita in maniera inurbana a non interrompere i colleghi infastidito per il fatto che io e Lo Forte ci eravamo alzati per andare a fumare una sigaretta, rimprovera aspramente il Lo Forte.

 

18 dicembre 1990: dopo che ieri pomeriggio si è deciso di riunire i processi Reina, Mattarella e La Torre, stamattina gli ho ricordato che vi è l’istanza della parte civile nel processo La Torre (Pci) di svolgere indagini sulla Gladio. Ho suggerito, quindi, di richiedere al G.I. di compiere noi le indagini in questione, incompatibili con il vecchio rito, acquisendo copia dell’istanza in questione. Invece, sia egli, sia Pignatone, insistono per richiedere al G.I. soltanto la riunione riservandosi di adottare una decisione soltanto in sede di requisitoria finale. Un modo come un altro per prendere tempo.

 

19 dicembre 1990: altra riunione con lui, con Schiacchitano e con Pignatone. Insistono nella tesi di rinviare tutto alla requisitoria finale e, nonostante io mi opponga, egli sollecita Pignatone a firmare la richiesta di riunione dei processi nei termini di cui sopra.

Non ha più telefonato a Giudiceandrea e così viene meno la possibilità di incontrare i colleghi romani che si occupano di Gladio.

Ho appreso per caso che qualche giorno addietro ha assegnato un anonimo su Partinico, riguardante tra gli altri l’On. Avellone, a Pignatone, Teresi e Lo Voi, a mia insaputa (gli ultimi due non fanno parte del pool).

 

10 gennaio 1991: I quotidiani riportano la notizia del proscioglimento da parte del G.I. Grillo dei giornalisti Bolzoni e Lodato, arrestati per ordine di Curti Giardina tre anni addietro con inputazione di peculato. Il G.I. ha rivelato che poteva trattarsi soltanto di rivelazione di segreti di ufficio e che l’imputazione di peculato era cervellotica. Il PM Pignatone aveva sostenuto invece che l’accusa in origine era fondata ma che le modificazioni del codice penale rendevano il reato di peculato non più configurabile. Trattasi di altra manifestazione di furbizia di certuni che, senza averne informato il pool, hanno creduto, con una “ardita” ricostruzione giuridica, di sottrarsi a censura per un’iniziativa (arresto di due giornalisti) assurda e faziosa di cui non può non esser ritenuto responsabile certamente il solo Curti Giardina, procuratore capo dell’epoca.

 

16 gennaio 1991: apprendo oggi che, durante la mia assenza ha telefonato il collega Moscati, sost. Proc. della Rep. a Spoleto,  che avrebbe voluto parlare con me per una vicenda di traffico di sostanze stupefacenti nella quale era necessario procedere ad indagini collegate; non trovandomi, il collega ha parlato col capo che, naturalmente, ha disposto tutto ed ha proceduto all’assegnazione della pratica alla collega Principato, naturalmente senza dirmi nulla. Ho appreso quanto sopra solo casualmente telefonando a Moscati.

 

17 gennaio 1991: solo casualmente, avendo assegnato a Scarpinato il fascicolo relativo a Ciccarelli Sabatino, ho appreso che Sciacchitano aveva proceduto alla sua archiviazione senza dirmi nulla. Ho riferito quanto sopra al capo che naturalmente è caduto dalle nuvole. Sul Ciccarelli, uomo d’onore della famiglia di Napoli, il capo mi ha esternato preoccupazioni derivanti dal fatto che teme di contradddirsi con le precedenti, note, prese di posizione della Procura di Palermo in tema di competenza nei processi riguardanti Cosa Nostra.

 

26 gennaio 1991: apprendo oggi, arrivato in ufficio, da Pignatone, alla presenza del capo, che egli e Lo Forte quella stessa mattina si erano recati dal cardinale Pappalardo per sentirlo in ordine a quanto riferito al processo Mattarella da Lazzarini Nara. Protesto per non esser stato preventivamente informato sia con Pignatone sia con il capo, al quale faccio presente che sono prontissimo a qualsiasi diverso mio impegno ma che, se si vuole mantenermi al coordinamento delle indagini antimafia, questo coordinamento deve essere effettivo. Grandi promesse di collaborazione e lealtà per risposta.

 

6 febbraio 1991: oggi apprendo che Giammanco segue personalmente un’indagine affidata da lui stesso a Vittoria Randazzo e riguardante dei CC di Partinico coinvolti in attività illecite. Uno dei CC è stato arrestato a Trapani e l’indagine sembra abbastanza complessa.[47]

 

 

La prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, annulla la sentenza della Corte d'assise d'appello di Palermo che nel '91 aveva condannato all'ergastolo Paolo Alfano, Salvatore Montalto, Salvatore Rotolo e Vincenzo Sinagra. I quattro erano accusati di aver ucciso nel 1982 durante la guerra di mafia i due boss Cesare Manzella e Ignazio Pedone. Gli imputati comunque rimarranno in carcere perche' condannati all' ergastolo in altri processi. I giudici della suprema corte, dopo circa tre ore di camera di consiglio, hanno poi dichiarato inammissibile il ricorso del procuratore generale e quelli di altri sette imputati. I magistrati hanno inoltre respinto i ricorsi di altri diciassette accusati tra cui Salvatore Badalamenti e Giuseppe Gambino.

Il maxi-ter, che ha visto tra gli imputati boss come Michele Greco, Pippo Calo' e Salvatore Riina, era cominciato il 21 aprile dell' 88 ed era stato istruito come stralcio del primo processo alla mafia degli anni ' 80. Durante il dibattimento i giudici palermitani erano andati piu' volte negli USA e a Roma per ascoltare i "pentiti" Tommaso Buscetta, Totuccio Contorno e Antonino Calderone. La sentenza della Corte d'assise d'appello, dopo aver inflitto i quattro ergastoli che sono stati annullati oggi, aveva confermato anche l'assoluzione di boss come Michele Greco detto il "Papa", del fratello Salvatore e di altri presunti appartenenti alla "cupola" come Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calo', Francesco Madonia, Bernardo Brusca e Giovanni Scaduto. La Corte aveva anche confermato la condanna a 22 anni di carcere per il "pentito" Vincenzo Sinagra, omonimo del primo, e ridotto le pene per altri imputati tra cui Vincenzo Milazzo, presunto esponente di spicco della mafia trapanese.

Sempre nell'ambito di uno stralcio del maxiprocesso, ma per fatti legati a un traffico di droga tra USA e Sicilia, la prima sezione presieduta da Carnevale dispone un nuovo dibattimento per Alfredo Bono, condannato in secondo grado a otto anni. I giudici della suprema corte hanno poi annullato, sempre nei confronti del presunto esponente di Cosa Nostra, un'altra sentenza della corte di Assise di Palermo che nell' 87 lo aveva condannato a diciotto anni e un'ordinanza di rinvio a giudizio che il giudice istruttore della Procura di Palermo aveva spiccato sempre nei suoi confronti nell' 85.[48]

 

Caponnetto rilascia un’intervista a La Repubblica in cui afferma che “Giovanni Falcone cominciò a morire il 18 gennaio 1988, quando il CSM gli preferì Meli alla guida dell’ufficio istruzione di Palermo. E non si può negare che c’è stata una campagna, cui hanno partecipato in parte i magistrati, che lo ha delegittimato. Non c’è nulla di più pericoloso per un magistrato che lotta contro la mafia che l’essere isolato…Ed è molto grave che ancora oggi continui ad imperversare la giurisprudenza di Carnevale.” [49]

 

In mattinata una telefonata raggiunge la redazione de L´ESPRESSO: Massimo Ciancimino chiede di poter parlare con il giornalista Giampaolo Pansa al quale dice: “Mio padre ha bisogno di vederla. Vuole chiederle una cosa. Puó andare a trovarlo domani mattina?”. Pansa replica: “Sta bene, verró verso le dieci.” [50]

 

 

Giovedì 25 giugno 1992

 

Gianpaolo Pansa incontra Vito Ciancimino nella casa romana di quest´ultimo. Ciancimino comunica a Pansa di aver iniziato a scrivere un libro con le sue memorie: “Quando hanno ucciso Falcone, volevo interromperlo. Ma poi ho visto alla tivú il dottore Borsellino che, in una chiesa di Palermo, diceva: chi ha criticato Falcone, oggi non ha piú diritto di parola. Allora mi sono infuriato. Io non avrei piú il diritto di parola? Cosí  ho deciso di continuare.”

Ciancimino durante il dialogo con Pansa parla degli omicidi di Salvo Lima e Giovanni Falcone e cerca di allontanare le responsabilitá da Cosa Nostra: “Chi ha ucciso l´uno e l´altro si é opposto in qualche modo al progetto dei due padroni d´Italia (Giulio Andreotti e Bettino Craxi ndr). Quei due delitti possono essere stati fatti entrambi dalla mafia. Ma io non credo che sia stata la mafia ad uccidere Lima e Falcone.” Ciancimino passa poi a diffamare Giovanni Falcone: “Il dottore Falcone era soprattutto un uomo di potere. Intelligentissimo, furbissimo, sapeva tutto. E arrivava lá dove nessuno sapeva arrivare. Era un giudice che voleva comandare. Se fosse stato soltanto un magistrato, non si sarebbe fermato a me ed ai cugini Salvo, gli esattori. Sarebbe andato avnti. Invece, quando ha visto che la DC faceva quadrato attorno a Rosario Nicoletti, il segretario regionale, che dopo di noi era il suo obiettivo, allora lui si é fermato. Il dottor Di Pietro, che é solo un magistrato, mica si ferma, no? Falcone voleva il potere. E s´era trasferito a Roma per conquistarlo. Se fosse riuscito a realizzare la superprocura, sarebbe stato anche lui un padrone d´Italia, perché diventava il capo vero di tutti i giudici, piú importante del ministro della giustizia. I ministri passano, ma il superprocuratore resta in carica per quattro anni, quattro anni! E puó essere riconfermato per altri quattro. Adesso la superprocura non la faranno piú. Non avrebbe senso farla, visto che il dottor Falcone é morto.”

Ciancimino mostra poi tutto il suo livore contro i rappresentanti dello Stato che hanno affrontato e che combattono Cosa Nostra a viso aperto: “Falcone mi ha martirizzato. Ha fatto di me un capo espiatorio. Lui spasimava di interrogarmi. E, dopo lunghe trattative, alla fine mi trovai di fronte a lui. Falcone mi chiese: "E allora, signor Ciancimino?" Lo fissai e gli dissi: "Non intendo risponderle, dottor Falcone." Quasi gli venne un colpo.”

“Ed il dottor Borsellino?” prosegue Pansa. “Lui vale meno del dottor Falcone”, borbottó Ciancimino. “Ed il dottor Ayala?”, chiede nuovamente Pansa. “Intelligente, ma debole. Sapeva molte cose. E capiva. Peró non aveva la forza per essere un protagonista.” “E Giammanco?” Ciancimino fece un gesto come per dire: non merita neanche parlarne! “E Caponnetto?” incalza Pansa. “Non contava nulla. Il vero capo é sempre stato Falcone” ribatte il Ciancimino. Infine Ciancimino attacca Tommaso Buscetta: “Gli hanno messo in bocca quello che volevano. È sempre stato soltanto uno degli ultimi, non un capo. Come poteva sapere tutte quelle cose?”

Quando Giampaolo Pansa chiede: “Ci saranno altri delitti dopo Lima e Falcone?”, Ciancimino risponde: “E chi puó dirlo? Certo ai due padroni d´Italia gli hanno tagliato le dita, peró...”

 

Borsellino convoca[51] in una sede segreta (caserma Carini, Palermo) due ufficiali dei carabinieri, il capitano Giuseppe De Donno ed il colonnello Mario Mori, autori di un voluminoso rapporto sul tema mafia-appalti in Sicilia. Questo rapporto essi lo avevano già consegnato al procuratore Giammanco il 20 febbraio 1991, ma gli sviluppi investigativi erano stati scarsi. “La convocazione segreta – ricorda il PM Luca Tescaroli - era dovuta al fatto che il magistrato voleva mantenere il massimo riserbo, ad ulteriore dimostrazione della situazione di disagio e tensione che già caratterizzava i suoi rapporti con Giammanco. Ai due ufficiali Borsellino propose la costituzione presso il ROS di un gruppo coordinato da De Donno, che avrebbe dovuto riferire unicamente a lui.”[52]

De Donno ha nel frattempo avviato un contatto con Massimo Ciancimino, figlio di Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo, condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. [53] Lo scopo è quello di indurre Vito Ciancimino a collaborare con la giustizia. Vito Ciancimino é libero ma in attesa di giudizio per associazione a delinquere, abuso d´uffico e truffa.

Mario Mori ha collocato temporalmente il primo contatto tra il cap. Giuseppe De Donno e Massimo Ciancimino nel periodo tra il 23 maggio ed il 25 giugno, cioé prima dell´incontro alla caserma Carini di Palermo con Paolo Borsellino. Dopo il 25 giugno sarebbe arrivata la risposta da parte di Vito Ciancimino che si sarebbe detto disponibile ad aprire un canale di comunicazione. Successivamente il cap. Giuseppe De Donno avrebbe incontrato Vito Ciancimino 2-3 volte nel mese di luglio 1992 nella casa romana di proprietá del Ciancimino.[54]

Il cap. Giuseppe De Donno ha confermato la ricostruzione fatta dal suo superiore Mori, ma ha collocato i 2-3 incontri con Vito Ciancimino nella casa romana di quest´ultimo in un periodo di tempo piú largo, cioé quello compreso fra la strage di Capaci e quella di via D´Amelio.[55]

Di questi colloqui il De Donno parlerà solo con il suo diretto superiore colonnello Mori e questi con il generale Antonio Subranni, non con Paolo Borsellino.

 

L´incontro alla caserma Carini di Palermo verrá descritto dagli ufficiali Mori e De Donno il 27 marzo 1999 durante un´udienza del processo BORSELLINO TER.

Il magistrato Antonio Ingroia riguardo a tale incontro ha espresso alcune perplessitá.
Il 28 febbraio 1999 Ingroia ha dichiarato al settimanale AVVENIMENTI: “So che Borsellino aveva buoni rapporti investigativi con i carabinieri, ma non mi risulta che attorno a quel rapporto (il rapporto mafia-appalti del ROS di Palermo ndr) sia andato mai oltre incontri ricognitivi e per capire. Non ebbe sul punto, per quanto ne so, incontri investigativi.” “Dunque Borsellino non si occupava di quel rapporto?” chiede l´intervistatore. “Per quanto ne so é cosí. E dunque mi pare improprio che Borsellino si sia convinto di quella pista come del movente della bomba di Capaci. Lo dico per cognizione diretta: negli ultimi giorni prima di morire Borsellino si occupava di altro... Se si fosse occupato di quel rapporto del ROS me lo avrebbe detto. Ed invece quel rapporto e quella veritá sul movente di via D´Aemlio esce fuori adesso. Mi chiedo: perché, se c´era quella veritá giá nel 1992 si é atteso tanto tempo per tirarla fuori? E le mie diffidenze su questa storia aumentano.”

Anche alla luce di un dato inedito: nella pagina dell´agenda grigia di Borsellino, relativa al 25 giugno 1992, quell´incontro non é segnato. C´é su quell´agenda, la radiografia di ogni sua giornata, di ogni suo spostamento e di ogni suo incontro, ma su quella pagina il magistrato annotó un normale pomeriggio in procura, iniziato alle 16 e concluso alle 20 con il rientro a casa. [56]

 

Gli ufficiali Sinico e Baudo dei carabinieri di Palermo si recano con il collega maresciallo Lombardo al carcere di Fossombrone per interrogare Girolamo D’Adda sulle circostanze inerenti la strage di Capaci ed i possibili sviluppi futuri. Sinico e Baudo non partecipano al colloquio, ma apprendono dal maresciallo Lombardo che “negli ambienti carcerari si dà il Dott. Borsellino per morto”. Non appena rientrato a Palermo il Cap. Sinico riferisce la notizia a Borsellino il quale afferma di essere a conoscenza del progetto di attentato ai suoi danni, ma fa capire che preferisce accentrare su di sé i pericoli per risparmiarli alla propria famiglia.[57]

 

Il quotidiano L’Unità prendendo spunto da una nota dei diari di Falcone pubblica un’inchiesta sulla mancata cattura di Riina nel 1990 in seguito ad un contrasto nelle indagini tra polizia e carabinieri: questi ultimi stavano raccogliendo notizie sulla rete di favoreggiatori della latitanza di Riina quando la polizia si sarebbe intromessa con un’improvvida indagine patrimoniale che avrebbe allertato il boss di Cosa Nostra, vanificando i risultati raggiunti.

 

Alla biblioteca comunale di Palermo si svolge in serata un pubblico dibattito organizzato dalla rivitsa MICROMEGA a cui partecipa anche Borsellino:

 

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(Fonte: dOOnLoL)

 

“Io sono venuto questa sera soprattutto per ascoltare. Purtroppo ragioni di lavoro mi hanno costretto ad arrivare in ritardo e forse mi costringeranno ad allontanarmi prima che questa riunione finisca. Sono venuto soprattutto per ascoltare perché ritengo che mai come in questo momento sia necessario che io ricordi a me stesso e ricordi a voi che sono un magistrato. E poiché sono un magistrato devo essere anche cosciente che il mio primo dovere non è quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze partecipando a convegni e dibattiti ma quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze nel mio lavoro.

In questo momento inoltre, oltre che magistrato, io sono testimone. Sono testimone perché, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto, non voglio dire più di ogni altro, perché non voglio imbarcarmi in questa gara che purtroppo vedo fare in questi giorni per ristabilire chi era più amico di Giovanni Falcone, ma avendo raccolto comunque più o meno di altri, come amico di Giovanni Falcone, tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima cosa assemblarli e riferirli all'autorità giudiziaria, che è l'unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell'evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone, e che soprattutto, nell'immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita.

Quindi io questa sera debbo astenermi rigidamente - e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi - dal riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui giornali e che riguardano i cosiddetti diari di Giovanni Falcone. Per prima cosa ne parlerò all'autorità giudiziaria, poi - se è il caso - ne parlerò in pubblico. Posso dire soltanto, e qui mi fermo affrontando l'argomento, e per evitare che si possano anche su questo punto innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla stampa, sul "Sole 24 Ore" dalla giornalista - in questo momento non mi ricordo come si chiama... - Milella, li avevo letti in vita di Giovanni Falcone. Sono proprio appunti di Giovanni Falcone, perché non vorrei che su questo un giorno potessero essere avanzati dei dubbi.


Ho letto giorni fa, ho ascoltato alla televisione - in questo momento i miei ricordi non sono precisi - un'affermazione di Antonino Caponnetto secondo cui Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988. Io condivido questa affermazione di Caponnetto. Con questo non intendo dire che so il perché dell'evento criminoso avvenuto a fine maggio, per quanto io possa sapere qualche elemento che possa aiutare a ricostruirlo, e come ho detto ne riferirò all'autorità giudiziaria; non voglio dire che cominciò a morire nel gennaio del 1988 e che questo, questa strage del 1992, sia il naturale epilogo di questo processo di morte. Però quello che ha detto Antonino Caponnetto è vero, perché oggi che tutti ci rendiamo conto di quale è stata la statura di quest'uomo, ripercorrendo queste vicende della sua vita professionale, ci accorgiamo come in effetti il paese, lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò proprio a farlo morire il 1° gennaio del 1988, se non forse l'anno prima, in quella data che ha or ora ricordato Leoluca Orlando: cioè quell'articolo di Leonardo Sciascia sul "Corriere della Sera" che bollava me come un professionista dell'antimafia, l'amico Orlando come professionista della politica, dell'antimafia nella politica. Ma nel gennaio del 1988, quando Falcone, solo per continuare il suo lavoro, il Consiglio superiore della magistratura con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. C'eravamo tutti resi conto che c'era questo pericolo e a lungo sperammo che Antonino Caponnetto potesse restare ancora a passare gli ultimi due anni della sua vita professionale a Palermo. Ma quest'uomo, Caponnetto, il quale rischiava, perché anziano, perché conduceva una vita sicuramente non sopportabile da nessuno già da anni, il quale rischiava di morire a Palermo, temevamo che non avrebbe superato lo stress fisico cui da anni si sottoponeva. E a un certo punto fummo noi stessi, Falcone in testa, pure estremamente convinti del pericolo che si correva così convincendolo, lo convincemmo riottoso, molto riottoso, ad allontanarsi da Palermo. Si aprì la corsa alla successione all'ufficio istruzione al tribunale di Palermo. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il Consiglio superiore della magistratura ci fece questo regalo: preferì Antonino Meli.

Giovanni Falcone, dimostrando l'altissimo senso delle istituzioni che egli aveva e la sua volontà di continuare comunque a fare il lavoro che aveva inventato e nel quale ci aveva tutti trascinato, cominciò a lavorare con Antonino Meli nella convinzione che, nonostante lo schiaffo datogli dal Consiglio superiore della magistratura, egli avrebbe potuto continuare il suo lavoro. E continuò a crederlo nonostante io, che ormai mi trovavo in un osservatorio abbastanza privilegiato, perché ero stato trasferito a Marsala e quindi guardavo abbastanza dall'esterno questa situazione, mi fossi reso conto subito che nel volgere di pochi mesi Giovanni Falcone sarebbe stato distrutto. E ciò che più mi addolorava era il fatto che Giovanni Falcone sarebbe allora morto professionalmente nel silenzio e senza che nessuno se ne accorgesse. Questa fu la ragione per cui io, nel corso della presentazione del libro La mafia d'Agrigento, denunciai quello che stava accadendo a Palermo con un intervento che venne subito commentato da Leoluca Orlando, allora presente, dicendo che quella sera l'aria ci stava pesando addosso per quello che era stato detto. Leoluca Orlando ha ricordato cosa avvenne subito dopo: per aver denunciato questa verità io rischiai conseguenze professionali gravissime, ma quel che è peggio il Consiglio superiore immediatamente scoprì quale era il suo vero obiettivo: proprio approfittando del problema che io avevo sollevato, doveva essere eliminato al più presto Giovanni Falcone. E forse questo io lo avevo pure messo nel conto perché ero convinto che lo avrebbero eliminato comunque; almeno, dissi, se deve essere eliminato, l'opinione pubblica lo deve sapere, lo deve conoscere, il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio.

L'opinione pubblica fece il miracolo, perché ricordo quella caldissima estate dell'agosto 1988, l'opinione pubblica si mobilitò e costrinse il Consiglio superiore della magistratura a rimangiarsi in parte la sua precedente decisione dei primi di agosto, tant'è che il 15 settembre, se pur zoppicante, il pool antimafia fu rimesso in piedi. La protervia del consigliere istruttore, l'intervento nefasto della Cassazione cominciato allora e continuato fino a ieri (perché, nonostante quello che è successo in Sicilia, la Corte di cassazione continua sostanzialmente ad affermare che la mafia non esiste) continuarono a fare morire Giovanni Falcone. E Giovanni Falcone, uomo che sentì sempre di essere uomo delle istituzioni, con un profondissimo senso dello Stato, nonostante questo, continuò incessantemente a lavorare. Approdò alla procura della Repubblica di Palermo dove, a un certo punto ritenne, e le motivazioni le riservo a quella parte di espressione delle mie convinzioni che deve in questo momento essere indirizzata verso altri ascoltatori, ritenne a un certo momento di non poter più continuare ad operare al meglio. Giovanni Falcone è andato al ministero di Grazia e Giustizia, e questo lo posso dire sì prima di essere ascoltato dal giudice, non perché aspirasse a trovarsi a Roma in un posto privilegiato, non perché si era innamorato dei socialisti, non perché si era innamorato di Claudio Martelli, ma perché a un certo punto della sua vita ritenne, da uomo delle istituzioni, di poter continuare a svolgere a Roma un ruolo importante e nelle sue convinzioni decisivo, con riferimento alla lotta alla criminalità mafiosa. Dopo aver appreso dalla radio della sua nomina a Roma (in quei tempi ci vedevamo un po' più raramente perché io ero molto impegnato professionalmente a Marsala e venivo raramente a Palermo), una volta Giovanni Falcone alla presenza del collega Leonardo Guarnotta e di Ayala tirò fuori, non so come si chiama, l'ordinamento interno del ministero di Grazia e Giustizia, e scorrendo i singoli punti di non so quale articolo di questo ordinamento cominciò fin da allora, fin dal primo giorno, cominciò ad illustrare quel che lì egli poteva fare e che riteneva di poter fare per la lotta alla criminalità mafiosa.

Certo anch'io talvolta ho assistito con un certo disagio a quella che è la vita, o alcune manifestazioni della vita e dell'attività di un magistrato improvvisamente sbalzato in una struttura gerarchica diversa da quelle che sono le strutture, anch'esse gerarchiche ma in altro senso, previste dall'ordinamento giudiziario. Si trattava di un lavoro nuovo, di una situazione nuova, di vicinanze nuove, ma Giovanni Falcone è andato lì solo per questo. Con la mente a Palermo, perché sin dal primo momento mi illustrò quello che riteneva di poter e di voler fare lui per Palermo. E in fin dei conti, se vogliamo fare un bilancio di questa sua permanenza al ministero di Grazia e Giustizia, il bilancio anche se contestato, anche se criticato, è un bilancio che riguarda soprattutto la creazione di strutture che, a torto o a ragione, lui pensava che potessero funzionare specialmente con riferimento alla lotta alla criminalità organizzata e al lavoro che aveva fatto a Palermo. Cercò di ricreare in campo nazionale e con leggi dello Stato quelle esperienze del pool antimafia che erano nate artigianalmente senza che la legge le prevedesse e senza che la legge, anche nei momenti di maggiore successo, le sostenesse. Questo, a torto o a ragione, ma comunque sicuramente nei suoi intenti, era la superprocura, sulla quale anch'io ho espresso nell'immediatezza delle perplessità, firmando la lettera sostanzialmente critica sulla superprocura predisposta dal collega Marcello Maddalena, ma mai neanche un istante ho dubitato che questo strumento sulla cui creazione Giovanni Falcone aveva lavorato servisse nei suoi intenti, nelle sue idee, a torto o a ragione, per ritornare, soprattutto, per consentirgli di ritornare a fare il magistrato, come egli voleva. Il suo intento era questo e l'organizzazione mafiosa - non voglio esprimere opinioni circa il fatto se si è trattato di mafia e soltanto di mafia, ma di mafia si è trattato comunque - e l'organizzazione mafiosa, quando ha preparato ed attuato l'attentato del 23 maggio, l'ha preparato ed attuato proprio nel momento in cui, a mio parere, si erano concretizzate tutte le condizioni perché Giovanni Falcone, nonostante la violenta opposizione di buona parte del Consiglio superiore della magistratura, era ormai a un passo, secondo le notizie che io conoscevo, che gli avevo comunicato e che egli sapeva e che ritengo fossero conosciute anche al di fuori del Consiglio, al di fuori del Palazzo, dico, era ormai a un passo dal diventare il direttore nazionale antimafia.

Ecco perché, forse, ripensandoci, quando Caponnetto dice cominciò a morire nel gennaio del 1988 aveva proprio ragione anche con riferimento all'esito di questa lotta che egli fece soprattutto per potere continuare a lavorare. Poi possono essere avanzate tutte le critiche, se avanzate in buona fede e se avanzate riconoscendo questo intento di Giovanni Falcone, si può anche dire che si prestò alla creazione di uno strumento che poteva mettere in pericolo l'indipendenza della magistratura, si può anche dire che per creare questo strumento egli si avvicinò troppo al potere politico, ma quello che non si può contestare è che Giovanni Falcone in questa sua breve, brevissima esperienza ministeriale lavorò soprattutto per potere al più presto tornare a fare il magistrato. Ed è questo che gli è stato impedito, perché è questo che faceva paura."